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Nemesi antipolitica. Bersani sfama Grillo il coccodrillo, nella speranza che lo mangi per ultimo

– Per settimane non mi sono dato pace. Ho continuato ad interrogarmi su come potesse il vertice del Pd e, segnatamente, Pier Luigi Bersani (già comunista padano, che avevo conosciuto all’inizio della sua carriera, nei lontani anni ’80, quando svolgeva il ruolo di assessore regionale alla formazione professionale in Emilia Romagna, dove io ero – unico socialista nella storia del secondo dopoguerra – segretario della Cgil) insistere a corteggiare tanto spudoratamente Beppe Grillo e il suo movimento, in cui io continuo ad intravedere non solo un deteriore populismo, ma anche i germi di un nuovo fascismo.

Così, sempre più sbigottito, ho assistito al progredire di un approccio squallido, tanto più avvilente quanto più inutile, chiedendomi le ragioni di una svolta politica così improvvisa e netta, senza trovare risposte convincenti. Avevo apprezzato il taglio della campagna elettorale di Bersani: sobria, sostanzialmente priva di accenti demagogici sui programmi, non solo scevra di promesse irrealizzabili, ma persino critica delle “promesse da marinaio” altrui: un vizio elettoralistico che aveva contagiato, talvolta, lo stesso Mario Monti. Il leader democratico aveva prestato la dovuta attenzione ai circoli europei e ai mercati, nel tentativo di accreditarsi anche con il roccioso ministro delle Finanze di Angela Merkel. Aveva preso le distanze dal populismo e duramente polemizzato con le sparate del M5S.

Perché, allora, un minuto dopo l’esito del voto, Pier Luigi Bersani non è stato sfiorato dal minimo dubbio nel proporsi come interlocutore di Grillo e nel dichiararsi contrario ad intese con il Pdl insieme al quale aveva sostenuto il medesimo governo per ben 13 mesi, senza mai prenderne apertamente le distanze persino in campagna elettorale? Lo sconcerto mi ha portato ad inseguire i più foschi presagi, riandando ai momenti in cui la democrazia ha ceduto o si è arresa al nazismo: la caduta delle Repubblica di Weimar (che aveva una Costituzione che ha ispirato la nostra del 1948); la vittoria elettorale del nazismo nel 1933; il Patto di Monaco del 1938 (Bersani come Chamberlain?). Perché la si può girare come si vuole, ci si può impressionare, simpatizzando con loro, davanti a giovanotti e giovinette che agitano i loro master come fossero clave, ma è difficile negare – ci riesce solo la senatrice Puppato – che nel dna del M5S ci siano parecchi elementi di fascismo.

Basterebbe andarsi a rileggere i discorsi e gli articoli dell’epoca e prendere nota delle critiche che quei movimenti, al loro sorgere, rivolgevano alle classi dirigenti liberali, accusando quella società politica – che aveva i suoi Fiorito, anche se adesso nessuno lo ricorda – delle nefandezze di cui è accusata quella di oggi, condannata, secondo Grillo, ad arrendersi e a sottoporsi alla rieducazione forzata in un campo di concentramento alla Pol Pot. A volte mi chiedo ancora se il Pd si renda conto di aver sdoganato un movimento eversivo come il M5S. Di questo passo, se si dovesse tornare tra breve alle urne, Pier Luigi Bersani avrebbe regalato al centro destra la difesa di quelle istituzioni repubblicane che l’ex comico vuole demolire. Il Pd, infatti, non sarebbe credibile nel proporsi come alternativa al populismo antieuropeo del M5S, dopo averlo indecorosamente adulato col pretesto di un’assunzione di responsabilità nei confronti del Paese, che è e rimane l’ultima preoccupazione di Grillo e Casaleggio. Che squallore! Hollande non avrebbe mai chiesto l’appoggio di Marine Le Pen.

