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Cosa sta succedendo in Belgio / 1

– Mentre in Italia la secessione è un concetto sbandierato, ma mai implementato, il rischio della definitiva implosione della monarchia federale in Belgio si fa sempre più concreto. In questo fine settimana, Libertiamo propone un intervento in due parti dell’ex-europarlamentare radicale Olivier Dupuis, pubblicato originariamente sull’edizione francese dell’Huffington Post, che ci spiega quali sono gli scenari che ci aspettano di qui alle prossime elezioni generali di giugno 2014.

1ª parte – L’introversione dei belgi

Dopo il travaglio, laborioso, di un accordo sulla sesta riforma (1) dello stato al termine di una crisi di governo di più di 500 giorni,(2) dal 6 giugno 2010 al 6 dicembre 2011, il clima belgo-belga si fa di nuovo “torrido”. Indubbiamente, il grande appuntamento elettorale (regionale, nazionale ed europeo) di giugno 2014 agita di già le menti. Le parole poco amabili volano più che mai nel Paese di Tintin e Milù, senza tuttavia aver il sapore delle bestemmie del capitano Haddock.

Estratti scelti:
Bart De Wever, presidente della Nieuw-Vlaams Alliantie (N-VA), partito indipendentista fiammingo: “[I francofoni] vogliono soldi, più soldi possibile nel maggior tempo possibile e vogliono Bruxelles. […] Ma non sia detto che Bruxelles cada in mani francofone!“(3)

Benoît Lutgen, presidente del Centro dei Democratici e Umanisti (CDH), ex democristiani francofoni: “Se domani le Fiandre scegliessero il separatismo e la N-VA, posso già dire a Bart De Wever: “sarà senza Bruxelles”. È pazzo: si può accerchiare Bruxelles quanto si vuole, il 95% di francofoni è a Bruxelles e devono essere rispettati.“(4)

Bella atmosfera.

Piccolo richiamo. Nell’autunno scorso la Nuova Alleanza Fiamminga (N-VA), il partito indipendentista fiammingo, raccoglieva un nuovo successo in occasione delle elezioni comunali. Qualche settimane dopo, il suo presidente, Bart De Wever, s’installava nel municipio di Anversa, a piè d’opera per lavorare alla realizzazione di un grande sogno ancora inconfessabile: fare della magnifica metropoli della Schelda la capitale delle Fiandre.

Nelle Fiandre, i quattro partiti tradizionali(5) provano una nuova strategia: non essere più “al rimorchio” degli indipendentisti. Promuovono ormai una linea istituzionale più moderata, condizionando nuovi trasferimenti di competenze dallo stato centrale verso le regioni all’implementazione dell’accordo sulla sesta riforma dello stato firmato nel 2011. Black out quindi (per il momento) su nuovi trasferimenti di competenze e sull’instaurazione di un “condominio” delle Fiandre e della Vallonia su Bruxelles, voluto dagli indipendentisti fiamminghi.

Il mondo francofono si divide. Da un lato, i sostenitori di una fusione della Vallonia e di Bruxelles. In prima linea, il ministro-presidente della Regione vallone Rudy Demotte (PS), il nuovo presidente del PS e sindaco di Charleroi Paul Magnette e, in modo più discreto ma non di meno incisivo, il primo ministro Elio Di Rupo. Senza dimenticare il cavaliere bianco dei mal nominati Federalisti Democratici Francofoni (FDF), Olivier Maingain, per il quale “la Federazione Vallonia-Bruxelles deve affermarsi come un stato“.(6)

Dall’altra, dei veterani della causa regionalista vallone come José Happart, che sostiene che “Bruxelles [deve essere] una regione autonoma a pieno titolo gestita dai brussellesi per i brussellesi“(7), oppure come l’ex ministro-presidente della Vallonia Jean-Maurice Dehousse,(8) ma anche il ministro regionale vallone Jean-Claude Marcourt (PS) per il quale “il Belgio può e deve essere fondato su tre regioni“(9) oppure ancora il segretario generale dell’inter-regionale vallone del sindacato FGTB Thierry Bodson, “un Paese sempre più regionalizzato – probabilmente sulla base di quattro regioni“(10) e, più sorprendentemente, il ministro regionale vallone Jean-Marc Nollet (Ecolo), che preconizza “quattro regioni e delle dichiarazioni di interdipendenza”.(11)

Niente di nuovo sotto il cielo belga? Per niente sicuro, per due ragioni. In primo luogo perché nelle Fiandre, la volontà di gestire il proprio destino non si affievolisce, al contrario. Non tanto – e non solamente – per la ragione proclamata: una volontà di sana (auto)gestione contro una gestione giudicata dispendiosa e irresponsabile dei valloni e una presunta incuria dei brussellesi, in ragione dello radicamento di una profonda aspirazione nazionale che, come un bosone di Higgs,(12) non si lascia leggere che tra le righe delle inchieste di opinione, delle dichiarazioni pubbliche o dei sondaggi.

