La marcia sul Tribunale e quella sul Palazzo. Quanto si somigliano, Alfano ed Ingroia

di CARMELO PALMA – La sceneggiata politico-giudiziaria sulla piazza milanese, con centinaia di protagonisti accorsi sul palcoscenico a pronunciare il fatidico “presente!”, complica i giochi su quella romana, dove le truppe del Cav. marcano visita, come il loro comandante in capo e preferiscono opporre un legittimo (e risentito) impedimento alla corvèe democratica cui li chiamerebbe, in teoria, l’etica del mestiere (ma etica, ci rendiamo conto, è una parola grossa).

Lo showdown giudiziario contro il leader del PdL mischia così le carte di una legislatura nata (quasi) morta e seppellita (quasi) viva in questo gioco a nascondino tra Berlusconi, i suoi accusatori e i suoi giudici e affretta un esito, il ritorno al voto, razionalmente preferibile al nulla di fatto in cui rischiano di consumarsi settimane di non governo. Da questo punto di vista, potrebbe quindi dirsi: ex malo bonum.

Il problema è che neppure con la legislatura finirà l’impressione che nel corpo a corpo tra Berlusconi e i suoi giudici “naturali” (quelli milanesi, ma non solo), non sia possibile tracciare un confine tra la ragione e il torto e tra l’uso e l’abuso di diritto. Berlusconi non è mai stato un imputato normale e molti dei suoi giudici – poi scesi perfino in politica, col proposito esplicito di fargli la guerra – hanno fatto di tutto per dimostrare come non fosse (né dovesse essere considerato) tale, ma costituisse in sé un’emergenza – civile e criminale, economica e politica – suscettibile di un trattamento “speciale”.

Da parte sua Berlusconi ha approfittato dell’eccezione per rivendicare il diritto eccezionale a una giustizia su misura, quanto più smisurato e personale diventava il pedinamento “scientifico” della sua vita pubblica e privata (che ha continuato peraltro ad offrire, su entrambi i versanti, fin troppo motivate ragioni di indagine). Così oggi – in questa guerra dei vent’anni che si trascinerà finché Berlusconi potrà rispondere in giudizio, gli auguriamo ancora per molto – l’accusato e i suoi accusatori sembrano due facce di una stessa medaglia, due risvolti della stessa anomalia, due conseguenze sbagliate dello stesso errore, da cui l’Italia non potrà affatto liberarsi facendo fuori il primo o rimettendo al loro posto i secondi.

Una normalità democratica nei rapporti tra politica e giustizia non sembra possibile e neppure legittima. L’esigenza di prendere parte tra una giustizia disinvolta e combattente e una politica impettita, schierata a difesa del “sovrano”, intrappola la discussione in una strada senza uscita e in equivoco senza fine. Ma dei politici che marciano sul tribunale e dei magistrati che marciano sulla politica la cosa più impressionante non è quanto si odino, bensì quanto si somiglino. Per questo è così importante (anche se inutile) sforzarsi di non somigliare loro – nè ad Alfano, nè ad Ingroia – e uscire dalla gabbia degli uguali e dei contrari della giustizia politica.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

3 Responses to “La marcia sul Tribunale e quella sul Palazzo. Quanto si somigliano, Alfano ed Ingroia”

  1. Lorenzo scrive:

    Importante non somigliarsi e non mischiarsi. Quindi basta ad appelli di dialogo e governo con il pdl.
    Pensiamo ad altro. Ad esempio, c’e’ spazio per un partito di destra liberale che non voglia avere nulla a che fare con la peggior politica (cioe’ quasi tutta) della prima e seconda repubblica?
    Grazie

  2. Carlo scrive:

    voi non capite:l’arresto di Berlusconi e’ necessario.”Meglio che muoia un solo uomo e non perisca la nazione intera”(Vangelo di Giovanni).”Muoia”ovviamente va qui considerato in senso metaforico

  3. elenasofia scrive:

    Anche qui si vogliono mettere sullo stesso piano perseguitati e persecutori, nonostante che non si sia potuto fare a meno di riconoscere che chi ha perseguitato Berlusconi è stato premiato dai comunisti.Quindi sono loro che dovrebbero farsi da parte, non lui.

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