– Per analizzare con onestà intellettuale l’esito elettorale da un punto di vista montiano, bisogna partire dal doveroso riconoscimento di un risultato inferiore alle aspettative e comunque deludente. Ciò è stato riconosciuto da quasi tutti i commentatori, ma, a volte, con argomentazioni che non sembrano del tutto condivisibili.

In primo luogo, si afferma che Monti abbia perso, perché non è riuscito ad essere l’ago della bilancia al Senato. Il giudizio è obiettivamente vero, ma trascura di considerare che è venuta a mancare la bilancia. Infatti, se si osservano i dati, si può constatare che anche nell’ipotesi in cui Monti avesse ottenuto l’esito realisticamente auspicato, cioè intorno al 15%, la pattuglia dei suoi senatori sarebbe stata di circa una trentina e, in ogni caso, sarebbe stata insufficiente a garantire la maggioranza in Senato.

Ciò è dipeso dalla circostanza che sono mutati tutti i presupposti fattuali su cui erano state formulate tutte le previsioni, ossia che il centrosinistra al massimo poteva perdere in una o due regioni significative. Se così fosse stato, anche l’odierno deludente risultato avrebbe fatto conseguire lo scopo. In altri termini, la sconfitta nelle sette regioni non poteva essere in nessun modo colmata dalla coalizione montiana, che nemmeno nei sogni più fantasiosi ha mai immaginato di superare, in queste elezioni, il 20%.

Vi è poi la reiterazione della critica che Monti avrebbe fatto bene a starsene fuori dai giochi elettorali, perché ora avrebbe potuto tornare a recitare il ruolo del “Salvatore della Nazione”. Questo ragionamento tradisce un retroterra “non democratico” molto diffuso, soprattutto in determinati ambienti culturali e giornalistici. Infatti, uno dei pregi della salita in campo è stato quello di consentire di fare una doverosa chiarezza democratica, consentendo al corpo elettorale di potere esprimere il proprio giudizio su quella significativa attività di governo, che era stata frettolosamente disconosciuta da quasi tutti i suoi sostenitori.

E ciò è comunque un bene, anche se il giudizio non è stato generoso e anzi per molti aspetti è stato deludente: ma questa è la democrazia. Sottrarsi al giudizio elettorale, sperando di tornare in campo subito dopo, non sembra invece essere una prassi politica in linea col funzionamento fisiologico di un ordinamento democratico moderno.

In definitiva, se è vero che è stato chiamato a Palazzo Chigi per il suo abito tecnico, è anche vero che la sua attività di governo è stata, e non poteva essere diversamente, politica e quindi era doveroso che si sottoponesse al giudizio elettorale e poco importa se con un suo esito non è stato quello sperato. D’altronde, anche le sconfitte possono essere ottime maestre di vita. Nello specifico, se lo vorrà, il Presidente Monti potrà riflettere sul fatto che, volente o nolente, troppo spesso si è data una percezione elitaria della sua lista civica.

Quindi, se mai ci sarà una prossima volta elettorale, ci permettiamo umilmente di consigliare un po’ meno bocconiani e un numero maggiore di individui che hanno realizzato il quasi impossibile sogno italiano di salire faticosamente qualche gradino delle nostre ripidissime scale sociali. Forse, così si riuscirà a trasmettere meglio la visione di quella società fondata sul merito individuale, e quindi dinamica, competitiva e socialmente equa, nella quale si crede e per la quale è salito in campo.