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Cosa sta succedendo in Belgio / 2

– Mentre in Italia la secessione è un concetto sbandierato, ma mai implementato, il rischio della definitiva implosione della monarchia federale in Belgio si fa sempre più concreto. In questo fine settimana, Libertiamo propone un intervento in due parti (la prima pubblicata ieri) dell’ex-europarlamentare radicale Olivier Dupuis, pubblicato originariamente sull’edizione francese dell’Huffington Post, che ci spiega quali sono gli scenari che ci aspettano di qui alle prossime elezioni generali di giugno 2014.

2ª parte – “Il piccolo orso belga dice no”(1)

Le grandi riforme istituzionali che hanno scandito il processo di (con)federalizzazione del Belgio hanno quindi finito per confortare una linea di divisione delle acque: su un versante i fiamminghi, sull’altro i francofoni, lasciando una mezza porzione alle velleità di autonomia dei brussellesi (2) che dovranno aspettare il 1989 per ottenere uno statuto di autonomia al ribasso, dove le Comunità fiamminga e francofona, per conto delle Fiandre e della Vallonia, restano padrone di numerose competenze, fra cui l’educazione, la cultura e alcuni ambiti della sanità.

Oggi siamo sempre lì. Questo è tanto più anacronistico, se si pensa che la specificità secolare brussellese – questo gusto per i miscugli, les zinneke,(3) i bastardi… – si è rinnovato con l’apporto di nuove popolazioni: gli “Europei” sin dalla fondazione della CECA e poi della Comunità Europea negli anni cinquanta; i cittadini italiani e spagnoli nelle miniere, i marocchini, i turchi che sono venuti a dar mano forte allo sviluppo economico del Belgio sin dalla fine degli anni sessanta; infine i polacchi, bulgari, rumeni dopo la caduta del muro di Berlino e i congolesi, in seguito alla discesa negli inferni del loro Paese.

Nella Regione brussellese, il 7% dei genitori parla l’olandese, il 56,8% il francese, l’8,6% l’olandese e il francese, l’11,3% il francese e un’altra lingua, il 16,3% un’altra lingua.(4) Per quanto riguarda le lingue più parlate nella città-regione di Bruxelles nel 2006, sono il francese parlato dal 95,55%, l’inglese dal 35,40%, l’olandese (fiammingo) dal 28,23%, lo spagnolo dal 7,39%, l’arabo dal 6,36%, l’italiano dal 5,72%, il tedesco dal 5,56%”.(5) Tutt’altro quindi che una città-regione bilingue, oppure una città-regione francofonissima come alcuni la dipingono.(6)

Nella grande periferia brussellese situata nella Regione fiamminga, l’olandese (fiammingo) è la lingua materna per il 56,6% degli abitanti, il francese per il 24,9%, l’inglese e il tedesco per l’1,9%, un’altra lingua per il 16,7%.(7) Per quanto riguarda la grande periferia francofona, situata nel Brabante vallone, non c’è a disposizione nessun studio di questo tipo, ma alcune informazioni lasciano intendere che i comuni in questione(8) conoscono anch’essi un fenomeno di internazionalizzazione.

Se è incontestabile, lo abbiamo visto, che non è la lingua che riunisce i brussellesi, quali sono allora gli elementi che gli uniscono, che cos’è che le fa sentirsi a casa, membri di una stessa comunità territoriale, eredi di stesse tradizioni? La molteplicità delle lingue, senza dubbio. La convinzione con Jorge Semprun(9) che, in fin dei conti, ciò che importa non è la lingua, ma il linguaggio. Una certa ironia bonaria, una certa propensione all’auto-derisione, di cui il Manneken Pis costituisce una buona rappresentazione. La coscienza, anche, di accogliere, senza averlo né voluto, né davvero meritato, la capitale dell’Unione europea. Un approccio urbanistico anarchico altrettanto per gusto che per lassismo. La percezione netta di trovarsi all’incrocio delle culture germaniche e latine. Bruxelles è un po’ tutto questo e molte altre cose ancora. In ogni caso, un cocktail relativamente attrattivo visto che la sua popolazione non smette di crescere.(10)

