Ora un Papa pastore, per una Chiesa della gioia

di VINCENZO PACILLO – Dalle 20 del 28 febbraio la Sede apostolica romana è vacante. In questo caso, però, non vi è un periodo di lutto da osservare o funerali da celebrare; non c’è un corpo da esibire all’omaggio dei fedeli, né si osserva la parziale chiusura del portone di bronzo del Palazzo Apostolico. Benedetto XVI, Papa emerito,  è infatti ancora parte di quella Chiesa militante che vive le gioie e gli affanni della vita terrena dell’uomo, e a norma del diritto canonico, ha rinunciato all’ufficio petrino – come abbiamo già scritto – per servire la sposa di Cristo nel silenzio e nella preghiera. I “foschi scenari” di un Papa-ombra, capace di condizionare il ministero del suo successore, evocati da Hans Kung mi paiono, per vero, molto lontani: assai più probabile che il nuovo pontefice sia invece un conforto spirituale per il suo successore.

Non da oggi fedeli, osservatori laici, politologi e sociologi si interrogano con una certa profondità di analisi sulle vicende che – nei prossimi giorni – segneranno il futuro terreno della Chiesa cattolica: è però inevitabile che questi giorni spingano a momenti di riflessione particolare, anche in considerazione dell’anticipo del conclave stabilito dal Motu Proprio pontificio “Nonnullas Normas”. Il primo dato dal quale partire è il momento di difficoltà in cui si trova la Chiesa cattolica: difficoltà dovuta alle persecuzioni subite dai suoi fedeli (i quali, unitamente ad altri cristiani, soffrono pesanti limitazioni alla loro libertà e/o gravi attentati alla loro incolumità in diversi Paesi africani e asiatici), ma anche ad una certa perdita di credibilità dovuta agli scandali sulla pedofilia e al cosiddetto caso “Vatileaks”.

È del tutto evidente che uno dei principali (e più urgenti) compiti che attende il nuovo Pontefice è proprio quello di continuare con coraggio e fermezza sulla strada ampiamente tracciata da Benedetto XVI per affrontare e debellare la piaga della pedofilia nella Chiesa; ma appare altrettanto prioritaria una riforma della Curia romana, magari riprendendo la proposta avanzata nel 1963 dal Vescovo di Colonia Frings (coadiuvato dal giovane teologo Joseph Ratzinger) di creare un “consiglio centrale dei vescovi” che possa affiancare il Papa nell’amministrazione della Curia e nel  governo  della Chiesa universale.

Una maggiore collegialità, insomma, che potrebbe garantire al nuovo Papa un forte e continuo contatto con fedeli e “uomini di buona volontà”, attraverso viaggi, udienze e occasioni di dialogo tra i popoli, le religioni e le culture. Per raggiungere questo obbiettivo è naturalmente necessario un Papa più pastore che politico: un Papa che – nell’era della comunicazione – sia capace di coniugare lo spessore culturale delle sue riflessioni con un carisma che lo renda capace di ascoltare e di parlare al cuore delle persone (di tutte le persone, a prescindere dalla loro appartenenza confessionale) e con una vigoria fisica idonea a consentirgli lunghe trasferte e frequenti “bagni di folla”.  Benedetto XVI ha evocato chiaramente – nel suo discorso dell’11 febbraio scorso – la necessità che il ministero petrino sia assunto da un cardinale giovane e nel pieno delle sue forze.

Un pastore giovane, energico, aperto alla collegialità e al contatto con i fedeli senza dimenticare il dialogo con non cristiani e non credenti. Un pastore carismatico e semplice, che sia saldo nella fede e testimone della speranza che Gesù Cristo sa infondere nel cuore dei suoi fedeli. Un pastore che si opponga a tutti coloro che brandiscono la croce come un’arma, ma che sappia mostrare – con dolcezza e fermezza – come essa sia uno strumento di salvezza, una testimonianza di gioia, amore e distacco dalle ricchezze. Per questo, un ulteriore, evidente obbiettivo che il pontificato prossimo venturo deve necessariamente porsi è quello di perseverare nella strada della sobrietà e della trasparenza nella gestione dei beni mobili ed immobili di proprietà dello Stato Città del Vaticano (del quale il Papa è sovrano assoluto), ed in particolare dello IOR, memore del fatto che il diritto della Chiesa di possedere ed amministrare beni temporali deve essere esercitato per “ordinare il culto divino, provvedere ad un onesto sostentamento del clero e degli altri ministri, esercitare opere di apostolato sacro e di carità, specialmente a servizio dei poveri” (can. 1254 del Codice di Diritto canonico).

A chi corrisponde questo impegnativo identikit? Per un cattolico, solo lo Spirito Santo può saperlo. E’ però fuor di dubbio che – qualora il nuovo Papa corrisponda ad esso – ci troveremo di fronte ad un pontificato che vorrà mettere al centro delle sue riflessioni la gioia dell’incontro con Cristo, la pace, la speranza e la dignità dell’uomo. Non una Chiesa delle scomuniche o degli anatemi, insomma, ma la Chiesa dell’Amore di Gesù.


Autore: Vincenzo Pacillo

Nato a Roma nel 1970, si è addottorato in Diritto ecclesiastico e canonico nell’Università degli studi di Perugia. Successivamente è stato ricercatore in Diritto ecclesiastico e canonico presso l'Università degli studi di Milano. Attualmente è professore associato di Diritto ecclesiastico e delle religioni nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Modena e Reggio Emilia e insegna Diritto ecclesiastico svizzero nella Facoltà di Teologia di Lugano. Autore di tre monografie e di diversi scritti su tematiche relative ai rapporti tra Stati e confessioni religiose, è membro del comitato di redazione della rivista “Daimon”.

One Response to “Ora un Papa pastore, per una Chiesa della gioia”

  1. lodovico scrive:

    San giovanni in Laterano “Sacrosancta Papalis Archibasilica Maior Sanctissimi Salvatoris et Sanctorum Iohannis Baptistae et Evangelistae apud Lateranum, omnium Urbis et orbis ecclesiarum Mater et Caput” Sede vacante con i portoni chiusi

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