Non sappiamo quanto durerà la XVII legislatura e se sarà possibile formare un governo, ma sappiamo quel che sicuramente dovranno fare i neo-eletti parlamentari: eleggere i presidenti di Camera e Senato e il presidente della Repubblica.

Si badi bene: per l’inquilino del Quirinale, votato dal Parlamento riunito in seduta comune con l’aggiunta dei rappresentati regionali, i numeri consegnano al centrosinistra e alla lista Monti una possibile maggioranza, sufficiente dalla quarta votazione in poi, E quindi, in uno scenario in cui né alla Camera, né al Senato, gli eletti nello schieramento montiano sono rilevanti per la formazione di un governo, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica è il perno intorno al quale Mario Monti dovrebbe basare la sua strategia.

Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che il professore esplicitasse a Pierluigi Bersani la sua indisponibilità a unire i voti dei propri parlamentari a quelli del centrosinistra per un’elezione presidenziale di misura. La strategia pericolosa che Bersani sta seguendo in questi giorni – tentare l’accordo con il M5S o anche solo con una sua parte, senza mai volgere lo sguardo a destra – ha come corollario l’elezione di un presidente della Repubblica “amico” che, alla mala parata, possa gestire la crisi e l’eventuale scioglimento delle Camere. Se non ci fosse la possibilità di formare un governo con Grillo, dunque, la legislatura-lampo lascerebbe quantomeno in dote al centrosinistra la scelta del Quirinale per i prossimi 7 anni.

Se Monti dichiarasse, fin dai prossimi giorni, l’impraticabilità di un accordo risicato Pd-Sel-Monti per il Quirinale e la necessità di un più ampio coinvolgimento delle forze parlamentari per l’elezione del Presidente della Repubblica e per la formazione del governo, cambierebbe l’inerzia della partita a scacchi in corso in queste settimane.

L’ipotesi di un governo di responsabilità nazionale – che includa il PdL e, a quel punto, anche i montani – potrebbe forse riprendere quota, forse anche tra le fila dello stesso Partito democratico. In più, si eviterebbe di eleggere un capo dello Stato per mano di forze politiche che hanno raccolto meno del 40% dei voti validi, ossia meno di un avente diritto su tre, la qual cosa non contribuirebbe certamente a rinsaldare il rapporto popolare con le istituzioni.