Ma anche perché la prospettiva di una definitiva tutela della Regione brussellese sotto forma di un condominio fiammingo-vallone urta sempre più i brussellesi, sia fiamminghi che francofoni. Le iniziative(13) che riuniscono cittadini di ogni provenienza si sono in effetti moltiplicate nel corso di questi ultimi dieci anni, con l’obiettivo di (ri)affermare l’identità specifica della Regione bruxellese, né fiamminga né francofona, ma luogo di queste identità molteplici care ad Amin Maalouf.

Questa specificità non è nuova. Bruxelles non è una città delle Fiandre. Capitale del ducato di Brabante sin dal 13º secolo, a lungo vi si parlava, soprattutto ma non solo, un dialetto thiois.(14) Conquistata nell’agosto 1356 dal conte delle Fiandre Louis de Male, fu liberata qualche mese più tardi da Everard ‘t Serclaes e un centinaio di patrioti bruxellesi. Era ieri, il 24 ottobre 1356. La gesta di questa grande figura brussellese è sempre oggetto di un culto bonario sulla Grand Place dove la sua statua di bronzo brilla del passaggio di migliaia di mani di brussellesi e di turisti.

Bruxelles ebbe altri eroi come i conti d’Egmont e d’Hornes, oppositori alla politica della Corte di Spagna che “entrarono, testa in mano, nel martirologo di una certa idea brussellese della Libertà“.(15) Il 5 giugno 1568, furono decapitati sulla Grand Place di Bruxelles. Senza esser mai stata una grande nazione, Bruxelles e il Brabante hanno, secondo i termini di Ernest Renan, la loro “ricca eredità di ricordi“.(16) E, a vedere l’abbondanza di iniziative multiculturali e multi-etniche,(17) il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valer l’eredità che è stata ricevuta indivisa“,(18) in altre parole la specificità e lo spirito bruxellese sono tuttora molto vivaci. Ne testimoniano numerose inchieste di opinione: cosi nel 2005, “in caso di sparizione dello stato belga, solamente il 25% dei brussellesi auspicava un’unione con la Vallonia e il 5% un’unione con le Fiandre, mentre il 67% auspicava l’autonomia della propria regione“.(19)

Le variabili dell’equazione istituzionale belga

* un’inesorabile rafforzamento del movimento indipendentista fiammingo;
* una classe politica francofona (sia brussellese che vallona) divisa, gli uni preconizzando lo status quo con, se del caso, un piano B – dove B sta per “piccola Belgicania”, un Belgio residuale che riunirebbe la Vallonia e Bruxelles, due territori che i più “creativi” immaginano collegare con una specie di corridoio di Danzica che passerebbe attraverso la foresta di Soignes;
* dei regionalisti che, dopo una lunga eclissi, ridiventano più combattivi soprattutto a Bruxelles, ma anche in Vallonia e perfino nelle Fiandre;(20)
* il carattere insostenibile dell’attuale statuto della Regione brussellese.

Onbespreekbaar (21)

L’attuale Regione brussellese soffre principalmente di due malanni unilateralmente qualificati come “onbespreekbaar” dai fiamminghi (tabù in italiano): la sua esiguità territoriale e la rigidità delle sue regolamentazioni linguistiche.

La Regione brussellese è, in effetti, rinchiusa in una morsa territoriale che non corrisponde per niente alla sua realtà economica e sociologica. Delle città-regioni d’Europa, è di molto la più piccola: 161 km quadrati,(22) ovvero il 0,5% del territorio del Belgio. Il suo raccordo annullare serpeggia, per buona parte, al di fuori dal suo territorio. Il suo aeroporto, che si trova a venti minuti in treno dalla Grand Place, è situato nella Regione fiamminga. Numerose zone industriali sono installate al suo limite, ma di già nelle Regioni fiamminga e vallone. Trecentomila navetteurs, i pendolari locali, provenienti dalle due altre regioni del Paese vengono ogni giorno a lavorare, mentre pagano le loro imposte sul luogo di residenza. Detto altrimenti: nella Fiandra e in Vallonia.

