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“Viva la libertà” di Roberto Andò: l’involontaria espressione di una paralisi

Scrivendo del film di Spielberg su Lincoln, mi è venuto spontaneo osservare come l’idealismo sia una nota che tuttora nel cinema americano squilla con più forza che probabilmente in ogni altra cinematografia. Di sicuro è un’attitudine – un sentimento – che fatica a liberarsi nel cinema italiano di oggi. Il nostro cinema di ispirazione civile sembra che non possa andare oltre a un’amara constatazione della corruzione e della crisi.

Una conferma paradossale di questo assunto ci viene dal film di Roberto Andò: “Viva la libertà”, tratto dal suo romanzo “Il trono vuoto”. Il segretario del più popolare partito di opposizione in Italia, sfiduciato circa gli esiti elettorali e lui stesso intimamente devitalizzato, nel bel mezzo della campagna decide di sparire. E cioè, si ritira in gran segreto in Francia, presso una donna che tanti anni prima era stata la sua amante.

Intanto, il suo giovane aiutante incontra il fratello: un filosofo, fisicamente il suo sosia, ma a differenza del segretario, vitale e intelligentissimo, e forse per questo ritenuto pazzo (è stato appena dimesso da una clinica psichiatrica). L’aiutante è immediatamente conquistato dalla personalità di questo genio folle e gli chiede di prendere il posto del segretario: proposta che viene immediatamente accettata.

Ora immaginiamo un film americano che prenda le mosse da uno spunto così promettente. Forse il falso segretario manderebbe a gambe all’aria la classe dirigente del suo partito; scoprirerebbe, proprio al suo interno, giri di malaffare o privilegi illegali; introdurrebbe nella campagna elettorale proposte di riforma fino ad allora nemmeno immaginate, o considerate troppo arrischiate, e che riscuotono un imprevisto consenso. Di sicuro, farebbe qualcosa.

Il film di Andò ha l’aria di voler raccontare una realtà desiderata. A riprova, si veda come il suo racconto vada veloce: in un attimo l’aiutante del segretario decide di sostituirlo con il fratello; in un attimo, questi accetta la proposta. E prestissimo, il partito risale clamorosamente nei sondaggi. Insomma, il film non rispetta, e non vuole rispettare, le lente gradazioni del racconto realistico. Diceva un poeta: “La vita è lenta e la speranza violenta”. E Andò sembra proprio voler dare immagine a una propria speranza.

Ma speranza di cosa? Il suo filosofo nelle vesti di politico in effetti non fa nulla. Si limita a parlare, ma di una parola che non è premessa all’azione e non indica nessuna prospettiva pratica di cambiamento. Certo, le sue parole sono più schiette di quelle del fratello. In un’assemblea del partito, riferendosi all’Italia, parla apertamente di una catastrofe incombente. In un’intervista, afferma che tanti cittadini sono ladri quanto i loro rappresentanti politici o sognerebbero di esserlo.

In un comizio – ed è un momento emozionante del film – cita una poesia di Brecht che sembra captare profondamente il sentimento della crisi che l’Italia attraversa. Una proposta di cambiamento affiora: ed è quella di allearsi, piuttosto che con i cattolici, con la coscienza del Paese. Non è poco, ma non è abbastanza per fare di lui quel folle, ma geniale riformatore che dovrebbe essere.

“Viva la libertà” è un film tutt’altro che privo di qualità. Ho citato il bel momento del comizio. Ma forse l’aspetto migliore del film sono i ritratti dei quadri del partito, che hanno tutti qualcosa di maschere mortuarie. Una vena caricaturale a cui dà un abile contributo anche Toni Servillo nel ruolo dei due protagonisti.

Ma il film a me sembra interessante soprattutto come espressione involontaria di una paralisi. È certamente un aspetto tutt’altro che secondario della crisi, l’incapacità di immaginare una via di uscita, anche quando soltanto si racconta una favola e gli ostacoli reali sono alleggeriti dall’immaginazione.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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