di FEDERICO BRUSADELLI – Mentre Massimo D’Alema prova a riprendere in mano la situazione di un assai disastrato Partito democratico, distribuendo le presidenze delle Camere e dettando l’agenda di un possibile governo (con estrema soddisfazione, si immagina, di chi considera proprio la pervicace sopravvivenza dell’apparato classico della sinistra italiana, D’Alema in testa, come la causa principale se non unica della deludente performance elettorale), Pierluigi Bersani si è lasciato incastrare dal meccanismo, preciso e prevedibile, del monumentale sketch in cui Beppe Grillo ha infilato l’Italia. Dopo aver sparso miele (“il modello Sicilia è meraviglioso”), il leader dei Cinque stelle ha sbattuto la porta in faccia all’aspirante premier, bollato come “morto che cammina”.

Ma nella mano tesa da Bersani a Grillo non c’è l’ingenuità di chi vuole aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e considera la politica italiana ( quella sottratta alle influenze della Casaleggio associati) alla stregua di un camposanto. C’è la volontà politica – ribadita peraltro da D’Alema stesso, seppure con sfumature diverse – di tracciare una possibile connessione con il Movimento Cinque Stelle anziché con il Pdl e con la lista Monti. Operazione astuta, si dirà. Tesa a “smascherare” i grillini, a privarli dell’alibi di essere esterni al sistema, a metterli insomma alla prova di governare, dopo tanta protesta, quel “Sistema” contro cui da anni rovesciano i loro vaffa.

Eppure, dato che la gestione del Paese dovrebbe essere una cosa seria e dovrebbe andare al di là e al di sopra della mera tattica inter-partitica, riesce difficile immaginare cosa ci sia di sensato nell’idea di coinvolgere in un progetto di governo chi propone il reddito di cittadinanza e l’abolizione degli stipendi pubblici.

“Ogni mese lo Stato – spiega Grillo sul suo blog, che si appresta a sostituire il salotto di Bruno Vespa come terza Camera – deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch’essi dalle tasse. E’ una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza”.

Eliminare dunque le pericolose caste degli insegnanti, dei postini e dei vigili urbani, trasformare l’Italia in un immobile cantiere di disoccupati (disoccupati per scelta e per necessità), insomma una Repubblica “fondata sul non-lavoro”, che è sicuramente peggio di quella – pur criticabile – “fondata sul lavoro”. Sono idee che sfiorerebbero il ridicolo se non fossero la piattaforma – assieme alle piste ciclabili, alle energie pulite e all’uscita dall’euro – del primo partito d’Italia.

E che il secondo passi con tale disinvoltura dalla stagione “riformista” delle primarie ai deliri di palingenesi grillina lascia molti dubbi sulla capacità della centrosinistra italiano, di questo centrosinistra, di impostare una road map per gli anni a venire, con l’ambizione magari, chissà, un giorno di vincerle, le elezioni. Passare così, dagli abbracci con Renzi agli ammiccamenti a Grillo e al suo non-programma, non sembra una cosa molto seria. Da Blair a Mao il passo è forse un po’ troppo lungo. Né si capisce dove possa portare, poi.