Tutto ciò recriminando, col trascorrere dei giorni le idee si sono fatte più precise, soprattutto quando sono stati resi noti i flussi elettorali, dalla cui lettura si è compreso che il M5S ha pescato parecchio a sinistra. Così mi è venuto il dubbio che Pier Luigi Bersani non sia un Quisling, ma un povero uomo che si accorge di avere un partito indifeso rispetto alle scorrerie di Grillo, il quale come Shylock, il protagonista de “Il Mercante di Venezia”, si è presentato in Largo del Nazareno a pretendere dal Pd una libbra di carne. E ciò è tanto più grave per le prospettive politiche del Paese. È un conto, infatti, accorgersi che un gruppo dirigente sbaglia strategia. È davvero preoccupante dover constatare, invece, che prende una diversa direzione di marcia una buona parte della base elettorale e sociale del Partito che si candida a governare il Paese: una base elettorale, costituita anche da attivisti e militanti, così sensibili all’antipolitica, all’irrazionalità, alla demagogia rivendicativa, da non esitare ad attraversare il confine che li separa da un movimento che non è solo eversivo, ma che vuole la pelle del Pd.

Quando Grillo tuona contro i partiti, in realtà se la prende con il solo che ne abbia ancora un minimo di fisionomia: il Pd appunto, l’erede del Pci e della sinistra democristiana. A pensarci bene, prima il Pci, poi i partiti che gli sono sopravvissuti hanno largamente abusato dell’antipolitica come strumento, appunto, di lotta politica: la Dc era il partito dei forchettoni; tutta le libellistica e la cinematografia (in genere orientata a sinistra) presentava la Dc come il partito dei mafiosi, dei ladri, dei corrotti e via di questo passo. Poi è stata la volta della questione morale di Enrico Berlinguer contro Craxi. E che dire del perenne tiro a segno contro Silvio Berlusconi? Certo, ognuno dei nemici (non degli avversari) ci ha messo tanto del suo, ma la loro delegittimazione passava per attacchi alle persone prima ancora che alle politiche che esprimevano. Anche Stalin faceva processare gli avversari politici accusandoli di crimini comuni. Alla fine però, chi di spada ferisce, di spada perisce.

Nessuno crede più nella “diversità” del Pd: l’apprendista stregone ha messo in moto forze che non riesce più a controllare. E che dire delle “grandi firme” che a suon di antipolitica hanno fatto i milioni, aizzando la gente contro i deputati e i senatori, come se fossero responsabili di tutti i guai del Paese e vivessero in mezzo al lusso e agli agi. Per anni è stata aperta e condotta, senza più regole, la caccia all’uomo. Lo si è fatto con l’obiettivo di screditare e sradicare la “mala pianta” del berlusconismo; ma alla fine l’albero lo ha scosso Grillo raccogliendone i frutti. Queste considerazioni dove vanno a parare?

Hanno una morale finale o no? Sì. Ma la storia finisce male. Ancora una volta si constata che quando i comunisti (ex, neo, non più, pentiti, redenti o quant’altro) si preparano a governare il Paese, i problemi nascono in casa loro. La conventio ad excludendum si è trasformata: non temono più di essere esclusi ma di essere inclusi, a meno che non si facciano politiche che non esistono in natura. Ai tempi della solidarietà nazionale il Pci dovette fare i conti con il terrorismo, prima; interrompere l’esperimento, poi. Nella seconda Repubblica, nessun esecutivo di centro sinistra è sopravvissuto per tutta la legislatura. Infine, la terza Repubblica nasce (sempre che sia anche vitale) con un movimento che rappresenta un quarto dell’elettorato impegnato in una danza della morte con il partito di Bersani, il quale sembra non aver fatto tesoro di una celebre battuta di Winston Churchill: chi nutre il coccodrillo lo fa nella speranza di essere divorato per ultimo. Ma, il coccodrillo non si lascia smacchiare.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

One Response to “Nemesi antipolitica. Bersani sfama Grillo il coccodrillo, nella speranza che lo mangi per ultimo”

  1. Zamax scrive:

    LEI HA DETTO LA PURA VERITA:

