di PIERCAMILLO FALASCA – Scherza con il fuoco Beppe Grillo quando parla di una “Italia de facto fuori dall’euro“: che l’Italia finisca per trascinare l’intero continente nel baratro è una paura diffusa, che ovviamente rinvigorisce nell’opinione pubblica nord-europea (e in quache governo) la tentazione di “mollare” la Penisola al suo destino.

Dopo molti mesi trascorsi ad evitare il peggio, con un aumento della pressione fiscale e una politica di austerità sui conti pubblici che ha inevitabilmente danneggiato l’economia reale ma ha permesso all’Italia di guadagnare tempo per le riforme e autorevolezza sul tavolo europeo, rischiamo di dissipare i sacrifici compiuti sull’altare di un impazzimento collettivo, elettorale e post-elettorale. L’ingovernabilità non è la conseguenza immediata del risultato del voto e del pareggio al Senato, quanto dell’assenza nei partiti politici – una volta emerso quel risultato – di leadership forti, credibili e capaci di affrontare l’opinione pubblica e il proprio elettorato con un linguaggio di verità. La difficoltà (o la quasi impossibilità) di una grande coalizione trova origine nel fondamento anti-berlusconiano del centrosinistra e nella mancanza di una concreta cultura di governo da parte degli esponenti del PdL. Il contorno di questo piatto succulento, poi, è giocato dalla magistratura, troppo spesso emendatrice di sentenze di primo grado che, in attesa di stravolgimenti in appello o in Cassazione, ben si prestano ai peggiori cliché del Cavaliere sui “giudici comunisti”.

Tutto ciò considerato, l’uscita dell’Italia dall’euro è una prospettiva ancora remota, ma ha ormai abbandonato il campo dell’irrealtà, per un paese che – incapace di mettere seriamente mano alle riforme economiche ed istituzionali di cui ha drammaticamente bisogno – potrebbe iniziare a considerare come unica chance di salvezza una svalutazione competitiva accompagnata da una ristrutturazione parziale del suo debito. I costi di una siffatta soluzione sarebbero evidentemente scaricati sulle generazioni future, con un ritorno in grande stile della filosofia  della democrazia acquisitiva dei decenni passati.

Un recente sondaggio di Renato Mannheimer sulla permanenza dell’Italia nell’area euro, stima al 70 per cento la quota di italiani favorevoli alla moneta unica, una percentuale che addirittura superiore tra gli elettori del M5S (73 per cento). Eppure non è da escludere che una campagna molto massiccia, dagli accenti qualunquisti come solo quelli di Beppe Grillo sanno essere, possa modificare la sostanza di questi numeri. Che sia o meno indetto un referendum, è certo che sventolare il tema della moneta unica rischia di essere il prossimo paravento dietro cui nascondere le scelte responsabili che il Paese dovrebbe assumere. Non appena si sgonfierà la bolla mediatica sui “costi della politica”, insomma, potrebbe essere proprio l’avversione all’euro il prossimo potente strumento di consenso di Beppe Grillo. E non solo.

Quale migliore “nemico” di una moneta unica che può essere raccontata come imposta dallo “straniero”, magari in un vertice del Bilderberg, una valuta che nei ricordi degli italiani si sovrappone temporalmente all’epoca della stagnazione e poi della crisi?