Alle idi di marzo si apre una legislatura quasi morta. La prepotenza di Grillo, l’impotenza degli altri

di MANLIO LILLI – Le idi di marzo aprono la XVII legislatura. Ma non entra luce nuova. Il voto che doveva cambiare tutto ha determinato la paralisi politica. Se si parlasse di calcio si direbbe che si è tentato con tutti i moduli possibili. Perfino con degli “ibridi”. Ma i risultati sono stati tutti assai modesti. Nessuno ha trovato il modo per assemblare la squadra. Per dare al Paese un’idea di governo persuasiva. Le sagome parlanti che si agitano sulla scena politica hanno nomi e ruoli definiti. Almeno quelli. Bersani, il “vincitore perdente” delle elezioni, Berlusconi, il grande affabulatore miracolato dalla sconfitta altrui e Monti, l’incompiuto costruttore di un nuovo “centro pensante”. Oltre naturalmente a Grillo, il leader che preferisce (perché ci guadagna)  l’interdizione all’interlocuzione e così sequestra il voto di un italiano su quattro, che gli era comunque stato dato per fare qualcosa, non per costringere gli altri a non fare niente.

Il risultato del voto avrebbe dovuto azzerare gli slogan propagandistici e le accuse reciproche di una campagna elettorale giocata al ribasso. Sarebbe stato sufficiente prendere atto di due dati incontrovertibili. L’uno causa ed effetto dell’altro. In primis che dalle urne non è uscito un vincitore con una maggioranza nei due rami del Parlamento. Poi che il Movimento 5 Stelle non ha interesse né voglia di  contribuire con la sua presenza (e neppure con la sua desistenza) alla formazione di una coalizione di governo. Anche perché retoricamente può sostenere che il suo exploit risponda alla richiesta di azzeramento di tutta la classe politica.

Dall’indomani delle elezioni ad oggi si è assistito ad una serie infinita di “no” che hanno bloccato qualsiasi possibilità di dialogo. “Partiti contro”, un “tutti contro tutti” assai poco funzionale. Anzi, scriteriatamente utilizzato come metodo. Giungendo al punto di denunciare in ogni forma di rapporto politico – il parlarsi per trovare una soluzione – una sorta di inciucio mascherato. Facciamo finta di non accorgerci che tutti i grandi Paesi, di fronte al rischio dell’impasse, trovano fisiologicamente la via del dialogo e dell’unità tra forze politiche che si erano combattute aspramente. Ma finora è mancato lo sguardo d’insieme. È mancata anche la disponibilità di riconoscere al Capo dello Stato la possibilità di esercitare davvero il ruolo che la Costituzione gli assegna. E’ mancata la ricerca paziente di convergenze.

Il post elezioni ha visto lo sclerotizzarsi di contrapposizioni esistenti già nell’ante, contribuendo all’accentuazione di quelle meno evidenti, ma già presenti. Basti pensare al fatto che quasi tutti i candidati hanno rifiutato di parlarsi ed hanno declamato i loro programmi senza contraddittorio. Quel che è certo è che le elezioni hanno distrutto il vecchio bipolarismo, quello della cosiddetta Seconda Repubblica. Ma non hanno ricostruito. Rimangono ancora soltanto macerie. La parola usata più volte da Beppe Grillo per descrivere lo status quo.

Disse una volta Bobbio che “la nostra storia costituzionale si è svolta attraverso un continuo alternarsi di crisi di governo …  e di governi in crisi …”. Lui si riferiva alla Prima Repubblica, segnata da cinquanta crisi di governo in cinquant’anni. Ma quella diagnosi può forse valere anche per la Terza, alla sua alba. Il Pdl stringerebbe (a che condizioni?) un accordo col Pd, che invece lo stringerebbe solo con il M5S, che però si divincola, e con Monti, che non governerebbe mai con il M5S. Nel 1996 con il governo Dini ci fu il record di durata di una crisi di governo, ben 125 giorni. Ma questa è una crisi per certi versi peggiore e potrebbe essere molto più lunga, perché neppure un voto anticipatissimo potrebbe essere risolutore.

I veti incrociati nella formazione del nuovo Governo e nell’individuazione dei candidati alla Presidenza della Repubblica costituiscono evidenti elementi di fragilità. Che vanno ad aggiungersi a quelli interni alla gran parte delle forze politiche. Dal Pd, nel quale la ridiscesa in campo di Renzi ha rimesso in discussione gli equilibri e soprattutto le linee. Al Pdl, nel quale Berlusconi continua ad essere il punto di riferimento e l’indiscusso coagulatore, attorno a un punto però – quello del suo interesse privato, immediato e “vitale” – che nessun’altro, fuori dal Pdl, può pensare di far proprio. Per arrivare a Scelta Civica di Monti che ha meno numeri e oggi meno appeal di quanto sperassero i suoi promotori.

L’impressione è che si sia smarrito il principio di realtà. Quello che aveva permesso nella prima fase del Governo Monti di mettere da parte le contrapposizioni e gli egoismi. Servirebbe un ritorno onesto alla durezza e alla verità dei problemi. Perché il rischio è che il protrarsi dell’irragionevole scontro non porti alla vittoria di nessuno e alla sconfitta del Paese.  Si potrebbe tornare così al voto a pochi mesi dal precedente neppure in base a una strategia, ma inerzialmente, trascinati dalla prepotenza di Grillo, che non vuole che la crisi abbia sbocco, e dall’impotenza di tutti gli altri.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to “Alle idi di marzo si apre una legislatura quasi morta. La prepotenza di Grillo, l’impotenza degli altri”

  1. Giorgio Frabetti scrive:

    La crisi italiana non è solo economica, ma è di fatto istituzionale: la corruzione dilagante (che è meccanismo di abusivo e improprio distributore di redditi e benefici a chi non merita) si sta trasformando in crisi di legittimità della Politica, che non è più credibile. Andate a chiedere agli italiani altre prove di coesione (come auspicato da Napolitano); possiamo accampare tutte le ragioni economiche e tecniche di questo mondo (e Manlio ne ha nell’articolo), ma non c’è “durezza dei problemi” a ridurre alla ragione un popolo come quello italiano che sta divorziando dalla classe politica e che non crede nelle èlites. Che non illudiamoci: il Governo Monti, il Governo delle “elites” responsabili ha prodotto un risultato dalle proporzioni inquietanti in termini di rigetto della classe dirigente e dell’UE: un 60% di voti contro l’UE, contro Monti (se sommiamo a M5s, PDL, Lega e SEL). Recuperiamo il GAP di credibilità della Politica, non trascuriamo la “questione morale”, la riforma della politica e dei suoi costi: non è un prurito moralistico, ma è la linea di faglia che può destabilizzare (forse definitivamente) la permanenza dell’Italia nell’ordine democratico (ed europeo). Grazie e scusate la lunghezza.

  2. elenasofia scrive:

    Se consideraste con serenità la differenza di “trattamento” delle vicende di Berlusconi e di quelle del Monte dei Paschi di Siena, forse vi accorgereste che molti di coloro che votano per Berlusconi, lo fanno perchè secondo loro non è l’uomo che si vuole colpire, ma la sua politica anticomunista.

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