La comunicazione politica è fondamentale. È fondamentale la tv, la carta stampata, la Rete. È fondamentale dire, raccontare, condividere. È fondamentale gridare dal palco come Beppe Grillo, occupare i palinsesti come ha fatto Silvio, andarci in quei posti, magari, con una visione del mondo coinvolgente – come non ha fatto Mario Monti.

Pierluigi Bersani, invece, ha dato buca su (quasi) tutto, nella convinzione, suggerita forse all’Ambra Jovinelli da Nanni Moretti, che va bene esserci, in disparte, là, come carta da parati alla festa, mentre gli altri ballano. Così lo sfondo grigio, scuro, surreale, dei manifesti in cui è stato calato in giacca e cravatta il segretario del PD è stato il simbolo anticipatore di un risultato: buio, cupo anch’esso. E mediocre.

Analizzare la campagna elettorale appena trascorsa significa, in sostanza, tornare sullo stesso ritornello, noto ormai quanto una vecchia canzone di Celentano. La sanno tutti, quasi a nessuno piace. E cioè: i democratici comunicazione politica proprio non la sanno fare. Perché la temono, la dileggiano, la considerano, con un termine alla moda, propaganda, e allora quando, loro malgrado, ci si mettono di buzzo buono a farla, toppano alla grande.

La campagna di Bersani è stata sbagliata dall’inizio alla fine. Perché non bastano i giochi di parole – smacchiamo il giaguaro – per lo più surreali, quasi dadaistici, a raccontare il futuro del paese – come è, in fondo, l’Italia con i giaguari smacchiati? Mah… Perché gli slogan vuoti, l’Italia giusta, non lasciano il segno, soprattutto se odorano di superiorità moraleEhi ragassi, siamo noi i giusti, non sbagliate a votare, eh! Perché non si può rinunciare a spiegare la propria idea di mondo o a ridurla a questioni tecniche pretendendo di essere capiti, come profeti o, come più spesso accade, Cassandre.

Pierluigi Bersani avrebbe dovuto interpretare un ruolo difficilissimo per tutti tranne che per lui: se stesso. Avrebbe dovuto organizzare incontri, in piazza, al pub, con la gente, facendosi bagni di folla, e rispondendo sempre alla stessa domanda: come sarà il nostro comune futuro? Lo avrebbe dovuto declinare, questo futuro, con le sue parole, spicce spicce, magari con il sigaro in bocca, attraverso 4/5 proposte, una a settimana, chiare, tradotte in slogan, in infografiche, in immagini. Avrebbe dovuto accendere le speranze, e non rispondere in negativo come ha fatto, per esempio, a Formigli quando gli ha chiesto un’idea per il paese. “No ai condoni”, ha risposto. Va bene, ma sì a che cosa? (attenzione! Non valgono come risposta parole vuote e contenuti vaghi, tipo: un paese solidale, più lavoro sicuro, grande serenità).

L’unica attività cui il PD s’è dedicato con costanza in questo periodo elettorale è stato fare spallucce, quasi uno sport, un tic dalle parti del Nazareno, dove pure i più giovani – vedesi Roberto Speranza – così, per emulazione, fanno spallucce. E sorridono beffardi alla sciocchezza di Grillo, alla stupidità degli elettori di Berlusconi, convinti di un primato così solido e consolidato che per mantenerlo si possono pure compiere tragici errori: come, per dirne uno, candidare Rosi Bindi, toscana, politica navigata, in Calabria – dove se le fanno una domanda in dialetto le serve il traduttore.

Peggio di Bersani, però, ha potuto Mario Monti. Oltre a tenere con sé Casini e Fini, salvo poi rincorrere un profilo civico che l’ha portato a silenziare i compagni, scomodi, di viaggio, il premier ha deciso di comportarsi da vecchio politicante, acquisendone tutti i tic linguistici. Aggressività, campagna denigratoria degli avversari, un’ostentata prossimità a suon di birre e cagnolini davvero poco consona alla sua naturale vocazione professorale. Il Senatore avrebbe, invece, dovuto fare il professore. Fino in fondo. Non inseguire l’agenda ma dettarla, uscendo una o due volte a settimana con contenuti comprensibili, seri e proposte argomentate, mentre una squadra, davvero civica e inedita, avrebbe dovuto dividersi i compiti, tra cui quello di fare il poliziotto cattivo. Permettendo a lui, a Monti l’intoccabile, di mantenere un’immagine linda e pinta e persino super partes. Di base, per farlo, Scelta Civica avrebbe dovuto concorrere da sé. Ma visto il risultato a poco più di una cifra forse non avrebbe fatto poi tanto male – cedere alla tattica sacrificando la strategia, o negandola, significa sempre, sempre, sbagliare e screditarsi. Di fondo per Monti c’è stato un tema chiave: il clima avverso del paese. Favorevole, invece, a quel furbacchione di Beppe Grillo.

Il leader del M5S ha avuto il vento in poppa ed è stato bravo a fare la sua parte: ha dato voce e corpo alla rabbia, quel sentimento che, quando hanno potuto, i partiti hanno finto di non sentire – che fine hanno fatto, per esempio, le proposte di legge firmate da centinaia di migliaia di cittadini che Grillo portò nel palazzo qualche tempo fa? Sono rimaste negli scatoloni, segno fisico di una sordità indefessa.

Beppe Grillo e Silvio Berlusconi hanno saputo parlare al proprio uditorio, hanno fatto campagna per davvero. Entrambi, però, commettendo un peccato capitale, che peserà sulle generazioni future e che, stavolta, non è d’ordine tecnico – dopotutto a condividere un’idea di Italia ci sono riusciti, l’una così radicale da travolgere Ingroia come un fiorellino, l’altra così furbacchiona da riuscire ancora credibile, nonostante il recente passato del narratore. Grillo e Berlusconi hanno dimenticato il sogno e ceduto all’illusione; come ha scritto Tim Parks sulle colonne del New York Times, citando Mussolini: “L’illusione in Italia è l’unica realtà“.

Se il sogno, come quello obamiano, per esempio, richiede dedizione, tempo, sacrificio, costanza, unità, tenacia, resistenza, ottimismo – della volontà o meno poco importa – all’illusione basta la rabbia. Non vuole sforzi, soprattutto comuni. Serve solo l’uomo forte, in grado di pronunciare la formula magica, come se un igitus figitus qualsiasi servisse a trasformare tutto: a ridarci l’IMU, a togliere la tassa sulla casa, a mandare via tutti i disonesti, a ridarci la lira, a cambiare le cose.

Il cambiamento, però, è un contenuto vuoto. Rispose Rudolph Giuliani a Obama: “Può essere positivo, ma anche negativo”. Da cosa dipende? Forse dalla fonte della trasformazione. Se si tratta di rabbia o di furberia il risultato, a prima vista, non appare dei migliori.