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Tibet: terza immolazione in tre giorni, nel silenzio totale

Se 107 vi sembran pochi… È il numero dei tibetani che, pur di non continuare a vivere sotto il regime di occupazione cinese, hanno compiuto la scelta estrema di darsi fuoco. L’ultimo si chiama Sangdag, viene dal monastero di Diphu. Si è trasformato in una torcia umana alle 10 di mattina (ora locale) del 26 febbraio.

Ha compiuto il suo suicidio di protesta in pubblico, in un centro abitato della contea di Ngaba. La sua è stata la terza auto-immolazione in soli tre giorni. La notte del 24 febbraio si era dato fuoco Phakmo Dhondup, un altro giovane monaco (20 anni) all’interno di un monastero nella provincia di Qinghai. Il giorno dopo, il 25 febbraio, davanti al monastero di Shetsang, si era immolato Tsesung Kyab. Anche lui giovane (27 anni), anche lui monaco. Voleva emulare il gesto compiuto da suo cugino, due mesi fa. Martedì scorso, due adolescenti, Rinchen (17 anni) e Sonam Dargye (18), si erano dati fuoco nella contea di Ngaba. Sono gli ultimi di una lunghissima serie.

Il 25 febbraio era l’ultimo giorno della festività di Molam, una delle più importanti del calendario buddista. Questo spiega, in parte, l’impennata di suicidi di protesta. Sta di fatto che il ritmo delle auto-immolazioni è sempre in crescita. Se erano una quindicina di casi dal 2009 al 2012, dall’anno scorso in avanti sono avvenute con una frequenza di almeno una ogni settimana. La polizia cinese fa tutto il possibile per reprimere, più che per salvare vite. Il suo intervento tipico consiste in tre fasi: prelevare la vittima e cercare di impedirle di morire (per evitare che si aggiunga un martire, perché il trattamento successivo, fra carcere e interrogatori, è tutt’altro che umanitario), isolare l’area dell’auto-immolazione e procedere agli arresti di tutti coloro che sono sospettati di istigazione al suicidio.

Se la vittima muore, le autorità cercano in tutti i modi di ostacolare i funerali, per impedire che diventino delle proteste di piazza. Solo per citare gli ultimi casi di auto-immolazioni: Phakmo Dhondup è stato prelevato e portato urgentemente in ospedale, dopo un’irruzione della polizia nel suo monastero. Le forze dell’ordine hanno poi isolato l’area e istituito posti di blocco. Tsesung Kyab è morto sul colpo e la polizia ha cercato di portare via il corpo. È stata la popolazione locale a ribellarsi e a seppellirlo nel suo villaggio natale. Martedì, Sangdag è stato “salvato” dalla polizia cinese, che lo ha prelevato e portato in ospedale. Le sue condizioni di salute sono tuttora ignote. Anche in questo caso, la cittadina della contea di Ngaba in cui è avvenuta l’auto-immolazione è stata blindata dalla polizia per alcune ore.

Il regime di Pechino non ammette alcuna colpa. Non si interroga sul perché, subito dopo la fallita insurrezione del 2008, i tibetani abbiano iniziato a bruciare. Il regime cinese punta il dito sulla “cricca del Dalai Lama”, responsabile (oltre che di “spionaggio a favore degli Usa”) anche di “istigare al suicidio” i giovani tibetani. Togliersi la vita, agli occhi di Pechino, è diventata un’offesa, un intollerabile atto di sovversione. Non si deve sapere, non si deve vedere. I poliziotti girano con gli estintori nelle città tibetane, pronti a intervenire. Se qualcuno si dà fuoco, i testimoni vengono dispersi, non si devono scattare foto o girare video e le fiamme devono essere spente il prima possibile. La linea ufficiale del regime è imporre la non-esistenza del problema.

Le pene per chi è accusato di “istigazione al suicidio”, per averne dato notizia, sono molto severe. Nelle scorse settimane, un tribunale cinese ha emesso una sentenza di 13 anni di carcere per 15 tibetani, in maggioranza monaci. Il mese scorso, un religioso, Lorang Konchok, è stato condannato a morte. L’esecuzione è stata poi sospesa (per due anni) e potrebbe tramutarsi in ergastolo, se il condannato mostrerà di aver imparato la “lezione”. La sua unica colpa era quella di aver diffuso notizie sulle auto-immolazioni, un’attività che è assimilata alla “istigazione” al suicidio e dunque punita come se fosse un “omicidio volontario”. Il nipote di Lorang Konchok è stato, a sua volta, condannato a 10 anni di carcere.

Il solo possedere foto delle torce umane è reato. Lo scorso ottobre ne ha fatto le spese Ngawang Tobden, artista ventenne di Lhasa: per aver conservato alcune foto di auto-immolazioni nel suo cellulare è stato condannato a 2 anni di lavori forzati nei Laogai, i campi di concentramento e di “rieducazione” politica. L’accusa è di “sovversione, propaganda di valori politici sbagliati e istigazione alla disarmonia fra le etnie”.
Oltre alla repressione, le autorità cinesi provvedono, infatti, anche alla “rieducazione” collettiva di interi monasteri. Lo sanno i monaci di Kirti: dopo il suicidio di uno di loro, nel 2011, hanno dovuto subire un periodo di “studio” imposto dalla polizia, dovendo imparare a memoria la costituzione cinese, il codice penale e le leggi sulla religione. I più restii ad essere rieducati, sono coloro che, più di altri, popolano i Laogai.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Tibet: terza immolazione in tre giorni, nel silenzio totale”

  1. Vincenzo P. scrive:

    È davvero incredibile come tutto ciò possa accadere nella sostanziale indifferenza dei media e delle organizzazioni sovranazionali poste a tutela dei diritti umani.

  2. lodovico scrive:

    Sul Tibet ricordo parole bellissime da parte delle tre nostre più alte rappresentanze della repubblica.

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