Non papa, ma vescovo di Roma. Francesco sfida la Curia (e i clericali italiani)

di FEDERICO BRUSADELLI – Dunque i cardinali sono andati a prendere il nuovo vescovo di Roma “quasi alla fine del mondo”, come ha sottolineato affacciandosi al balcone di Piazza San Pietro il 76enne Jorge Mario Bergoglio, fino a ieri arcivescovo di Buenos Aires e ora papa Francesco. Parole scherzose che accendono però un faro sugli sconfitti di ieri. L’arrivo al papato di un argentino è innanzitutto una sconfitta della Chiesa italiana, che fino all’ultimo ha sperato di riportare un proprio esponente al soglio di Pietro, dopo 35 anni di “cessione” agli stranieri, tentando di costruire un consenso trasversale e “riformatore” attorno ad Angelo Scola. Ma è una sconfitta, e pesante, per la Curia: gli uomini della “macchina” vaticana non sono riusciti a superare la tempesta dei recenti scandali imponendo un loro candidato, e a poco è servito puntare su uomini “esterni” e talvolta lontani ma di provata lealtà (come il brasiliano Scherer).

E ora si trovano un Papa che con costanza ha rifiutato ogni incarico all’interno delle mura leonine; un Papa che non si fa chiamare Papa, ma “vescovo di Roma” (e riserva lo stesso titolo al suo predecessore, “vescovo emerito” Benedetto XVI); che ricorda che la Chiesa di Roma altro non fa che “presiedere nella carità” alle altre Chiese del mondo; e che indica alla folla – mai accaduto prima – il suo cardinale vicario, Agostino Vallini, come suo principale collaboratore per il “cammino di fede” che si inaugura nella sua nuova diocesi. Non il Segretario di Stato, ma il cardinale vicario di Roma. Ed ecco che nella semplicità per l’appunto “francescana” del primo discorso del nuovo pontefice – il Padre Nostro e l’Ave Maria, la benedizione recitata con voce piana e non cantata, la richiesta “al popolo” di pregare perché Dio benedica il suo vescovo – è esploso un messaggio politico di grande potenza.

La Chiesa secondo Francesco sarà più un “sinodo permanente” che una struttura di potere centrale e ramificata. Sarà una federazione di vescovi e di Chiese, sparse fin nel più remoto angolo del pianeta, fino “alla fine del mondo”, che concedono al vescovo di Roma la potestà di guidarle. Compito per il quale al vescovo di Roma basterà una struttura snella, agile, e non certo un nucleo di potere a se stante quale la Curia era diventata nel corso degli ultimi decenni. Quello che si preannuncia, insomma, non è tanto un “cambio della guardia” negli uffici del Vaticano, ma una revisione totale delle forme e delle funzioni del governo centrale della Chiesa; non la semplice “pulizia”, da tutti invocata, ma una possibile rivoluzione. «La vanità, il vantarsi di se stessi, è un atteggiamento della mondanità spirituale, che è il peccato peggiore nella Chiesa. Chi cede a questa vanità autoreferenziale in fondo nasconde una miseria molto grande», diceva poche settimane fa in un’intervista in cui definiva la Curia romana «un organismo di servizio».

Su questo, la maggioranza dei cardinali ha scelto la via riformista, sconfitta otto anni fa dai sostenitori di Joseph Ratzinger. Su questo e non su temi etici o dottrinali: il cardinal Bergoglio, scontrandosi con il governo argentino della presidenta Kirchner ha definito di recente il matrimonio tra omosessuali una “sfida del demonio”, e il superficiale entusiasmo di chi dipinge un papa innovatore anche sul fronte dei cosiddetti temi sensibili è forse destinato a scemare presto. Ma tutto lascia presagire che anche le battaglie sui contenuti saranno condotte rovesciando l’impostazione corrente, soprattutto nel nostro paese. Il vescovo di Roma si farà sentire, certo. Rivendicherà i valori cristiani, senza dubbio. Ma lo farà col piglio del pastore, dell’evangelizzatore, più che dell’uomo di potere. E si appoggerà sulla sua lettura del Vangelo, sul suo dialogo con i fedeli, più che sulle “armate” della Curia e sulla capacità di persuasione del potere vaticano (se così fosse, sarebbe davvero una buona novella per la politica italiana: l’iniziale smarrimento di Bruno Vespa all’annuncio del nuovo papa è un segnale incoraggiante).

