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Elezioni, la tempesta perfetta che (purtroppo) non ci insegnerà niente

– La tempesta nel deserto è iniziata, ed il polverone alzato è grande.

Dopo le “esclusioni eccellenti” di parecchie cariatidi della politica tradizionale, l’unico grido, trasversale a tutte le vecchie formazioni politiche, è il “si salvi chi può”. Il Movimento 5 stelle è passato come un caterpillar su un già traballante edificio, fatto con scarse fondamenta ed altrettanto deteriorati materiali. In soli tre anni e con scarsi mezzi finanziari, Beppe Grillo è riuscito a compiere una vera rivoluzione. E chi non la vuole vedere sa di mentire al paese e a se stesso.

Chi ha aiutato Grillo a raggiungere un tale risultato? La politica, ovviamente, quella che dopo “Mani Pulite” ha voluto riempire il vuoto creato (probabilmente ad arte) con il personalismo ed con l’individualismo fine a se stesso. Da una parte imprenditori rampanti che sono entrati di forza, e sfruttando il ciclone post-Tangentopoli, a prendersi poltrone eccellenti fino ad allora negate ai “self-made-man”. Dall’altra le statue di cera di Madame Tussaud, incapaci di leggere il paese, boriosi e ciechi davanti alla realtà che cambia e sempre diretti contro “mulini a vento” scambiati per giganti mostruosi e pericolosi.

Inutile negarlo: il bipolarismo ha fallito. Per vent’anni abbiamo assistito ad un “ping pong” tra promesse non mantenute e depredazione dell’economia del paese, scambiando la democrazia con il semplice esercizio di recupero del consenso. Da una parte chi ha sempre saputo come fare per recuperarlo, il consenso, ma incapace di tradurlo in vero governo. Dall’altra personaggi astrusi, impegnati a girar lo sguardo in altri lidi piuttosto che vedere il naufragio di vecchie ideologie ed il cambiamento a cui il mondo costringe.

In mezzo alla bufera dei mercati e all’incertezza politica (non c’è giornale straniero che ieri non titolasse sullo stallo italiano e la paura delle ripercussioni economiche su eurolandia) un paese serio si dovrebbe sedere ad un tavolo per cercare, voti alla mano, di porre le basi per un governo riformatore, partendo dall’ordinamento dello Stato fino al tanto agognato e purtroppo sempre più lontano principio di sussidiarietà, cioè di uno Stato che arriva al cittadino solo e soltanto quando l’individuo non è in grado con mezzi propri.

E invece , no. Tutte le nomenklature sono solamente impegnate a cercare di evitare il voto a tutti i costi per evitare che lo “tsunami Grillo” possa diventare improvvisamente un armageddon con il 45% delle preferenze. Non c’è una presa di posizione onesta e sincera che ammetta fallimento, ma solo strani ossimori (“abbiamo vinto, ma abbiamo anche perso”) e preoccupazioni di mantenere al sicuro i propri interessi e le proprie aziende dagli attacchi giudiziari. Nessuno in queste ore sembra volere guardare in faccia la realtà di un malcontento generale che va oltre il voto di protesta grillino: la gente ha assoluto bisogno di una politica che abbia la vision per la ricostruzione di un Paese che sta perdendo tutta la ricchezza che i nostri padri erano riusciti a produrre.

Quello a cui stiamo assistendo in queste ore, complice l’immenso polverone, sono i soliti giochini di palazzo fatti da persone che sanno fare “solo quel mestiere”, come sottolineato da alcuni segretari di partito, in un lapsus freudiano che grida vendetta. In mezzo alla follia della proposta/non proposta burlesca del M5S si trova una grande opportunità che nessuno vuole vedere: il poter realizzare ciò che non si è voluto fare per venti lunghi anni o forse più, cioè la reale possibilità di guardare il paese, ammettere le proprie responsabilità e ricominciare con un patto condiviso. Nessuno invece, almeno stando alla prime dichiarazioni, sembra aver capito il grande messaggio che il popolo italiano ha voluto dare con il voto di fine febbraio.

La realtà vede “topi” scappare da una barca che affonda, lasciando al Presidente della Repubblica l’unica strada di un “governo di scopo” dal sapore antico di prima Repubblica, con leader politici terrorizzati che non vogliono farsi da parte, incapaci di capire in profondità il messaggio del popolo e senza la minima volontà di voler lasciare gli scranni, tutti impegnati nell’evitare di perdere il proprio “posto di lavoro”. L’Italia, che non si merita questo, rimane basita a guardare l’ennesima opportunità gettata al vento.


Autore: Cristoforo Zervos

Nato a Modena nel 1972, vive a Roma. Giornalista pubblicista, si occupa di notizie di Cooperazione internazionale e di foreign policy, con un'attenzione particolare per gli Stati Uniti, Africa e Medio Oriente. Ha collaborato con Liberal quotidiano e Formiche.net e ha un blog sull'Huffington Post. Gran collezionista di fumetti, ha anche la passione per la musica e suona la batteria. È sposato con Daniela e ha un figlio, Pietro.

One Response to “Elezioni, la tempesta perfetta che (purtroppo) non ci insegnerà niente”

  1. Dives scrive:

    “Tutte le nomenklature sono solamente impegnate a cercare di evitare il voto a tutti i costi”…? ma che stai dicendo! Qui c’è una situazione post-elezioni degna del cubo di Rubik, e pretenderesti di poter tirare fuori dal cilindro “una politica che abbia la vision per la ricostruzione di un Paese che sta perdendo tutta la ricchezza che i nostri padri erano riusciti a produrre” …? Gli elettori hanno deciso di resuscitare chi aveva fallito dopo 20 anni di governi insulsi (30%), di premiare chi quei politici li vuole seppellire (25%), e chi è stato all’opposizione negli ultimi 10 anni in modo un pò soporifero (30%). Resta il punto che questo Paese dovrebbe essere GO-VER-NA-TO, e , come dice Vittorio Zucconi “In nazione normale soluzione evidente: governo di programma con PD e M5S. In Italia si fanno e disfano governi con il blog di uno non eletto”. E qualcun altro che sogna in modo becero nuove elezioni….che paese di M—-DA!!

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