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Dopo un estenuante tira e molla, sarà un arbitrato a decidere il futuro dei nostri marò

Con una mossa che ha lasciato spiazzati gli osservatori internazionali e gli stessi interessati, il Ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata ha deciso di trattenere i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in Italia e non farli rientrare dopo il permesso che le autorità dello Stato indiano del Kerala avevano concesso loro dal 23 febbraio per poter votare e incontrare le famiglie.

Com’è noto, i due fucilieri della marina erano stati arrestati il 15 febbraio dell’anno scorso a causa della controversa uccisione di due pescatori indiani, mentre i due militari erano a bordo dell’imbarcazione civile Enrica Lexie nell’ambito della missione dell’Unione Europea (e sotto l’ombrello delle Nazioni Unite) denominata “Atalanta”, il cui obiettivo è il contenimento della pirateria proveniente dal Corno d’Africa.

Secondo le autorità indiane, i due militari avrebbero aperto il fuoco contro l’imbarcazione all’interno delle acque territoriali indiane. La versione dei nostri soldati, invece, nega gli spari ad alzo d’uomo e, soprattutto, afferma che l’incidente sia avvenuto all’interno della Zona Economica Esclusiva indiana che, da diritto internazionale, fa comunque parte delle acque internazionali. La controversia, inoltre, verte sul fatto che la giurisdizione in acque internazionali sia dello Stato della bandiera dell’imbarcazione da cui sono partiti i colpi, anziché di quella a cui i colpi sono effettivamente arrivati – anche se, su questo particolare, la giurisprudenza sarebbe piuttosto ondivaga.

In ogni caso, la complessità della questione, unita al clima di esasperazione con cui l’opinione pubblica indiana ha nell’immediato accolto i fatti, ha ammorbidito l’iniziale posizione delle autorità indiane. Infatti, dopo la concessione degli arresti domiciliari, la Corte Suprema indiana ha stabilito, con una sentenza dello scorso 18 gennaio, che il governo di New Delhi avrebbe dovuto istituire un tribunale speciale per affrontare il caso.

A questo tipo di soluzione avevano contribuito anche le vive proteste della diplomazia italiana, espresse in tutte le sedi. Proteste che, in quel momento, erano l’unica arma a disposizione per affrontare una tematica così spinosa che – a conti fatti – rappresenta un caso con pochi e non perfettamente collimanti precedenti. Sarebbe stata impensabile una soluzione “all’americana”, una fantomatica incursione di reparti speciali italiani per recuperare e mettere in salvo i nostri soldati, come richiesto con voce stridula dalla pancia dell’opinione pubblica italiana.

Un’operazione speciale di questo genere sarebbe stata oggettivamente troppo complicata e avrebbe comunque annichilito i rapporti tra il nostro Paese e l’India, la quale, forte del suo miliardo di abitanti e del suo ruolo di super-potenza economica e militare in nuce, rappresenta comunque un partner commerciale di livello con cui l’Italia lavorava per rafforzare i rapporti commerciali (va ricordato che per Confindustria il 2011 è stato “l’anno dell’India”).

La diatriba politica, le tensioni diplomatiche e l’unicità della situazione, come detto, avevano spinto verso una soluzione di compromesso rappresentata dal tribunale speciale. Tribunale che, come giustamente ha fatto notare il Ministero dell’Interno nella nota diramata due giorni fa, non si è mai insediato. Questa inerzia, dunque, unita a quanto le autorità italiane hanno sempre vivacemente dichiarato (giurisdizione del nostro Paese, nebulosità delle verifiche radar fatte dagli indiani per stabilire la posizione dell’Enrica Lexie), hanno portato alla decisione di trattenere i Latorre e Girone in Italia.

Occorre dire che, un giorno prima della mossa della Farnesina, il direttore generale per l’Occidente del ministero degli Esteri indiano Sudhir Vyas aveva confermato che le procedure di instaurazione di questo tribunale fossero finalmente partite, anche perché la Corte Suprema indiana aveva precedentemente avuto modo di bacchettare il governo per la propria inoperosità sul tema. Ora, dunque, i marò sono in Italia per restarci e il Ministero degli Esteri, che ha rimarcato di aver sempre sostenuto l’India stesse violando il diritto internazionale, “in particolare il principio dell’immunità dalla giurisdizione degli organi dello Stato straniero e le regole della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (Unclos) del 1982”, si è dichiarato disposto ad affidare la questione a un arbitrato internazionale.

Questo con buona pace degli indiani che hanno accolto il fatto come uno “schiaffo” da parte di uno Stato Occidentale a una ex-colonia. Con buona pace, sia del premier indiano Manmohan Singh che del chief minister del Kerala, Oommen Chandy, che hanno parlato di decisione “inaccettabile” e con buona pace delle opposizioni che accusano l’Italia di considerare l’India “una repubblica delle banane”. Sapessero…


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

One Response to “Dopo un estenuante tira e molla, sarà un arbitrato a decidere il futuro dei nostri marò”

  1. Andrea B. scrive:

    Mi sembrava di ricordare che la Corte Suprema indiana avesse stabilito che l’incidente (sempre se sia successo, visto che è ancora da dimostrare che in nostri fucilieri abbiano sparato a “quel” peschereccio) era avvenuto nella c.d. “zona contigua”, prospiciente al mare territoriale di uno stato e dove i poteri dello stesso sono molto attenuati e limitati ad operazioni di repressione di traffici illegali.

    Da qui ‘incertezza del diritto, ma il fatto che la Suprema Corte avesse affidato l’incarico ad una corte ad hoc INDIANA di determinare se l’India avesse sovranità nella sua “zona contigua” per tale caso, era cosa ridicola ed inaccettabile in sè, anche per la nostra balbettante diplomazia (altro che protestare per ritardi nell’insediamento della corte stessa).

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