Dal prossimo 1º aprile tutti gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) italiani, comunemente chiamati Opg, non esisteranno più. Quelli che un tempo erano conosciuti come “manicomi criminali” e che il Presidente della Repubblica definì come “orrore medievale”, dopo il lavoro di inchiesta della Commissione parlamentare sul SSN presieduta da Ignazio Marino, dovranno chiudere definitivamente i battenti in seguito a un decreto convertito in legge nel febbraio 2012.

A vederla così, sembrerebbe essere una grande conquista di civiltà. Il timore, invece, che la situazione precipiti drammaticamente è purtroppo elevato, soprattutto se consideriamo le dimensioni tragiche che ha assunto la situazione detentiva in Italia. Allo stato attuale, sono sei gli Opg presenti sul territorio italiano, i quali ospitano oltre mille internati, ovvero coloro che commettono un crimine in condizione di accertata malattia mentale.

In realtà, oltre il 30% di queste persone sarebbero immediatamente dimettibili, ma risultano ancora internate, poiché per loro non esiste un progetto terapeutico e delle strutture sociosanitarie che potrebbero accoglierle. Cosa accadrà, quindi, a questi pazienti quando, dopo il 31 marzo, i sei Opg italiani saranno solo un’altra triste pagina nella storia della nostra giustizia? La legge in questione ha stabilito in tempi precisi la nascita di nuove strutture sanitarie regionali, con personale medico e paramedico idoneo ad assistere in modo dignitoso il paziente.

Le Regioni avrebbero perciò avuto un anno di tempo per dotarsi delle strutture sostitutive. Si tratta senza dubbio di tempi strettissimi, ma la gravità della situazione ha fatto sì che si procedesse con estrema urgenza. Un’urgenza che, purtroppo, come spesso accade in Italia, si è scontrata con le lungaggini burocratiche dell’entrata in vigore della legge – e poco importa se a pagarne le spese sono i cittadini, ancora meno importa se questi cittadini non sono solamente dei normali detenuti, ma “criminali”, perché affetti da patologie psichiatriche.

I fondi, infatti, stanziati per la creazione delle strutture alternative (173 milioni di euro) sono arrivati alle Regioni solo qualche settimana fa. Si è pronti a partire, con un anno di ritardo. Le Regioni hanno sessanta giorni di tempo per presentare un piano di utilizzo delle risorse. Dopodiché, il piano tornerà al Ministero della Sanità il quale darà l’ok per l’inizio dei lavori. Impossibile, ovviamente, che tutto sia pronto entro la fine di marzo.

La confusione che regna sulla questione lascia prevedere una serie di conseguenze drammatiche che andranno a gravare su un sistema giudiziario che è già collassato. I magistrati non hanno avuto alcuna indicazione su come comportarsi dal 1º febbraio, data in cui gli Opg hanno cessato di ricevere pazienti; non si sa nulla, inoltre, degli psichiatri, psicologi e personale medico che dovranno costituire le equipe sanitarie che supporteranno le nuove strutture; le famiglie dei pazienti, per chi ce ne ha una, vivono giorno dopo giorno il dramma di un Paese impreparato a gestire un cambiamento avvenuto, forse, in un tempo troppo breve. A questo proposito, la Società Italiana di Psichiatria chiede una proroga dei termini al fine di trovare una soluzione alternativa temporanea che tamponi l’emergenza. Finora, si tratta di una richiesta che non ha ricevuto ancora alcuna risposta.

A subire gli effetti di questo caos, c’è un’altra realtà, già di suo sofferente perché fa parte dello stesso ambito sociale dimenticato, quella degli istituti di pena. Se è già accaduto che alcuni dei pazienti internati negli Opg fossero confluiti nelle carceri, non dotate di un sostegno psichiatrico adeguato, persino per quel 15% di detenuti affetti da gravi disturbi psichici, il timore che si ricorra ancora a questa soluzione temporanea è alto.

In realtà, poco importa quali siano le conseguenze di queste soluzioni tampone, ormai il sistema giustizia fa acqua da tutte le parti: l’importante è trovare un escamotage per tornare a galla e in questo caso alcuni magistrati sono già pronti, nel momento in cui si trovino davanti a un condannato affetto da malattia mentale, a “rivalutarne” la pericolosità sociale.

Ecco che ci troviamo nuovamente di fronte al caso in cui una legge, che dovrebbe riportare la società su un cammino di civiltà di cui ormai si sono perse le tracce, resta incastrata in un sistema giustizia malato che, come un vecchio computer, può ripartire solo se resettato. Se la nostra Costituzione prevede una pena da scontare a fini rieducativi a fronte di un mancato rispetto delle leggi da parte dei cittadini, diventa legittimo trovare degli espedienti quando invece è lo Stato a essere criminale perché viola le sue stesse leggi, purché si vada avanti, nascondendo il marcio di un sistema che non fa notizia, perché crediamo che le uniche vittime della malagiustizia siano loro, i detenuti, che, ancor più se malati o tossicodipendenti, rappresentano una fetta di società i cui diritti non meritano di essere rispettati.