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I condoni edilizi non servono a niente, tranne a chi li promette

Promesse e Politica. Un binomio finora quasi inscindibile. Con la seconda spasmodicamente impegnata a dar fondo a tutto la propria dote di fantasia. Proponendo anche l’impensabile, soprattutto in quei settori che promettono in cambio un consenso maggiore. È così che l’edilizia abusiva è finita per entrare nella competizione. Ancora una volta. Con la consueta soluzione: il condono.

Una soluzione che la storia, anche recente, della pratica italica, dimostra non soltanto inefficace, ma assai dannosa. Una misura che contribuisce al proseguo della degenerazione del Paesaggio, oltre che a sanare la contravvenzione di regole che attengono all’urbanistica e al vivere civile. D’altra parte, l’esperienza evidenzia come, non appena spunti la promessa d’un condono edilizio, sia nutrita la schiera di quanti si affrettino a tirare su nuovi edifici abusivi. Con un danno incalcolabile per i Comuni, costretti a farsi carico degli oneri di urbanizzazione avendo in cambio poche risorse.

Il risultato? Dalle casse pubbliche sono usciti molti più soldi di quanti ne fossero entrati. Una visione d’insieme consente di avere un’idea meno vaga del problema, di passare alla concretezza dei dati. Spiega un dossier Cresme per Legambiente che “sono non meno di 258.000 gli immobili abusivi sorti tra il 2003 e il 2011, per un fatturato complessivo stimato in 18,3 miliardi di euro”. Tutti edifici praticamente al riparo dalle ruspe.

Il Rapporto Ecomafia 2012 afferma che le ordinanze di demolizione firmate dal 2000 al 2011 sono state 46.760. Solo 4.956 sono state eseguite e solo in alcune zone. Passando agli ambiti locali la situazione si declina ancora meglio: a Napoli gli abbattimenti sono stati 710 su 16.837 decisi, pari al 4,2%; a Palermo nessuno su 1.943; a Reggio Calabria neppure uno su 2.989.

In sostanza, mine piazzate su e giù per l’Italia, in ogni angolo dei nostri territori. Proprio per questo resi più fragili. Città e campagne, esposte a rischi sismici e idrogeologici: terremoti, inondazioni, smottamenti, più frequenti in quelle porzioni del Paese nelle quali la presenza di edifici costruiti senza alcun controllo e senza alcun criterio è maggiore. Aree più o meno vaste nelle quali si è lasciato ampio spazio all’iniziativa personale in campo urbanistico. Quadranti nei quali sono mancati seri indirizzi nella pianificazione. Gli esempi? Tanti, troppi. In Campania si concentrano il 19,8% delle abitazioni abusive, in Sicilia il 18,2%, in Puglia il 12,85 e in Calabria l’8,8%.

L’interruzione delle cattive abitudini è una improcrastinabile necessità, per non assistere ancora al verificarsi di nuovi eventi catastrofici, nei quali le ferite del territorio sono solo una parte del conto da pagare, in aggiunta alla perdita di vite umane. L’intervento a posteriori, assunto a modello universale, è uno strumento evidentemente inefficace, oltre che economicamente insostenibile. Dice l’ultimo rapporto Ispra che mentre nel resto d’Europa è ricoperto dal cemento il 2,3% del territorio, da noi si raggiunge il 6,9%. Insomma, il triplo. In un contesto nel quale il Paesaggio, inteso nella sua complessità, continua a essere un feticcio da agitare, ma al quale si offre poca attenzione e rispetto, andrebbe adeguatamente valutata ogni misura lo riguardi. Per non sguarnirne ulteriormente gli strumenti di difesa.

La storia dimostra che la sola promessa di un condono edilizio scatena la corsa a fare nuove costruzioni, fingendo di averle fatte prima della legge. Dai rilievi effettuati dalla società che gestiva le pratiche comunali del condono, gli abusi commessi a Roma dopo la sanatoria berlusconiana del 2003 e spacciati per vecchi, furono 3.173. Abusi che quindi non è azzardato che in giro per l’Italia siano stati, nel complesso, almeno dieci volte di più. Un danno ingente al Paesaggio, certo. Ma anche economico.

Considerando che frequentemente si è riscontrato che tra quanti ricorrono al condono, sono moltissimi quelli che pagano solo il primo acconto. Quello che consente di bloccare inchiesta giudiziaria e ruspe. Così il resto del pagamento resta inevaso: a Roma, denunciava l’anno scorso Il Sole 24 Ore, restano da smaltire “210 mila pratiche, circa il 37% delle oltre 570 mila presentate fra tutte e tre le sanatorie”. Pratiche che in alcuni, non isolati casi, sono vecchie di quasi trent’anni.

Un vulnus amministrativo che impegna centinaia di funzionari pubblici e dà un gettito di 10,72 milioni di euro contro gli 80/100 milioni di costi stimati. Dieci anni fa il Comune di Roma fece i conti, accertando di avere incassato 922 euro per ognuna delle 506.578 domande dei condoni del 1985 e del 1994. Briciole in confronto alle spese per assicurare agli edifici condonati i servizi necessari.

La serietà di uno Stato non può che passare anche da questo. Da un esame preliminare delle misure intraprese. Dalla capacità di ipotizzarne i benefici e gli svantaggi nei diversi ambiti. Tutelare il Paesaggio contempla anche provvedere alla sua manutenzione, ordinaria e straordinaria. Significa prendere decisioni che non impoveriscano il Paese.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “I condoni edilizi non servono a niente, tranne a chi li promette”

  1. lodovico scrive:

    In Emilia Romagna la tutela del paesaggio si spinge nei piccoli cortili o in quei quadratini di terreno di proprietà privata dei piani terreni. Non si possono abbattere piante di mele anche se queste sono improduttive. Si ricorre a Ditte specializzate che le fanno muorire per poi avvertire il comune che la pianta è si è seccata e che la si vorrebbe sostituire con altra. Si tutela il paesaggio pur in presenza di un cambiamento di specie arborea. Si salva la Costituzione e tutti sono felici. Più difficile spostare una porta o mettere vetri ai balconi: quello è un reato penale.

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