Non sono cose da poco. Ed è assai probabile che nemmeno papa Francesco riesca a rinnovare la Chiesa quanto vorrebbe. Ma qualche giorno prima del conclave un cardinale elettore sussurrava al vaticanista della Stampa Andrea Tornielli che «quattro anni di Bergoglio basterebbero per cambiare le cose... ». A quanto pare i colleghi dell’anonimo cardinale hanno deciso di provarci.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

4 Responses to “Non papa, ma vescovo di Roma. Francesco sfida la Curia (e i clericali italiani)”

  1. Nadia scrive:

    si,spero che questa speranza (quante ripetizioni!!)
    diventi una realtà, certa Curia ha bisogno di una bella”strigliata” se così si può definirla..
    Cristo non ha nulla a che fare con squallidi giochi di potere di persone e gruppi più interessati al potere personale ed economico, che alla parola di Gesù,
    che era ben ben diversa..
    e non sarebbe arrivato in una grotta..se così non fosse stato.
    grazie Santo Spirito..per questa scelta.
    Nadia

  2. Giovanni scrive:

    Gentile autore,
    Vorrei fare solo 2 precisazioni
    1)Lei scrive “La Chiesa secondo Francesco sarà più un “sinodo permanente” che una struttura di potere centrale e ramificata. Sarà una federazione di vescovi e di Chiese, sparse fin nel più remoto angolo del pianeta, fino “alla fine del mondo”, che concedono al vescovo di Roma la potestà di guidarle.”

    Non è esatto, né Papa Francesco ha mai inteso dire ciò che Lei gli attribuisce.

    Il primato di Roma non deriva dalla concessione degli altri vescovi, ma dalla potestà connessa all’ufficio. Roma è la sede del principe degli Apostoli. Di conseguenza, l’espressione Vescovo di Roma equivale esattamente a quella di Papa. Vescovo di Roma e Papa sono sinonimi, non cariche di uffici diversi uniti in persona episcopi. E’ un ufficio unico. Per cui mettere in contrapposizione le due espressioni non è corretto sia sotto un profilo teologico che canonico. Francesco ha usato soltanto le espressioni usate da Padri della Chiesa che hanno sempre riconosciuto la potestà suprema della Chiesa di Roma su tutte le chiese: ovvero Sant’Ignazio di Antiochia e Papa Gregorio Magno. Se così non fosse, Francesco non avrebbe mai potuto concedere l’indulgenza plenaria a tutto il mondo senza consultare gli altri Vescovi.

    2)Questo conclave dimostra che le previsioni e le ricostruzioni giornalistiche che hanno preceduto il conclave siano state probabilmente delle fiction.
    Ha prevalso Qualcosa tra le pareti della Sistina di non previsto. Qualcosa che non è riducibile ad una valutazione esclusivamente umana.
    Forse, prima di avanzare ipotesi sulle dinamiche che hanno condotto all’elezione di Papa Francesco, dovremmo tenere in considerazione questo Qualcosa che è evidentemente intervenuto.

    Buona giornata
    Giovanni Gruttad’Auria

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  1. […] di FEDERICO BRUSADELLI – Dunque i cardinali sono andati a prendere il nuovo vescovo di Roma “quasi alla fine del mondo”, come ha sottolineato affacciandosi al balcone di Piazza San Pietro il 76enne Jorge Mario Bergoglio, fino a ieri arcivescovo di Buenos Aires e ora papa Francesco. Parole scherzose che accendono però un faro sugli sconfitti di ieri. L’arrivo al papato di un argentino è innanzitutto una sconfitta della Chiesa italiana, che fino all’ultimo ha sperato di riportare un proprio esponente al soglio di Pietro, dopo 35 anni di “cessione” agli stranieri, tentando di costruire un consenso trasversale e “riformatore” attorno ad Angelo Scola. Ma è una sconfitta, e pesante, per la Curia: gli uomini della “macchina” vaticana non sono riusciti a superare la tempesta dei recenti scandali imponendo un loro candidato, e a poco è servito puntare su uomini “esterni” e talvolta lontani ma di provata lealtà (come il brasiliano Scherer)…(leggi su libertiamo.it) […]