di STEFANO MAGNI – In Venezuela, all’età di 58 anni, è morto di tumore Hugo Chavez. Più che come presidente, sarà ricordato come un dittatore. Un nuovo tipo di dittatore. Autore di un golpe militare fallito nel 1992, ha imparato la lezione e ha saputo usare bene gli strumenti della democrazia per conquistare il potere.

I golpisti tradizionali puntano prima alla conquista delle istituzioni politiche, poi estendono la rete del loro controllo su tutto il resto. Chavez ha proceduto in senso inverso. Dal 1999, vinte le elezioni, ha inglobato la società venezuelana, fetta dopo fetta, fino ad averla totalmente nelle sue mani.

La prima fetta a essere tagliata è stata quella della proprietà privata. È meno rispettata in Venezuela che nel resto del mondo: il think tank libertario Cato Institute infila il Paese latino-americano all’ultimo posto della sua classifica globale sul diritto di proprietà individuale. Dal 1999 ad oggi, 2 milioni e mezzo di ettari di terreno sono stati “collettivizzati”, 23 miliardi di dollari sequestrati a compagnie locali e straniere, 365 case requisite e 1168 imprese nazionalizzate per decreto. Gli imprenditori stranieri, molti dei quali italiani, sono dovuti fuggire a gambe levate.

Dopo il fallito golpe contro Chavez (appoggiato da buona parte della popolazione, in ogni caso), il presidente si è attribuito ancora più poteri, ha iniziato a indottrinare l’esercito e a diffondere nella società le squadre paramilitari dei bolivariani. La distruzione del diritto di proprietà ha provocato il caos. La presenza sempre più invadente delle squadre paramilitari dei bolivariani, l’impunità di cui godono, hanno contribuito a diffondere la violenza.

Prima che Chavez arrivasse al potere, nel 1999, la media degli omicidi era di circa 5000 all’anno, meno di un terzo dei 18mila attuali. Da quando è arrivato al potere, nel febbraio del 1999, in Venezuela si sono registrati circa 120mila omicidi. Giusto per rendere l’idea del livello di violenza, in Iraq (un Paese in guerra, con un numero di abitanti quasi pari al Venezuela) nel 2009 erano stati contati 4600 uccisioni di civili; nel Venezuela, lo stesso anno, le vittime della violenza erano 16mila, quasi quattro volte tanto.

Parallelamente i media sono stati imbavagliati o assorbiti dal nuovo sistema di potere: 3 televisioni e 34 stazioni radio private sono state chiuse per volontà del governo, nella maggior parte dei casi dopo lunghe e violente campagne intimidatorie. Tutte le Tv sono state costrette a seguire le direttive del presidente, dalla programmazione di palinsesti bolivariani fino all’obbligo di trasmettere a reti unificate tutti i (prolissi) discorsi del presidente.

Perso il diritto di proprietà, persa la libertà di espressione, i venezuelani hanno fatto parte, volenti o nolenti, di un esperimento totalitario di inizio XXI secolo. Dopo la morte del suo leader carismatico, bisogna solo vedere cosa ne resterà.