di PIERCAMILLO FALASCA – Abbiamo perso. Abbiamo perso tutti, si è tentati di dire, peraltro con buone ragioni. Ha perso certamente l’intero sistema politico, incapace di sfruttare l’ultimo anno trascorso per riformare le istituzioni repubblicane e cambiare una legge elettorale considerata iniqua dagli elettori ed incapace di assicurare maggioranze stabili, come già era ampiamente prevedibile fin dal 2006.

È  opportuno tuttavia che, accanto alle tante nefaste analisi di scenario che fioriscono nel dibattito corrente, si impari noi italiani a riconoscere pubblicamente la sconfitta del proprio progetto elettorale, quando ciò accade. Per quanto mi riguarda, ha perso l’iniziativa politica per la quale mi sono impegnato e candidato, nata intorno all’Agenda Monti e al premier uscente, che non ha saputo raccogliere il consenso di un numero significativo di elettori tale da vincere le elezioni (ipotesi teorica, ma in una democrazia “lineare” ogni forza politica a questo dovrebbe puntare, quanto meno nel suo dialogo con l’opinione pubblica) o da essere determinante per la formazione di un governo riformatore, capace di proseguire il percorso di risanamento finanziario intrapreso dal governo tecnico e accompagnarlo con misure efficaci per tornare a crescere.

Le ragioni della sconfitta? Se si è convinti (e personalmente lo sono) della bontà delle proposte e dei programmi elaborati, tecnicamente ed eticamente, il dito va probabilmente puntato sul messaggio che si è dato all’elettorato più ampio e meno informato, quello grazie al quale le elezioni si vincono o si perdono. I pro dell’operazione simpatia che il compassato professor Monti ha compiuto nelle ultime settimane vanno forse controbilanciati con i contro: si è perso nel ronzio di fondo della caciara elettorale il messaggio di drammaticità che Monti nei mesi di governo tecnico aveva saputo trasmettere agli italiani. Il tasso di novità delle liste di Scelta Civica, indubbiamente elevato, è stato apparentemente smorzato dalla formula della coalizione a tre teste.

Chi scrive chiedeva molti mesi fa lo scioglimento dei partiti di quello che fu il Terzo Polo in favore di un progetto politico autenticamente nuovo e riformatore, con un passo indietro dei leader storici. Si è scelta la strada opposta, costringendo i “nuovi” e i “vecchi” a farsi la guerra come i capponi di Renzo. Ancora, quasi non si è giocato per vincere, senza remore e contro tutti gli altri, ma ci si è autolimitati al ruolo di “forza terza”, finendo peraltro ad essere i quarti.

Non mancano le attenuanti, ovviamente. Il terreno di gioco – una campagna elettorale dai toni populisti e “passatisti” – è diventato un pantano per chi, come Monti e con Monti, proponeva agli italiani una visione alta, europeista, governativa e “ragionata”. Si poteva fare diversamente? Evidentemente sì, stando alle scelte degli elettori, che per definizione hanno ragione anche quando daremmo loro torto. A tempo debito e a mente fredda, l’analisi andrà dettagliata, purché fin da subito si riconosca la sconfitta. Bisogna saper perdere, è sulle sconfitte che si forgiano i progetti politici che un giorno potranno ambire a vincere.