Avete mai visto un referendum vinto con il 99,8% dei voti? Da oggi, non potete dire di no. I 1600 abitanti delle Falkland che avevano diritto di voto, si sono recati alle urne in massa. Il 90% ha votato. Di questi, 1517 hanno votato per il Sì, solo tre per il No. Unanimità quasi raggiunta. Cosa si votava? La permanenza dello status di territorio d’oltremare del Regno Unito. Quasi tutti gli abitanti di quelle piccole isole hanno optato per restare con Londra. Anche perché l’alternativa sarebbe quella di andare sotto Buenos Aires.

Io penso che la cosa più importante di questo risultato – commenta il premier britannico David Cameron – è il nostro credo nel diritto all’autodeterminazione. E gli abitanti delle isole Falkland si sono espressi così chiaramente sul loro futuro, che ora gli altri Paesi del mondo, spero, rispetteranno questa scelta assolutamente inequivocabile”. Perché mai dovrebbero esserci dubbi? Perché le isole continuano ad essere ambite dall’Argentina. Che si ostina a chiamarle Malvinas.

È una lunghissima storia. La prima volta che è stato conteso questo arcipelago nell’estremo Sud dell’Atlantico, non lontano dalle coste dell’Argentina, risale a due secoli e mezzo fa. Bisogna tornare indietro nel tempo fino al 1770, per trovare le navi da guerra spagnole all’ancora davanti a Port Egmont, una piccola colonia britannica fondata pochi anni prima, intente a farla sgomberare.

Gli spagnoli rivendicavano tutta quell’area di Sud America in base ad antichi (anche per allora) trattati. La Gran Bretagna rivendicava la scoperta, nel 1690 (il nome “Falkland” era quello dell’allora tesoriere della marina britannica). I francesi avrebbero potuto entrare nella contesa, perché erano stati i primi a “prendere possesso” delle isole, issandovi la loro bandiera, nel 1764 (il nome “Malvinas” è un omaggio ai marinai francesi di Saint Malo, che parteciparono alla spedizione, sotto il comando di Antoine de Bougainville). Ma i francesi avevano appena perso una guerra con la Gran Bretagna e avevano di meglio a cui pensare, quindi si limitarono a un ruolo di mediatori. Nel 1774 gli ultimi cittadini inglesi lasciarono le isole e le riconsegnarono alla Spagna. Vi lasciarono solo una targa, a Port Egmont, a memoria futura. Non si discusse più sul loro possesso per mezzo secolo.

Poi, quando l’America del Sud divenne indipendente dalla Spagna, le Province Unite del Rio della Plata si ritennero in diritto di “ereditare” anche il territorio delle Malvinas. Ma gli inglesi non digerirono questa decisione. E dopo 13 anni di sovranità sudamericana sulle isole, si presentarono di nuovo nell’arcipelago con una sola nave, la “Clio”, a rivendicare il territorio perduto nel 1774. A riprendersi non solo la targa che avevano lasciato, ma anche tutte le isole. Non dovettero sparare nemmeno un colpo per issare di nuovo la Union Jack e ribattezzare “Falklands” quelle isole inospitali. Dal 1833 al 1982, le isole furono indiscutibilmente britanniche, con una piccola popolazione anglo-scozzese e un ampio margine di autonomia, prima all’interno dell’Impero, poi del Commonwealth.

Nel 1982, il regime militare argentino, a caccia di consensi interni e di un posto nella storia, tentò la grande impresa: dopo decenni di rivendicazioni territoriali, gli argentini occuparono le isole. Mal gliene incolse. A Londra, il premier si chiamava Margaret Thatcher e non aveva alcuna intenzione di abbandonare quasi 3000 sudditi di sua maestà sotto un dominio straniero. Un corpo di spedizione britannico le riconquistò dopo un breve, ma sanguinoso, conflitto. Da allora, i cittadini delle Falkland sono, a tutti gli effetti, sudditi del Regno Unito.

Secondo Cristina Fernandez Kirchner e la storiografia prevalente nel suo Paese, gli inglesi avrebbero scacciato con la forza la popolazione locale, costituita da argentini, e l’avrebbero rimpiazzata deliberatamente con coloni britannici. Di conseguenza, la Kirchner non accetta l’esito di questo referendum, che dichiara “nullo” (come se esercitasse già realmente la sovranità sulle isole e sui suoi abitanti), in quanto frutto di una passata pulizia etnica e di una forzatura demografica.

Questa, tuttavia, è un’interpretazione molto politicizzata della storia. Perché, prima di tutto, nel 1833 l’Argentina non esisteva ancora. Fino alla metà degli anni ’30, era parte delle Province Unite del Rio della Plata che comprendevano, oltre all’Argentina, anche Uruguay e parte della Bolivia. Tuttora Bolivia e Uruguay non rivendicano le Falkland/Malvinas. Secondo: i civili presenti stabilmente nelle Malvinas nel 1833 erano 33. Gli inglesi, avendo bisogno di forza lavoro, li incoraggiarono a restare, promettendo anche buone paghe. Di questi se ne andarono 11, di cui solo 4 erano argentini. Terzo: quella del 1833 non fu una vera “occupazione” di punto in bianco e di “natura coloniale” (per citare la Kirchner), ma la ripresa del possesso su isole che erano state scoperte da John Byron nel 1765, come abbiamo visto.

Ma mettiamo anche che le Malvinas fossero abitate da argentini fino al 1833 (cosa che non è). Che differenza farebbe oggi? Oggi, infatti, la popolazione locale vuole restare nella Gran Bretagna. Non importa neppure la loro origine etnica. Potrebbero anche essere non britannici. È la loro volontà che conta. Ed è chiara: vogliono, hanno sempre voluto, rimanere parte del Regno Unito. Se dovesse contare il principio storico, più che quello dell’autodeterminazione, vedremmo che ogni singola terra di questo pianeta è passata da una mano all’altra, innumerevoli volte. Vogliamo vedere, ad esempio, a quanti popoli è appartenuta l’Italia? Risalendo fino all’epoca degli Etruschi e dei sette re di Roma? Oggi, ciò che conta è il diritto all’autodeterminazione degli abitanti vivi, di questa generazione, non dei loro antenati.