di LUCA MARTINELLI – Mentre da noi il problema della governabilità rischia di restare tale per molti mesi ancora, in Ungheria il problema sta proprio nell’enorme maggioranza di cui dispone il Governo di centro-destra di Viktor Orbán. O meglio, nell’uso che il Primo ministro ungherese ne sta facendo: l’ultima iniziativa di “Viktator” – come lo chiamano i suoi detrattori – è quella di inserire direttamente in Costituzione alcuni “provvedimenti di transizione”, ritirati o bocciati dalla Curia (la Corte costituzionale magiara).

Cominciamo dall’inizio. Il partito del Primo ministro ungherese, Fidesz, dispone di 262 seggi su 386, pari al 67,88% circa dei parlamentari, in seguito alla impressionante vittoria conseguita alle elezioni del 2010: il 52,73% dei voti totali andò al movimento di Orbán, mentre i socialdemocratici del MSZP – partito di Governo uscente – registrarono un crollo di oltre 20 punti (dal 40,3% al 19,3%), pagando lo scandalo Gyurcsány del 2006 e la pessima gestione della crisi economica. Completa il quadro la crescita dell’estrema destra: i nazionalisti di Jobbik presero il 16,67% (e 47 seggi).

Era normale che l’Ungheria decidesse di passare a destra, tanto che già i sondaggi assegnavano a Fidesz la maggioranza qualificata dei due terzi in Parlamento, dando loro anche la possibilità di cambiare la Costituzione. Quella della Carta fondamentale è sempre stata una questione delicata: il Paese fu l’unico fra gli ex-membri del Patto di Varsavia a non sostituire completamente la Costituzione di stampo comunista, ma semplicemente a riformarla quel tanto che bastava per permettere la transizione verso la democrazia. Un compromesso che non tutti gli ungheresi hanno accettato di buon grado in questi anni.

Con la vittoria schiacciante ottenuta, Orbán ha potuto dunque stendere una propria bozza di Costituzione senza doversi preoccupare di mercanteggiare con l’opposizione, che dal canto suo ha preferito disertare i lavori. Nonostante le forti proteste di piazza, la nuova Costituzione fu definitivamente promulgata il 25 aprile 2011, segnando così una svolta marcatamente confessionale e nazionalista del Paese. Un ulteriore segnale di una situazione che stava andando sempre più fuori controllo, dopo l’approvazione di una vera e propria “legge bavaglio” e dopo l’incremento delle violenze contro la minoranza rom, contro cui il Governo ha fatto poco e niente.

Orbán ha ovviamente continuato negli ultimi mesi a usare la propria maggioranza per provare a far passare proposte “borderline, come quella sulla registrazione pre-voto obbligatoria (di persona o elettronicamente), pena la perdita del diritto di voto stesso, oppure la nuova legislazione sul riconoscimento delle confessioni religiose. Il Governo ha fatto marcia indietro sulla prima solo a fronte di notevoli proteste di piazza, mentre la seconda è stata cassata dalla Corte costituzionale.

Il problema è che queste leggi ritirate o bocciate adesso stanno per essere costituzionalizzate: gli emendamenti alla Costituzione devono essere ancora approvati (la votazione è prevista per la prossima settimana), ma ci sono pochi dubbi sul fatto che, se presentati, passeranno senza problemi, dal momento che sono stati sottoscritti da tutti i deputati della maggioranza.

In estrema sintesi (un analisi approfondita, purtroppo in inglese, è disponibile qui), il Governo intende: introdurre la possibilità di ridimensionare la libertà d’espressione per difendere la dignità “della Nazione, dello Stato e della persona” (dati i precedenti, è una formulazione che non fa ben sperare); ridurre il margine di manovra della Corte costituzionale nella valutazione degli emendamenti alla Costituzione stessa e delle leggi; limitare lo status di “famiglia” solo a quelle coppie eterosessuali che si sposano per fare figli (con possibili ripercussioni sulle coppie con figli “pregressi”); ripristinare la legislazione sulle confessioni religiose, di cui abbiamo accennato sopra e che la Consulta magiara ha bocciato; definire il vecchio Partito Comunista (oggi trasformatosi in MSZP) una “associazione criminale”, rendendo teoricamente possibili dei processi “politici” nei confronti delle opposizioni; introdurre l’obbligo per lo Stato di trovare una sistemazione appropriata per i senzatetto; subordinare il finanziamento statale delle borse di studio universitarie al fatto che lo studente sarà costretto a lavorare per un certo periodo in Ungheria per “ripagare il debito”.

Il Governo, interpellato da una fonte in loco, ha ovviamente difeso le proprie posizioni. Non è dunque vero che la Curia vedrebbe ridotti i propri poteri, anzi: lo scopo, secondo il ministro degli Esteri Martonyi, è quello di permettere alla Corte di analizzare dal punto di vista procedurale (ma non sostanziale) gli emendamenti alla Costituzione, così come di assegnare al Presidente e al Procuratore capo la possibilità di sollevare dubbi di costituzionalità sulle leggi.

Riguardo la questione religiosa, l’esercizio della religione continua a essere permesso, mentre viene semplicemente rivista la pratica di accesso alle esenzioni garantite dalla legge. La norma sui senzatetto va, poi, interpretata come misura per tutelare l’ordine e la sanità pubblica e come mezzo per garantire aiuto a coloro che non hanno mezzi di sopravvivenza. Infine, per quel che riguarda gli universitari, la norma viene spiegata così: “se la borsa di studio è coperta integralmente dallo Stato, lo Stato dovrebbe dovrebbe poter vedere un ritorno per il paese di questo investimento”, fermo restando che gli studenti sono autorizzati a pagarsi da sé l’università. Nessun commento è stato rilasciato sugli altri provvedimenti.

La strategia governativa, come si vede, è simile a quella che venne tenuta anni fa sulla “legge bavaglio”: produrre norme dalla formulazione molto ambigua, rassicurare i partner europei sulla piena legittimità delle norme, senza mai però entrare nel dettaglio delle stesse, e invocare a gran voce il rispetto della sovranità nazionale appena le critiche entrano nel merito. Non è un caso dunque che il Consiglio d’Europa si dica preoccupato e chieda che gli emendamenti vengano prima valutati dalla Commissione di Venezia, ossia dalla commissione consultiva in materia costituzionale dell’organizzazione.

Lascia invece perplessi il comportamento dell’Unione Europea, che anni fa non si fece scrupolo di sospendere l’Austria solo perché il FPÖ di Jörg Haider divenne forza di Governo e che, invece, in questa situazione non sta facendo altro che protestare verbalmente. Probabilmente, si intende aspettare l’anno prossimo, quando ci saranno le elezioni generali: il problema è che i sondaggi danno l’idea di un Paese dove quasi 4 ungheresi su 10 non sanno chi votare, mentre la destra appare sempre in vantaggio rispetto ai socialisti (pur senza i numeri di oggi, ovviamente).

Il sospetto è che, siccome l’Ungheria non è (ancora) parte dell’Eurozona, il Paese faccia parte di una “seconda fascia” abbandonata a sé stessa. Ci auguriamo di vedere smentito questo sospetto presto, prima che vengano approvate ulteriori norme che, in futuro, saranno difficili da rimuovere senza un accordo di larghe intese.


L’autore intende ringraziare Claudia Leporatti per il prezioso aiuto fornito nella stesura dell’articolo.