di LUCIO SCUDIERO – All’indomani della sconfitta elettorale, Bersani non si è dimesso. Matteo Renzi, probabilmente, lo avrebbe fatto lasciando ad altri la scena.

Sul tema del finanziamento pubblico, il sindaco di Firenze è chiaro e netto, pienamente in sintonia con gli Italiani e quel referendum tradito ormai per vent’anni. Gli argomenti usati dai suoi colleghi di partito, segretario in testa, rivestono nient’altro che l’ottusa ostinazione di un apparato che rifiuta la contaminazione ideologica, teme la competizione in campo aperto, anche sui soldi, e la trasparenza che l’accompagna, e confida nell’indulgenza degli Italiani al luogo comune del “povero Cristo che non fa politica senza i rimborsi pubblici”. Niente di più falso e smentito dai fatti. A parte la controprova Movimento 5 Stelle, che comunque adesso comincia a fare i conti coi soldi e pare essersi già risvegliato dalla favola di una politica francescana, leggera come un meetup e cheap quanto un gruppo su Facebook («Non bisogna rimetterci di tasca nostra»), non ci sono molti esempi di start up politiche il cui successo sia stato favorito dai soldi pubblici, perchè le barriere all’ingresso del mercato politico restano alte e sono erette per favorire chi è già dentro, come Bersani e i suoi, proteggendoli dalla competizione.

Il sindaco di Firenze, che della competizione politica è l’emblema vivente, lo sa e può permettersi di sfidare il PD su un tema scabroso e senza inseguire l’antipolitica, perchè il problema del finanziamento pubblico preesiste a Grillo e conosce soluzioni molto più virtuose, morigerate e rispettose del pluralismo: soldi privati trasparenti e robustamente detassati. Se il PD non fosse quel che è, cioè un presidio di autoconservazione che pretende l’immunità dalla Storia,  lo avrebbe già chiesto da tempo.

Come avrebbe già chiesto da tempo nuove elezioni, sfidando nel Paese il Paese che ha dato a Grillo e Berlusconi la maggioranza assoluta dei voti, bloccandone le istituzioni. Anche questo Renzi sa, e non teme.

C’è un unico problema, in Renzi. Che è uno e sta a sinistra. Se avesse qualcuno che gli assomigliasse negli altri due terzi di agone politico oggi staremmo raccontando una storia diversa e un paese diverso. Ma questo non è un problema suo, bensì nostro, e per nostro intendo di tutti coloro che non saranno mai di sinistra perchè mai socialisti, nè berlusconiani per la stessa ragione (e per innumerevoli altre).

Intanto potremmo cominciare col ristabilire il primato della responsabilità, individuale e collettiva, degli Italiani. Tornare al voto, e capire se gli Italiani “ci sono o ci fanno”.