Agli antipodi di questo riconoscimento del dato di fatto brussellese, il Belgio francofono resiste ancora e sempre. 50 anni di confronto blocco contro blocco, fiamminghi contro francofoni, non può non lasciare delle tracce. Molti piccoli orsi belgi continuano a dire no. A cominciare dai presidenti dei partiti francofoni, rannicchiati sulla loro linea Maginot: la difesa indefettibile dell’alleanza Vallonia-Bruxelles contro i fiamminghi. Ma delle fessure cominciano ad apparire. Lo “stato profondo” si divide. Alcuni considerano che le atouts di sempre – l’impossibilità di risolvere la questione brussellese e l’ostilità dei partner europei a una implosione dello Stato come garante della permanenza del Belgio – siano diventate molto fragili di fronte alla forza crescente degli indipendentisti fiamminghi della N-VA. Cosi il giornale Le Soir, espressione più compiuta dell’establishment francofono belga, sta operando una svolta rimarcata. Tramite la sua editorialista in capo, sta dando un nuovo “la”: “Bruxelles non appartiene né al Nord né al Sud“.(11)

Rimangano i due tabù già evocati. Quale territorio, quale regime linguistico perché questa terza via fosse percorribile a tutti gli effetti? E quali garanzie dare agli uni e agli altri perché questa terza regione non si trasformi in un’alleata dell’uno contro l’altro? Se comunicare è l’essenziale, le autorità brussellesi potrebbero prendere atto di una situazione di fatto. L’inglese, la lingua di comunicazione nelle istituzioni europee e internazionali (la Nato), lingua di comunicazione (lo abbiamo visto) per il 32% della popolazione, potrebbe opportunamente diventare la terza lingua ufficiale della Regione. E perché no, a termine, una lingua di comunicazione tra fiamminghi e francofoni.

Spostare le frontiere. Un esercizio dove la classe politica belga ha innegabilmente una certa esperienza. Trent’anni fa, ha tagliato il Belgio in due pezzi con l’obbiettivo che di farli diventare linguisticamente omogenei. Con regolamentazioni di ogni genere hanno finito per diventarlo, quanto meno ufficialmente, salvo nella Regione brussellese e nei suoi dintorni. Dove, come abbiamo visto, la tavolozza delle lingue si è, al contrario, arricchita di numerosi colori nuovi. Le modifiche necessarie per assicurare una viabilità economica e sociale sarebbero relativamente modeste, seppur certamente sufficienti per far urlare al sacrilegio i partigiani della sacralità del suolo. Si tratterebbe di passare dallo 0,5% al 2-3% del territorio del Belgio. Ciò corrisponderebbe grosso modo alla zona urbana che circonda la città e che darebbe a Bruxelles l’equivalente del territorio delle città-stato di Amburgo o di Berlino.

Che si consideri che una organizzazione istituzionale fondata su tre (o quattro, 12) regioni a pieno titolo costituisca l’unico “modo per salvare il Belgio“(13) e/o che si ritenga che, in caso di persistenza della volontà di una delle regioni belghe di secedere, solo questa riorganizzazione può garantire una dissoluzione in buon ordine del Paese, questa mini-ridefinizione territoriale e l’attribuzione alla Regione brussellese delle competenze esercitate oggi dalle Comunità fiamminga e francese (francofona) costituiscono due riforme indispensabili, ancorché non sufficienti. Quattro altre condizioni dovrebbero essere soddisfatte: uno spostamento della frontiera regionale senza modifica della frontiera linguistica;(14) una clausola di salvaguardia in caso di dissoluzione del Belgio, che renda impossibile un’unificazione della Regione brussellese sia con le Fiandre che con la Vallonia; l’iscrizione di un diritto di secessione e delle sue modalità nella Costituzione,(15) perché non sia più detto del Belgio che è una “prigione dei popoli“; la presa in conto del ruolo europeo di Bruxelles, con l’introduzione dell’inglese come terza lingua ufficiale.

Siamo alla fine di un processo. Le tattiche adoperate, tanto al Nord che al Sud, sono puramente dilatorie. Da un lato, l’obbiettivo è di svuotare progressivamente lo stato belga di ogni sostanza per poi, di fronte al fatto compiuto, secedere sulla base delle frontiere amministrative attuali, mantenendo allo stesso tempo una tutela su Bruxelles. Dall’altro, giocare “ragionevolmente”, frenando per quanto possibile il processo di devoluzione, sperando allo stesso tempo di mettere dalla propria parte gli attori decisivi – ossia gli altri Stati europei e, in particolare, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna – per poter, un giorno, ereditare un piccolo Belgio che comprenda la Vallonia e Bruxelles.