Alla ricerca di alloggi a prezzo abbordabile o in luoghi più campestri, ogni anno migliaia di membri delle classi medie e agiate lasciano Bruxelles, spesso continuando a lavorarci, per installarsi nella grande periferia fiamminga o vallona, un fenomeno che la prossima messa in servizio di una rete di treni regionali (RER) amplierà ancora. Con le conseguenze che si possono immaginare sulle entrate fiscali e quindi sulla capacità della Regione brussellese di fare fronte ai suoi obblighi regionali, nazionali ed europei.

Le regolamentazioni linguistiche, la conoscenza richiesta dell’olandese e del francese nella Regione bruxellese, e quella dell’olandese nelle parti della grande periferia situate giuridicamente nelle Fiandre, penalizzano pesantemente l’accesso a numerosi posti di lavoro, in particolare per alcune categorie della popolazione, peraltro spesso già bilingue, se non trilingue (francese-arabo, francese-turco, francese-portoghese, francese-arabo-berbero, francese-turco-inglese, francese-ceceno-russo, francese-curdo-turco…). Al punto che la Regione brussellese, pure classificata tra le più ricche d’Europa, conta un 20% di disoccupati, cifra che sale fino al 40% in alcuni comuni.(23)

Il 32% dei bambini della Regione (0-17 anni) vive in famiglie che non dispongono di nessun reddito lavorativo. Solamente 322.000 brussellesi hanno un lavoro su una popolazione di più di 1.100.000 abitanti. Infine, a dispetto delle sue specificità tra cui, in particolare, una demografia galoppante,(24) la Regione brussellese non ha una reale padronanza sulla politica della pubblica istruzione,(25) che rimane nelle mani delle Comunità fiamminga e francofona,(26) dove i rappresentanti brussellesi sono largamente minoritari.

Rompere il tabù dell’intangibilità dell’organizzazione politico-amministrativa della Regione brussellese, ivi compreso nelle sue dimensioni territoriale e linguistica, appare indispensabile se si vuole, con Alain Maskens, “una soluzione giusta (che offra) un compromesso accettabile non solamente sul piano linguistico e comunitario, ma anche sul piano degli equilibri regionali: ripartizione dei territori e delle risorse, buona gestione delle materie territoriali“.(27)

La lingua invita a riunirsi, non obbliga(28)

Tocchiamo, evidentemente, due questioni estremamente sensibili: le frontiere e le lingue. Dove le accuse di imperialismo o di colonizzazione non sono mai lontane. Per i fiamminghi, l’arrivo di popolazioni francofone delle classe medie nella grande periferia brussellese, dove la lingua ufficiale è l’olandese, è stata a lungo vissuta come il risultato di una vera e propria politica di colonizzazione o di “francesizzazione”, “dimenticando” le ragioni economiche all’origine di questo esodo verso la grande periferia e assimilando en passant questi nuovi residenti alle minoranze francofone che vivevano in questi comuni da generazioni. Per i regionalisti brussellesi, l’ammanie(29) di Bruxelles era, certo, fiamminga nel senso che il fiammingo vi fu fino al 19º secolo la lingua maggioritaria,(30) ma non dal punto di vista politico e amministrativo. Era parte integrante del ducato, poi della provincia di Brabante. Per ciò, “l’attuale ubicazione della frontiera regionale di Bruxelles e le sue conseguenze, mettono questa regione in una posizione di debolezza e di vulnerabilità rispetto alle altre regioni del Paese“.

È il prodotto di una forma di imperialismo fiammingo che, con il pretesto di comunità (o di parentela) di lingua, ha considerato l’identità brussellese e del Brabante come nulla e non avvenuta. Portato dal movimento nazionale fiammingo, questo processo di unificazione dell’insieme della parte del territorio belga dove il fiammingo era la lingua maggioritaria ha finito per percolare non solo nelle menti dei fiamminghi, ma anche in quelle di numerosi brussellesi e per apparire come una verità intangibile. Un po’ come se Losanna o Ginevra dovessero, imperativamente, far parte della Francia. Questo processo ha potuto contare, è vero, sulla complicità della Vallonia che, in virtù di quello stesso primato della lingua, si è accaparrata il “roman païs“, la parte francofona del Brabante.

