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Il Movimento dell’Uomo Qualunque. A cinque stelle

– Ha vinto la gente.
Almeno così la raccontano quei ragazzotti a 5 stelle appena eletti al Parlamento; gli stessi che da lunedì seguiranno corsi accelerati di diritto costituzionale per scongiurare figure da cioccolatai a Montecitorio. Che loro abbiano sbancato è certo, ma che a vincere sia stata “la gente” – dizione emblematica del qualunquismo serpeggiante – è da dimostrare.

Invero, ad oggi un vincitore indiscusso sembra mancare all’appello. Grillo – come un under 21 piombato per caso in prima squadra durante una finale di Champions – ha giocato la partita della vita. Berlusconi – che di finali di Champions ne ha vinte – ha dimostrato che il caimano, da smacchiato, diventa un puma. E gli sconfitti? Gli “esclusi illustri” per cui non spenderemo una parola, Bersani con la sua malinconica macchina da guerra e, primo tra i non eletti, il Paese.


Tra le altre cose, la democrazia non sembra aver superato lo sbarramento. Ai suoi danni, piuttosto, sembra affermarsi la große koalition dell’oclocrazia: da destra a sinistra e oltre, passando – ad esempio – per il Grande Fratello fiscale di Ingroia, i moduli fac-simile di rimborso dell’IMU di Berlusconi e il reddito di cittadinanza dell’albero della cuccagna di Grillo. Divisi in TV, uniti alle urne nel grande Fronte dell’Uomo Qualunque. E’ il revival di una squallida pagina della Prima Repubblica all’alba della Terza, un trionfo di malcelata propensione all’autoritarismo e di rifiuto del gioco democratico che fa degli italiani un popolo che governare “non è impossibile, è inutile” – per citare un antesignano delle adunate oceaniche senza la stampa e con invettive dalla voce grossa.


Del Fronte, Grillo è il leader indiscusso: nervi a fior di pelle, ha fatto dell’incazzatura un modus vivendi. In soli tre anni, senza alcun rimborso elettorale, ha surclassato i risultati elettorali del padre nobile della sua dottrina: quel Guglielmo Giannini che fondò – a dire il vero con scarso successo – il primo Fronte dell’Uomo Qualunque, quello della Prima Repubblica. Cominciò anche Giannini con un giornale, che per ragioni tecniche non poteva chiamarsi www.uomoqualunque.it, ma che raggiunse presto una tiratura di 800.000 copie: un boom di contatti, direbbe Grillo, se calato nel contesto dell’Italia del dopoguerra.

Luoghi comuni urlati e distribuiti alle masse come tozzi di pane, adesione ad una sola verità: quella del leader. Ricorso a strumenti propri del populismo destrorso per veicolare messaggi di sinistra extraparlamentare, spogliata – in parte – dell’ideologia marxista. Zombie, fantasmi del secolo dei totalitarismi, essi vivono: “cittadini” pronti, oggi come ieri, ad annientare la loro individualità dietro la maschera di un terrorista inglese elevata ad emblema di lotta politica, nuovo segno di riconoscimento squadrista e paramilitare in un’epoca in cui la divisa sembra aver perso il suo appeal. Immagini di “gente comune” che trivella Montecitorio; come Guy Fawkes, forse, ma non è da sottovalutare il richiamo inconscio – e non per questo meno inquietante – all’incendio del Reichstag del ’33.

Il tutto, troppo spesso, sostenuto da giovanotti che fascismo, qualunquismo, populismo non vogliono sentirli nemmeno nominare. Piuttosto, vogliono discutere di acqua pubblica, di sapone per i piatti ricavato dalle piante del davanzale, di “governo del web”, di scie chimiche e teorie del complotto, di signoraggio bancario ed uscita dall’euro. Un po’ nerd e un po’ naïf, ignari della roulette russa a cui sta giocando un paese le cui governabilità e credibilità sono ormai compromesse. Il boom dell’incoalizzabile Fronte del redivivo Giannini, attestato oltre il 25%, testimonia l’acume di Renzo De Felice nel sostenere che “uno dei danni più grossi [fatti dal fascismo] è stato quello di lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti e agli antifascisti delle generazioni successive”.

Eccole, le generazioni successive. Di aver perso il senso della misura, di aver acconsentito al revival di meccanismi di catalizzazione del consenso propri di regimi in cui “la gente” era spettatrice passiva della volontà di un capopopolo non lo ammetteranno mai. Esattamente come i paladini dell’Uomo Qualunque, i rappresentanti de “la gente” traggono legittimazione della loro incompetenza e della scarsa propensione del loro movimento a democratizzarsi, aprirsi al confronto con i media e a costituzionalizzarsi dal postulato che un “cittadino comune” – appunto, un uomo qualunque – sia il soggetto più qualificato a ridare fiducia agli investitori, abbattere il debito pubblico, stimolare la crescita e far dimagrire il Leviatano semplicemente perché estraneo alle logiche di potere dominanti.

Onestà, intransigenza, persuasione sono condizioni necessarie ma non sufficienti. Gli italiani sembrano aver capito che è stata la vecchia mediocrità a segnare il declino di questo paese, ma non sono altrettanto disposti ad ammettere che di quella mediocrità sono stati i migliori testimonial per più di 60 anni, e che non sarà la reincarnazione storica di macchiette e cavalcatori del malcontento che ritornano uguali a loro stessi nei medesimi frangenti storici a trarli in salvo dalla tempesta. Non è stata la “culona inchiavabile”; siamo stati noi. Non abbiamo bisogno di un Coluche genovese. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che sì, è colpa nostra.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

3 Responses to “Il Movimento dell’Uomo Qualunque. A cinque stelle”

  1. stefan scrive:

    secondo me devi cambiare barbiere e lavarti spesso la faccia con acqua fredda…poi, basta con le public relations: solitudine, silenzio.
    Sei sicuro di voler fare il giornalista?
    Ovviamente si….

  2. Luca Martinelli scrive:

    A me, ma penso anche a molti altri, sfugge l’argomentazione critica alla base di questo commento. Per cortesia, potrebbe esplicitare oltre il semplice dileggio personale il suo pensiero, ammesso che ve ne sia uno alla base? Grazie.

  3. Daniele Venanzi scrive:

    Luca, probabilmente è un grillino. D’altronde se avessero argomenti si confronterebbero con i media. Ora la Snai lo dà 1 a 10 che dirà di non essere un grillino. E comunque no, non voglio fare il giornalista

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