– Da soli non ce l’avrebbero mai fatta. Dopo gli scandali che avevano travolto via Bellerio qualche mese fa e il ritiro del Senatùr dalla scena politica, se la Lega Nord si fosse presentata “dura e pura” (leggi sola) alle regionali di domenica scorsa non avrebbe scalato il Pirellone.  Tant’è che solo sommando i seggi lombardi del Carroccio (15) a quelli della lista Maroni presidente (12, compreso Maroni), gli uomini dalla camicia verde riescono a superare i consiglieri meneghini del Popolo delle Libertà (19). Numeri non proprio edificanti, specie se rapportati al momento di massimo splendore del Sole delle Alpi. Tuttavia l’esultanza leghista è arrivata puntuale come un tweet di Formigoni: “Missione compiuta”, le parole del neo-eletto governatore Maroni.

Un paradosso, insomma. Il Carroccio ha praticamente dimezzato i propri consensi, ma vanta una rappresentanza politica senza precedenti. Così riecheggia la proposta di quella “macroregione del Nord” che tanto piaceva a Bossi quando a Pontida sbraitava slogan come “padroni a casa nostra”. Il federalismo fiscale, il 75% delle imposte che restano sul territorio (“Roma ladrona”), la devolution, l’indipendenza e quindi la secessione. Matteo Salvini come il generale Castro, per intenderci.

Adesso Lombardia, Piemonte e Veneto sono presenti all’appello (minacce indipendentiste a parte). Il Friuli anche, nonostante si voti il prossimo aprile, ma l’ex forzista ora pidiellino Renzo Tondo ha tutte le carte per essere confermato a Trieste (ovviamente gioca in accoppiata con la Lega, squadra che vince non si cambia). “La macroregione deve partire entro due anni”, ha detto Maroni. Immaginate. Un Nord, produttivo, isolazionista e quindi isolato. In un momento in cui bisognerebbe aprire all’Europa, ma sono punti di vista, il polo industriale del Nord chiude i rapporti con il resto del Paese, perché si sa: “Se il Nord è unito e forte qualunque sarà il governo a Roma dovrà passare di qui” (Roberto Maroni, 3 marzo 2013, Milano).  E visto che siamo in tempo di conclave: Sic transit gloria mundi.

Insomma, “Prima il Nord” è la rivincita e assieme la speranza del Carroccio. Ma a che prezzo? L’alleanza con Berlusconi non è stata applaudita dai fedelissimi di via Bellerio e, anzi, ha regalato consensi al Movimento 5 Stelle che, nonostante nei piccoli centri lombardi non abbia spopolato come nel resto d’Italia, è comunque riuscito a piazzare 9 consiglieri regionali (5 in più della Lista Ambrosoli e 7 in più di “Fratelli d’Italia”, per restare in area centrodestra).

È anche vero che Berlusconi in questa tornata elettorale non ha mostrato un grande interesse per il dato regionale, impegnato com’era a incanalare tutte le energie nel salvare il giaguaro dalla smacchiatura. Ma il Silvio nazionale (o, in questo caso, regionale) ora che fa? L’altro ieri in piazza a Milano a festeggiare il neo-eletto presidente Maroni non c’era. Forse era impegnato a organizzare la manifestazione del 23 marzo, quella che doveva essere sulla giustizia e che adesso è un po’ su tutto, o forse era occupato con Longo e Ghedini a prepararsi per la sentenza di secondo grado sul processo Mediaset, guarda te, fissata sempre il 23 marzo. Sta di fatto che è stato Mario Mantovani, il coordinatore lombardo del Pdl, a portare gli auguri del Cavaliere: “Siamo tutti convinti che insieme faremo grandi cose e a chi dice che tra noi ci sono fratture rispondiamo che non è vero”. Certo, l’idillio è sempre stato perfetto, fin dal’94, no?

Anche perché Berlusconi non intende lasciare la Lombardia senza colpo ferire. Lega e Pdl sono già in dissenso, motivo del contendere la nomina del nuovo assessore regionale alla Sanità. Durante la campagna elettorale Maroni aveva affermato che era sua intenzione riconfermare Mario Melazzini, ma l’uomo di Arcore ha detto no. Preferisce l’ex ministro Ferruccio Fazio o addirittura il suo medico personale, Alberto Zangrillo. Ma si sa, a Palazzo Lombardia quella poltrona scotta da tempo.