In seguito all’esito inconcludente delle elezioni del 24-25 febbraio, sono in molti a scommettere che il paese sia desinato a tornare presto al voto. Una delle questioni che è già entrata nel dibattito è se sia eventualmente il caso di andare a votare con questa stessa legge elettorale oppure se, al contrario, solamente una riforma elettorale possa fare in modo che nuove elezioni sortiscano un esito diverso. Il rischio, nei fatti, è che gli attuali meccanismi da un lato generino alla Camera una maggioranza a tavolino poco rappresentativa del voto popolare, dall’altro rendano comunque estremamente problematico il conseguimento di una qualsivoglia maggioranza al Senato.

In realtà di cambiare il Porcellum si parla già da tanto, ma non è mai stato trovato un accordo sufficientemente ampio per mettere mano alla materia.
Il momento, oggi, potrebbe essere propizio anche in virtù della sostanziale parità a livello di forza elettorale tra centro-destra e centro-sinistra. In altre fasi, in cui una delle due coalizioni si trovava in una condizione di maggiore forza rispetto all’altra, una modifica del sistema elettorale era destinata evidentemente a favorire uno dei due poli a sfavore dell’altro o viceversa.
Nell’attuale situazione di potenziale parità, gli esiti di una riforma potrebbero essere considerati a priori neutrali, rispetto alle convenienze immediate dei singoli partiti. Così, è in teoria possibile che PD e PDL possano addivenire ad un accordo.

All’atto pratico, in questo momento, si può mettere mano al sistema elettorale fondamentalmente in due direzioni. La prima, più prudenziale, è quella di un ritorno nella sostanza al modello puramente proporzionale della Prima Repubblica. Sarebbe una riforma che assicurerebbe a partiti tradizionali la possibilità di preservare la propria imprescindibilità per la formazione di un governo e che al tempo stesso metterebbe fine alla dinamica bipolare dell’ultimo ventennio.

Evidentemente la scelta di un sistema proporzionale sarebbe la scelta di un pareggio permanente, di un modello di democrazia bloccata fondata su un’alleanza consociativa tra i partiti mainstream e su una opportuna conventio ad excludendum nei confronti delle forze antisistema. Un assetto di questo tipo rischierebbe, tuttavia, di acuire la crisi di legittimazione della politica, in quanto avrebbe il sapore di un’operazione puramente difensiva e di autoconservazione delle classi politiche dei vecchi partiti.

L’alternativa è, invece, quella di scommettere su un modello di democrazia competitiva, puntando su un sistema elettorale che non sconfessi il concetto di bipolarismo, ma che permetta a tale concetto di declinarsi in modo più efficiente di quanto non sia avvenuto fino a questo momento. In questi giorni, in effetti, molti stanno ricominciando a parlare di sistema elettorale uninominale, ma quasi sempre lo fanno in riferimento al modello di doppio turno alla francese – un modello che, tra l’altro, da sempre piace molto al PD.

La strada dell’uninominale sembra saggia; tuttavia il modello a doppio turno presenta parecchi limiti, non ultimo quello di essere assolutamente inefficiente rispetto alla missione che parecchi vorrebbero affidare ad esso – cioè quella di “disinnescare” il fenomeno Grillo.
 Infatti uno dei maggiori difetti del sistema francese è che non presenta alcun incentivo al voto utile; anzi dato che la percezione generale è che il turno fondamentale sia il ballottaggio, la gente tende ad usare il primo turno per esprimere un voto “di pancia”; così alla fine si regala un boom permanente ad “estreme” (trotskisti e Le Pen vari) che non troverebbero spazio con altri sistemi elettorali.

In Italia l’esito di un simile modello potrebbe essere persino paradossale; non solo spingerebbe i candidati grillini al ballottaggio in buona parte dei collegi, ma verosimilmente consegnerebbe loro anche la vittoria. Ha torto Giovanni Sartori quando sostiene che la gente non voterebbe al secondo turno per un grillino sconosciuto; al contrario se un candidato del Movimento 5 Stelle andasse al ballottaggio contro il PDL sarebbe probabilmente votato in massa dagli elettori di centro-sinistra in chiave antiberlusconiana e se andasse al ballottaggio contro il PD sarebbe votato in massa dagli elettori berlusconiani, come è del resto già avvenuto con Pizzarotti a Parma.

Nei modelli a turno unico gli elettori invece sanno che quando si vota si decide sul serio e quindi – in Gran Bretagna, in Canada o negli Stati Uniti – la scelta è sempre tra due/tre proposte vere per il governo del paese e non c’è mai spazio per forze puramente protestatarie. Per di più, il fatto che le elezioni si vincano con il 40-50% dei voti spinge i partiti ad essere plurali ed inclusivi ed ad evolvere con la società per restare nel tempo effettivamente rappresentativi, mentre l’incentivo in tal senso è molto minore in un paese come la Francia, dove presidiare un quarto dell’elettorato può essere sufficiente per mandare Hollande all’Eliseo.Questi aspetti depongono fortemente a favore del turno unico alla Westminster – il cosiddetto first past the post  – in virtù degli esiti e delle dinamiche che esso determina.

Rispetto al Porcellum attualmente in vigore, il modello Westminster avrebbe vantaggi non indifferenti. Presenterebbe, ad esempio, un forte incentivo a polarizzare il voto a favore di chi corre effettivamente per vincere; al contrario l’attuale modello prevede troppi “premi di consolazione” – così c’è chi corre per vincere, chi corre per essere ago della bilancia, chi corre per entrare in parlamento superando lo sbarramento del 4% e così via… In un sistema elettorale uninominale a turno unico non è previsto un premio di maggioranza, ma i suoi effetti sono comunque chiaramente maggioritari; nei fatti quando un partito prende un certo vantaggio sugli altri, questo vantaggio risulta amplificato in termini di seggi – così che quasi sempre dalle elezioni esce un esito univoco. Al tempo stesso la traduzione dei voti in seggi non prende la forma distorsiva ed artificiosa che ha nel Porcellum. In Gran Bretagna certamente uno swing dello 0,3% potrebbe far cambiare colore ad alcuni collegi marginali, ma non potrebbe mai spostare da solo 220 seggi come è avvenuto nelle nostre elezioni di due settimane fa.

Infine, l’uninominale consentirebbe agli elettori di vagliare individualmente i singoli candidati e quindi potrebbe contribuire a ridurre il deficit di rappresentatività di un parlamento frutto di liste bloccate compilate con criteri cesaristi. C’è anche da pensare che in questa fase politica l’elettorato farebbe un maggior utilizzo del proprio potere di scrutinio dei candidati rispetto all’esperienza del mattarellum. A differenza di qualche anno fa, ora il voto è più libero e più fluido e questo fa sì che i collegi “sicuri” – quelli dove si potrebbe far eleggere senatore anche un cavallo – non sarebbero poi moltissimi.

Insomma, forse c’è lo spazio, oggi, per riprendere quella battaglia per un sistema elettorale anglosassone/americano che negli anni ’90 sembrava ben avviata, ma che in realtà ha poi dovuto soccombere nel dibattito rispetto a modelli elettorali “barocchi” fatti apposta per fare tornare di volta in volta i conti di chi li proponeva.