    “A pensarci bene, prima il Pci, poi i partiti che gli sono sopravvissuti hanno largamente abusato dell’antipolitica come strumento, appunto, di lotta politica: la Dc era il partito dei forchettoni; tutta le libellistica e la cinematografia (in genere orientata a sinistra) presentava la Dc come il partito dei mafiosi, dei ladri, dei corrotti e via di questo passo. Poi è stata la volta della questione morale di Enrico Berlinguer contro Craxi. E che dire del perenne tiro a segno contro Silvio Berlusconi? Certo, ognuno dei nemici (non degli avversari) ci ha messo tanto del suo, ma la loro delegittimazione passava per attacchi alle persone prima ancora che alle politiche che esprimevano. Anche Stalin faceva processare gli avversari politici accusandoli di crimini comuni. Alla fine però, chi di spada ferisce, di spada perisce. Nessuno crede più nella “diversità” del Pd: l’apprendista stregone ha messo in moto forze che non riesce più a controllare. E che dire delle “grandi firme” che a suon di antipolitica hanno fatto i milioni, aizzando la gente contro i deputati e i senatori, come se fossero responsabili di tutti i guai del Paese e vivessero in mezzo al lusso e agli agi. Per anni è stata aperta e condotta, senza più regole, la caccia all’uomo. Lo si è fatto con l’obiettivo di screditare e sradicare la “mala pianta” del berlusconismo; ma alla fine l’albero lo ha scosso Grillo raccogliendone i frutti.”

    E’ quel che dico anch’io nel mio piccolo da anni. Ancora qualche giorno fa lo ripetevo commentando su questo stesso sito:

    “Il vero padre del populismo vero e moderno in Italia è stato il pessimo Berlinguer. “La questione morale” è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, e con esso del mito della diversità dei comunisti. Abbandonato il marxismo ai comunisti non è rimasto che il giacobinismo, prima ingabbiato in qualche maniera nell’ideologia di partito; Da ormai quarant’anni la politica della sinistra si è ridotta a questo: i buoni contro i cattivi, gli onesti contro i disonesti. “L’Italia giusta” di Bersani è solo la versione dai modi urbani di questo populismo. La fatale attrazione nei confronti di Grillo deriva da questo. La storia dirà che il berlusconismo, con suo populismo tutto in superficie e per niente sostanziale, ha fatto da argine al populismo vero. (…) La realtà delle cose – sì, sì, sì e ancora sì, signori – è che l’Italia è ancora alle prese col fattore K. Non so se ve lo ricordate. La grande, vera anomalia politica italiana è sotto gli occhi di tutti e però tale è la forza della propaganda e della mistificazione che nessuno ne prende nota: in Italia la sinistra non è rappresentata da un partito socialista o socialdemocratico, come succede in TUTTA Europa. Il Pd non lo è perché per diventare socialdemocratici bisogna uscire dal giacobinismo. Questo è il grande ostacolo. Bisogna fare mea culpa e riabilitare i mariuoli. E mandare al macero la vulgata. E ora non illudetevi: il Renzi che abbiamo fin qui conosciuto non potrà mai riunire ed avere l’appoggio del popolo di sinistra. Natura non facit saltus. Se lo fa è un imbroglio, come è successo col “partito democratico”, che non è riuscito a mettere nessun argine al populismo di sinistra. Ma una sinistra veramente socialdemocratica troverebbe finalmente pace e una identità propria, senza bisogno di demoni. E l’Italia troverebbe finalmente una normale dialettica fra le grandi forze politiche. (L’odio verso Craxi e Berlusconi si spiega storicamente con questo: l’uno rappresentava una sinistra europea, l’altro quel centro-destra che non “deve” esistere in Italia. La sinistra italiana al posto del centrodestra vuole ancora l’equivalente del partito dei contadini delle democrazie popolari dell’est europeo di qualche decennio fa: un simulacro di opposizione da essa legittimato, un cagnetto al guinzaglio, chiamato “centrodestra”.) Solo agendo in questo contesto pacificato, il liberalismo può trovare spazio di manovra. Se lo scenario vi fa cadere le braccia, pazienza. Questa è la realtà. Il resto son eroici furori, vaneggiamenti, velleitarismi.”

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