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Note

(1) La trasformazione del Belgio da uno stato unitario in uno stato (con)federale ha avuto bisogno (finora) di sei riforme costituzionali: 1970, 1980, 1988-89, 1993, 2001 e 2011.
(2) Con 541 giorni, il Belgio ha polverizzato il record mondiale detenuto fino ad allora dall’Iraq.
(3) “De Zevende Dag” (“Il settimo giorno”), VRT, 20 gennaio 2013.
(4) “L’Indiscret” (“L’indiscreto”), RTBF, 13 gennaio 2013.
(5) Democristiani, socialisti, liberali ed ecologisti.
(6) La Libre.be, 9 gennaio 2013.
(7) Le Soir, 8 gennaio 2013.
(8) Le Vif-L’Express, 8 gennaio 2013.
(9) L’Avenir.net, 12 settembre 2011.
(10) Agir par la culture, primavera 2012.
(11) La Libre.be, 7 gennaio 2013.
(12) In questo caso, si tratterebbe di un coefficiente che consentirebbe di calcolare la differenza tra la preferenza partitica di un elettore e la sua adesione ostentata agli obbiettivi fondamentali dello stesso partito. In altri termini, la sua capacità a trincerarsi dietro le scelte fondamentali – spesso formulate in modo ambiguo – di un partito per non dover affermare in modo esplicito la sua scelta personale.
(13) Il Manifesto Bruxellese nel 2003, Bruxsel Forum nel 2004, Aula Magna nel 2005, l’appello “Nous existons! Wij bestaan! We exist!” nel 2006, il 2º Manifesto bruxellese nel 2007, gli Stati generali di Bruxelles nel 2008-2009, la fondazione del partito Pro-Bruxsel nel 2008… vedere su questo, l’ottimo dossier di Jean-Paul Nassaux, Le nouveau mouvement bruxellois, Courrier hebdomadaire del CRISP, N. 2103-2104, 2011.
(14) “Storicamente il termine thiois veniva utilizzato dalle popolazioni settentrionali di lingua d’oïl (cioè i francesi del domanio reale, i Picardi, i Valloni, etc.) per indicare le diversi lingue o dialetti germanici delle popolazioni vicine“, tratto da Wikipedia.
(15) Georges Renoy, Bruxelles à cœur ouvert, Duculot, 1977.
(16) Ernest Renan, “Qu’est-ce qu’une nation?“, conferenza alla Sorbonne, 11 marzo 1882.
(17) La manifestazione folcloristica “Zinnekeparade” ne costituisce un buon esempio.
(18) Ernest Renan, op. cit.
(19) Sondaggio realizzato nel gennaio 2005 da Research Solution. Citato da Alain Maskens, La Libre, 10 maggio 2006.
(20) Johan Vande Lanotte, vice-primo ministro (SPA, Partito Socialista fiammingo), si è dichiarato a favore di una reale autonomia per Bruxelles e per un Belgio fondato su quattro regioni. L’Echo, 17 febbraio 2011.
(21) Letteralmente: “di cui non si può parlare”. Nella novlangue istituzionale belga: “che non si puo’ mettere all’ordine del giorno”. Detto altrimenti, “tabù”.
(22) Ginevra: 282 km²; Brema: 404 km²; Vienna: 457 km²; Amburgo: 755 km²; Berlino: 889 km².
(23) La Regione brussellese è composta di 19 comuni (municipalità).
(24) Secondo studi demografici, la Regione brussellese dovrebbe contare 1.201.000 abitanti nel 2020 (ovvero un aumento del 12% rispetto al 2010), mentre le regioni fiamminga e vallone dovrebbero contare su una popolazione di, rispettivamente, 6.586.000 e 3.751.000 (ossia un aumento del 5,7% e 7% rispetto al 2010).
(25) Il deficit nella pubblica istruzione (livelli elementare e secondario) nel 2020 è stimato a 15.000 posti circa.
(26) Il Belgio è federato su due livelli: un livello regionale (Fiandre, Vallonia e Regione Brussellese) e un livello linguistico (Comunità fiamminga, Comunità francese o francofona e Comunità di lingua tedesca). Le Comunità sono competenti per le materie che riguardano direttamente i cittadini (dette “materie personalizzabili”): insegnamento, sanità, cultura. I fiamminghi hanno fuso comunità e regione. A Bruxelles, le materie personalizzabili sono gestite dalle Comunità fiamminga e francese (le scuole fiamminghe dalla Comunità fiamminga, ecc.).
(27) Alain Maskens, colloquio, luglio 2012.
(28) Ernest Renan, op. cit. (la traduzione è nostra).
(29) Nome dato ai distretti nel ducato di Brabante.
(30) Soltanto maggioritaria: come testimoniano documenti molto vecchi, l’uso del francese risale a molto tempo fa.


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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