Papa Francesco, il segno dei tempi, all’alba della Grande Riforma

– “… A meno che la rivoluzione dell’umiltà ratzingeriana non prosegua con un nuovo, fortissimo segnale: un Papa Francesco, per esempio… “, scrivevamo su queste colonne il 3 marzo scorso.

Ragionando su quale nome il nuovo Papa avrebbe potuto assumere, non volevamo partecipare agli stucchevoli (e tutti smentiti) toto-papa  o identikit del papa ideale che i soloni  del pensiero dominante ci avevano propalato per giorni sui giornaloni dell’establishment. Cercavamo semplicemente di leggere, attraverso il messaggio esteriore del “nome”, da quale sensibilità e da quale “segno dei tempi” di giovannea memoria il Collegio Cardinalizio si sarebbe fatto ispirare. Non c’è commento, oggi, che non parli di scelta straordinaria, inattesa, rivoluzionaria. Ed è realmente così.

Tranne che per un punto: non c’è affatto da stupirsi che la Chiesa cattolica confermi ancora una volta la sua straordinaria capacità di interpretare le attese di ogni momento storico scegliendo il Pontefice che corrisponde esattamente ad esse. Corrisponde sì, ma non secondo le logiche “del mondo” (o delle altre istituzioni che conosciamo, secondo un linguaggio più laico), ma secondo logiche tutte proprie. Che per un credente, sono la conferma dell’agire della Provvidenza nella storia dell’umanità e della Chiesa; per un laico, la riprova  della capacità – affinata in duemila anni di storia – di individuare di volta in volta le leadership più adatte (per sensibilità, linguaggi, atteggiamenti, profili personali) alle diverse  temperie storiche.

C’è chi vede nella elezione di Bergoglio, ad esempio, la rivincita postuma del card. Martini, che lo sostenne apertamente in contrapposizione a Ratzinger nel Conclave del 2005. Ma è una lettura fuorviante, se non altro perché solo 50 degli attuali 115 elettori parteciparono a quel conclave. La verità – che certo non è facile accettare da una posizione “esterna” ad un’ ottica di fede – è più semplicemente che il tempo dell’elezione di Ratzinger era il tempo della conferma della fede cristiana e della riaffermazione della sua ragionevolezza di fronte al dilagare dei fondamentalismi da un lato e del relativismo assoluto dall’altro; e dunque occorreva un “dottore della chiesa”, un raffinatissimo intellettuale che reggesse lo scontro culturale con la pretesa autosufficienza del mondo moderno e ponesse, ad argine dell’irragionevole scontro tra laicità e fondamentalismo, proprio la ragionevolezza di una visione trascendentale.

Viceversa il “segno dei tempi” di oggi è quello della charitas, dell’apertura totale e disarmata al mondo, della purificazione da ogni orpello per tornare, con umiltà ma con determinazione, all’essenza stessa della missione cristiana : l’annuncio scandaloso di un Dio che si è fatto uomo fra gli uomini e loro compagno di strada. E dunque occorreva, ed è stato scelto, un “Buon pastore dal cuore generoso” (come aveva profetizzato il card. Sodano nella Messa Pro Eligendo Pontifice), un testimone umile e mite, ma fermo e incrollabile del Vangelo, un Padre che parla, si muove e vive in mezzo al suo popolo e al servizio del suo popolo.

Cosa scaturirà da questa scelta così provvidenziale?  Niente di meno che una vera, Grande Riforma, la vera Riforma che traghetterà  la Chiesa nel Terzo Millennio. Prepariamoci pure ad una rivoluzione che il Papa umile, il “Papa dei poveri”, il primo Papa Francesco della storia porterà nella vita, nei costumi, nei gesti (non certo nella dottrina) della Chiesa cattolica, con la stessa carica dirompente che scaturì da un altro papa buono, mite e buon pastore come Giovanni XXIII.  Non sarà un papa giovane, energico, di ottima salute e dal pugno di ferro che i soliti soloni profetizzavano (e auspicavano) a realizzarla, ma un mite e umile “curato di campagna”, come un giornale francese l’ha definito;  non avrà il volto battagliero e manageriale di un Rambo I (nell’efficace definizione dello storico Meloni), ma quello dolce e impacciato del cardinale che girava in metropolitana nella sua Buenos Aires; non avremo l’uomo forte che scaccia i mercanti dal tempio e finalmente fa uscire il Vaticano dalla blacklist o estirpa  la pedofilia consentendo ai preti di sposarsi (essendo queste le urgenze, secondo i soloni di cui sopra, che attendono la Chiesa).

Avremo, invece, un Francesco, umile e gioioso, tanto aperto e disponibile quanto determinato ed inflessibile nel riportare la Chiesa alla sua essenza: annunciare a tutti gli uomini di buona volontà la Buona Novella. Riportare al centro della missione, dell’agire e dell’esistenza stessa della Chiesa l’evangelizzazione (come già diceva in un’intervista a Radio Vaticana) sarà la vera Grande Riforma che il primo Papa Francesco della storia compirà. E tutto il resto, anche la white list o una selezione più attenta del clero, sarà solo una conseguenza secondaria.

Ad una Chiesa scossa, smarrita, talvolta irrilevante, talvolta invadente, in difficoltà crescente nell’interloquire con un mondo globalizzato e in pericolosa tensione non serviva un Gregorio Magno (o un novello Giovanni Paolo II), ma il più umile fra gli umili, un Francesco d’Assisi. E la sua impalpabile ma inarrestabile carica rivoluzionaria, originata unicamente dalla charitas,  che salvò la Chiesa del XIII secolo dalla rovina. La Provvidenza (o laicamente l’intuito politico e la capacità di governance dei cardinali) ce l’hanno regalato. Benvenuto Papa Francesco, questa volta davvero Servus Servorum.


Autore: Giorgio Lisi

Riminese, 55 anni, laureato in lettere, arriva alla politica dalla militanza nell'associazionismo cattolico (in specie attività e iniziative culturali, tra cui il "Meeting per l'amicizia fra i popoli" di cui è uno dei fondatori). Fa l'amministratore locale per dieci anni (alla Cultura, alla Pubblica Istruzione e ai Lavori Pubblici), poi il Consigliere Regionale e infine, a 43 anni, il Parlamentare Europeo. Ama dire che forse tornerà alla politica attiva quando la monarchia sarà finalmente finita.

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