Il primo giorno dei grillini in Parlamento: prime considerazioni al riguardo

di LUCA MARTINELLI – La XVII Legislatura è iniziata così come in queste settimane si è annunciata: con uno stallo politico totale, che coinvolge il funzionamento stesso delle Camere, visto che non c’è modo di arrivare a un accordo nemmeno su chi dovrà presiederle. Un problema che va oltre il Parlamento, dal momento che chi presiederà Palazzo Madama sarà molto probabilmente il primo a essere convocato dal Quirinale per un estremo tentativo di creare un Governo di larghe intese.

Mentre si spera che l’impasse venga superato (soprattutto al Senato), mentre si fanno e si disfano alleanze basate più sui numeri che sulla contiguità politica, rischiano di rimanere sotto traccia alcuni fatti politici non di poco conto, che – sia detto senza ironia – il Movimento 5 Stelle ha fatto emergere con i suoi comportamenti.

Il primo è quello della neoeletta senatrice Giovanna Mangili, che ha scelto di rinunciare al proprio seggio dopo le accuse di “brogli” nelle “parlamentarie” del Movimento. Un anonimo delatore ha infatti denunciato delle “strane manovre” da parte dei meet-up di Monza e Brianza per portare avanti la candidatura sua e di suo marito (alla Camera), a discapito degli attivisti di Milano.

La scelta della Mangili è perfettamente coerente con quanto il Movimento afferma di voler fare, ossia di portare una ventata di moralità in Parlamento. Di fronte ai dubbi sulla provenienza dei 231 voti con i quali si era assicurata il primo posto in lista, la neosenatrice ha scelto di dimettersi per tutelare sé stessa e il movimento di cui fa parte. Una scelta coraggiosa, che altri suoi colleghi non avrebbero fatto e che merita un sincero plauso. Ci auguriamo, altrettanto sinceramente, che questa decisione non venga ricusata dall’aula di Palazzo Madama, che ha l’ultima parola sulle dimissioni dei suoi membri. Lo storico delle decisioni, purtroppo, non depone a favore di chi vuole abbandonare il Parlamento, ma ci auguriamo che questa tradizione venga finalmente abbandonata.

Il secondo è quello della più giovane deputata del M5S, Marta Grande, passata dalla presidenza della Camera in pectore (al punto di essere stata definita avventatamente “la nuova Irene Pivetti”) alla polemica sulla natura dei suoi titoli di studio. Purtroppo, qui il giudizio non è, non può essere positivo come quello della sua collega del Senato: la Grande ha un po’ infiorettato il proprio CV. Una colpa non grave, siamo d’accordo, ma che comunque non ci si aspettava da una persona che si candida con un movimento “moralizzatore”, che fa della trasparenza e dell’onestà la propria bandiera.

Chiariamoci subito: il problema non è il fatto che chiami (forse impropriamente, forse no) “laurea” un Bachelor of Arts statunitense – titolo a tutti gli effetti equiparabile a una nostra laurea triennale. Non è nemmeno che chiami “master” un corso estivo frequentato all’Università di Pechino. Il problema è che ha un po’ gonfiato la verità sui suoi titoli, ha detto una “mezza verità” e ora ne deve pagare le conseguenze, dal momento che non si tratta più di una venticinquenne qualsiasi, ma di un membro del Parlamento.

A poco vale, dunque, accusare di stalking “giornalisti (o sedicenti tali), fotografi e cronisti“, mettere in mezzo il Trattato di Schengen (perché???) o rivendicare di non essere come Oscar Giannino (che poi ha chiesto scusa, mentre la Grande ancora non l’ha fatto). Anche qui un gesto, come quello fatto dalla Mangili, sarebbe apprezzabile: si tratta di avere rispetto dell’elettorato e di coerenza con le promesse fatte in campagna elettorale.

Il terzo e ultimo fatto, quello più importante, è la mancata richiesta di far dichiarare ineleggibile Silvio Berlusconi: ufficialmente, la richiesta non è stata presentata perché la Giunta per le elezioni è ancora provvisoria, dunque non ha titolo di sindacare sulla eleggibilità dei membri del Senato. In realtà i grillini rischiavano una bocciatura, visto che quattro dei sette membri della Giunta provvisoria sono del centrodestra. La scelta dunque è stata quella di rinviare la richiesta per il momento per motivi di opportunità.

Per quanto la scelta possa risultare comprensibile, riteniamo che si sia trattato di un “mezzo errore”: i neoparlamentari a cinque stelle hanno dimostrato in questo modo di essere già dentro a quelle dinamiche politiche che loro stessi disprezzano, che loro stessi intendono cambiare. Sollevare subito la questione dell’incandidabilità di Silvio Berlusconi avrebbe dato un segnale politico forte, inequivocabile e soprattutto coerente con la “missione” che il M5S si è auto-assegnato, al di là dei risultati e delle contingenze. Ci auguriamo che, quando poi gli organi saranno completati, il M5S mantenga i suoi propositi bellicosi e ponga questa contraddizione, più importante di quanto si creda perché puramente e propriamente politica.

In generale, siamo coscienti del fatto che ventiquattro ore – peraltro le prime ventiquattro ore – siano troppo poche per esprimere giudizi. I primi segnali sembrano essere contrastanti e non tutti positivi, ma abbiamo cercato di analizzarli razionalmente, uno per uno, esattamente come il M5S ha dichiarato di voler impostare la sua azione in Parlamento. Ci auguriamo che i militanti del Movimento accettino le nostre critiche, che da parte nostra ci impegniamo a formulare con schiettezza e onestà intellettuale.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

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