– Dell’abolizione delle province si parla dall’inizio del 900’. Circa un secolo fa, l’allora sindaco di Milano, il socialista Emilio Caldara, le definì “enti buoni solo per i manicomi e le strade”. Non gli si può dar torto, se si considera che, fino agli anni Ottanta, le province si sono occupate per lo più di strade, assistenza psichiatrica e infanzia abbandonata. Nel frattempo, però, i numeri forniti dalla Corte dei Conti dal 2000 al 2005 ci rivelano che la spesa gestita a livello provinciale è passata da 10 a 17 miliardi di euro, con una crescita del 70 per cento.

Sono anni che l’abolizione delle province viene evocata da numerosi e autorevoli costituzionalisti e opinionisti, ma fino ad oggi la nostra classe politica non ha mai messo questo tema seriamente in discussione.

Con il passare degli anni, in particolare negli ultimi dieci, le competenze e le funzioni attribuite alle province sono invece aumentate di molto, insieme al loro personale politico. In quest’ultimo possiamo annoverare un numero considerevole di burocrati, consulenti, assistenti e portaborse: un esercito di 3 mila persone che, all’esistenza delle province deve carriere e stipendi. Considerando le singole cariche elettive, le province ci costano 120 milioni l’anno. Gli stipendi dei dipendenti provinciali, che sono per l’esattezza 62 mila, costano alle casse dello stato 2 miliardi di euro l’anno.

Per uscire dalle sabbie mobili dello spreco, è fondamentale che i professionisti della politica, ovvero coloro che permettono tutto questo, si rendano conto che, ad attirare il consenso dei cittadini è la virtù e non il vizio. Memorabile è il settimo dei dodici punti che ha dettato Romano Prodi dopo una crisi di governo: “Azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica e della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (i costi della politica, ndr). Un impegno notevole che, guarda caso, si è ridotto a poco o niente e per giunta durante un governo sempre in affanno.

Del resto, i 3 milioni e mezzo di statali, sommati a milioni di familiari, rappresentano per i partiti una preda ambitissima da catturare a tutti i costi. Non per niente, per cercare di compiacere la categoria di cui sopra, la politica le ha concesso degli aumenti salariali che il privato nemmeno si sogna.

I dati Istat, infatti, ci rivelano che negli ultimi anni gli stipendi dei dipendenti pubblici hanno accumulato un vantaggio di 15 punti rispetto al privato. Tra il 1995 e il 2005, tra l’altro, i redditi da lavoro dipendente nella pubblica amministrazione hanno registrato un aumento del 30,8 per cento, mentre i redditi da lavoro dipendente nell’industria sono aumentati solo della metà, ovvero del 15,5 per cento.

In buona sostanza, le riforme italiane, se così si possono chiamare, aggiungono soltanto senza eliminare mai. Gli organismi pubblici si raddoppiano in quantità, le regioni e province, che abbiamo visto essere fonte di numerosi sprechi e clientele, coesistono. Le province, anziché essere ridotte nel numero, aumentano costantemente, assemblando pezzetti di territorio un po’ qua e un po’ là. Durante il terzo governo Berlusconi, in poco più di un anno sono stati presentati 43 progetti di legge per l’istituzione di 24 nuove province, con una perfetta distribuzione bipartisan da destra a sinistra e da Nord a Sud.

Nell’istituzione provinciale vi è, fra i tanti, un altro elemento negativo: come affermano i giornalisti Nicola Porro e Sergio Rizzo, “le province potrebbero essere imputate di “associazione esterna allo spreco”, per il fatto di rappresentare l’entità territoriale e giuridica su cui gli altri enti pubblici organizzano la capillarità dei loro uffici”.

L’analisi della spesa provinciale degli ultimi 10 anni porta a conclusioni sconfortanti. Vi è un costante aumento di costi anche a causa di rimborsi e prestiti che servono essenzialmente a coprire la differenza, che si ripropone ogni anno, fra entrate e spese. Basti pensare che negli ultimi anni la voce “rimborso prestiti” è arrivata a quota un miliardo di euro.

Nel novembre 2012, durante il governo tecnico di Mario Monti, si è  cercato un’ennesima volta di abolire le province, ma senza successo: i partiti hanno fatto saltare l’iter del decreto che prevedeva l’accorpamento degli enti locali. L’allora Ministro Patroni Griffi ha dato sfogo alla sua frustrazione: “Noi ci siamo assunti una grossa responsabilità, adesso tocca ai partiti, che però cincischiano e perdono tempo“. Evidentemente, ritengono che sia nel loro interesse che le cose restino così come sono. Tutti i partecipanti alle riunioni della commissione Affari Costituzionali, infatti, hanno concordato sul fatto che le province non si tagliano.

Sappiamo com’è finita. La prolungata impotenza dei partiti a cambiare le cose ha portato allo stallo attuale. “A che servono i prefetti?”- chiede il comico genovese Beppe Grillo, attuale leader del Movimento 5 Stelle– “non firmano più nemmeno le patenti. Perfino le carte d’identità sono diventate elettroniche. Ma cosa faranno mai tutto il giorno? Resettiamo, resettiamo!