Checché ne sia, l’Unione europea e i suoi Stati membri saranno presto o tardi chiamati a intervenire. Per due ragioni, in primo luogo perché i fenomeni centrifughi all’opera in Gran-Bretagna (Scozia), in Spagna (Catalogna e Paese Basco) e in Belgio (Fiandra) porranno immancabilmente la questione della permanenza di queste (nuove) entità nell’Unione europea. Due approcci giuridici e politici dovranno essere accordati: la conformità dei principi fondamentali e della legislazione del nuovo Stato con quelli dell’Unione e l’indispensabile considerazione da parte dell’Unione stessa del fatto che non è più solamente una unione di stati ma anche, e di già, un’unione di cittadini, pertanto la (ri)ammissione dei suoi cittadini “secessionisti” nell’Unione sarà, in qualche modo, obbligata.

Ma per quanto riguarda il Belgio, un secondo elemento condiziona il processo di trasformazione istituzionale: ospitare la capitale dell’Unione europea. In altri termini i futuri istituzionali belga e brussellese non sono più soltanto une affare belga. Bruxelles “appartiene” non solamente a quelli che ci vivono, ivi compreso le decine di migliaia di funzionari europei e le loro famiglie, ma anche ai 504 milioni di cittadini dell’Unione. Bart De Wever sembra averlo capito bene. Già due volte, si è recato a Londra, ricevuto con tutti gli onori dal Primo ministro David Cameron.(16)

Le autorità dell’Unione europea e dei suoi Stati membri sono quindi de facto invitate ai futuri negoziati. A meno che i politici belgi decidano finalmente di rivedere il loro copione e dare delle risposte serie alle questioni di viabilità della Regione brussellese, non solo in quanto regione a tutti gli effetti del Belgio, ma anche in quanto capitale dell’Unione. Detto altrimenti, che realizzino che accogliere le principali istituzioni dell’UE comporta non solo dei vantaggi (per la Regione brussellese e le altre regioni del Belgio) ma anche delle responsabilità, dei doveri e dei costi.

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Note

(1) Danièle Bour, Petit Ours Brun dit Non, Bayard Jeunesse Ed., 1997.
(2) Le 19 comuni (municipalità) centrali dell’agglomerazione brussellese, alle quali fu dato un statuto bilingue: olandese-francese.
(3) In dialetto brussellese, “cane bastardo”.
(4) “Taalgebruik in Brussel en de plaats van het nederlands. Enkele recente bevindingen“, Brussels Studies, N. 13, janvier 2008.
(5) Seguono il portoghese (1,6%), il turco (1,47%), il lingala (0,99%), il greco (0,91%), il russo (0,64%), il berbero (0,36%). “Taalgebruik in Brussel en de plaats van het nederlands. Enkele recente bevindingen“, op. cit.
(6) Ad esempio tra molti altri, Benoît Lutgen, presidente del CDH: “il 95% di francofoni è a Bruxelles“, RTL-Info, 14 gennaio 2013.
(7) “Thuistaal bij gezinnen met kinderen geboren in 2008, per gemeente van de Vlaamse Raad” in Didier Willaert, “De recent internationalisering van het Brussels gewest en de Vlaamse Rand“, VUB, 2010.
(8) In particolare Braine-l’Alleud, Braine-le-Château, Enghien, La Hulpe, Lasne, Rebecq, Rixensart, Tubize, Waterloo e Wavre.
(9) Jorge Semprun, “En fin de compte, ma patrie n’est pas la langue… ma patrie c’est le langage” (“In fine dei conti, la mia patria non è la lingua…, la mia patria è il linguaggio“), in Le langage est ma patrie, Ed. Buchet/Chastel, 2013.
(10) I demografi prevedono un aumento di 170.000 abitanti da qui al 2020. Bruxelles contava 1,14 milioni di abitanti alla fine del 2011.
(11) Béatrice Delvaux, Le Soir, 22 gennaio 2013.
(12) Per “quarta regione”, si intende la comunità di lingua tedesca che conosce una situazione specifica in ragione della sua dimensione territoriale e demografica (70.000 abitanti).
(13) José Happart, op. cit.
(14) Alain Maskens, op. cit.
(15) Sul modello dell’art. 50 del Trattato di Lisbona che disciplina l’uscita di uno Stato membro dell’UE.
(16) Nel marzo 2011 e nell’ottobre 2012.


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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