Varsavia è la capitale della Polonia e la più grande città del Paese. Ma soprattutto è un centro urbano che ha saputo mutare, profondamente, il suo aspetto senza rinunciare al suo passato culturale. Simbolo di un Paese che è cambiato molto, passando dall’epoca comunista a Solidarnosc, dalle libere elezioni del 1989 alla presidenza dell’Ue. Fino all’attualità: eccezione quasi isolata alla crisi che ha investito l’Europa. I motivi di questo status in controtendenza? Tanti, ognuno determinante.

Investimenti esteri importanti. Un impegno tutt’altro che marginale nelle opere pubbliche, nell’ottica dell’ormai imprescindibile potenziamento infrastrutturale, potendo contare sui finanziamenti dell’Unione europea. Un ruolo centrale per la cultura contemporanea, uno dei temi più importanti nell’agenda politica, come dimostra l’incremento dell’investimento culturale, cresciuto dallo 0,45 all’1% del Pil nazionale.

In questo contesto, a Varsavia pullulano i cantieri. Molta architettura d’epoca socialista è stata demolita e sostituita da edifici di nuova generazione. Che da un lato sembrano il naturale pendant, sul piano urbanistico, del desiderio di adeguare le sue forme al mutato profilo amministrativo. Ma anche il risultato di una architettura almeno in parte piegata ai meccanismi della speculazione edilizia. Il tessuto urbano, mai ri-pianificato dopo le distruzioni dell’ultima guerra, è un mix di eleganti palazzi, magnifici parchi e grandi viali e nuove costruzioni. Il vecchio Palazzo della Cultura e della Scienza, donato alla città da Stalin, a lungo dominante sulla città con i suoi 230 metri di altezza e i tanti palazzoni e grattacieli realizzati più di recente. Anzi, forse la migliore espressione del nuovo corso è proprio nel vecchio edificio degli anni Cinquanta del Novecento, progettato dal russo Lev Rudniev. Al suo interno si trovano ora musei, cinema, biblioteche, teatri e palestre.

Per il nuovo edificio del Museo d’Arte Contemporanea, da anni oggetto di concorsi, bisognerà ancora attendere. Ma intanto l’approccio al tema della città è evidentemente mutato rispetto al passato, anche recente. Le demolizioni scriteriate hanno lasciato spazio alla rigenerazione di vecchie aree dismesse, come è accaduto alla ex-fabbrica di munizioni Soho Factory oppure alle zone ex-industriali di Praga. Un’attenzione, quasi inaspettata, sta ricevendo l’architettura modernista del periodo tra le due guerre. I quartieri residenziali e industriali scampati alle distruzioni stanno diventando sede di attività culturali, dopo essere stati a lungo negletti.

Ad alimentare il cambiamento la crescita ragionata del Paese, supportata da una relazione continua con gli altri Paesi europei. Sono le generazioni dei trentenni e dei quarantenni a dare concretezza a questo progetto, interpreti consapevoli del loro ruolo propulsivo, ma anche dell’importanza di non rinnegare il loro retroterra culturale. Frequenti i rimandi a pittori come Stazewski e Strzeminski, oppure a Oskar Hansen, l’architetto che ha sviluppato il concetto di crescita delle città urbane del futuro, cioè il “Sistema lineare continuo” e il “modulo continuo”. E, ancora, Joanna Mytkowska, direttrice del Museo d’Arte Moderna.

La rilevanza non di maniera nei confronti della storia culturale si manifesta anche nell’attenzione che musei e gallerie dedicano alle generazioni scorse. La Galleria Nazionale Zachenta ha da poco dedicato una mostra allo spazio sperimentale Akumulatory, attivo dal 1972 al 1989. Leto e Piktogram/BLA, due gallerie trainanti, stanno riproponendo il gruppo visivo-musicale anni novanta Kolo Klipsa e Lesze Knaflewski. Nel campo del teatro il regista Krzysztof Warlikowski, che gestisce Teatr Nowy, dichiara l’importanza di Krystian Lupa. Mentre per il cinema il riferimento è soprattutto a Andreyj Wajda.

A connotare gli ambienti culturali polacchi e a decretarne la vivacità sembra contribuire, forse più di altro, la decisa attitudine a creare situazioni inattese. Così, ad esempio, le gallerie commerciali si dichiarano non profit. E in molti casi intraprendono sofisticate imprese editoriali, tra le quali spiccano il Piktogram magazine, creato da Michal Wolininski per l’omonima galleria, e “Czeslaw Olszewski. Warsaw Modern. Architecture photography of the 1930“, il volume pubblicato dalla galleria Raster.

La Polonia del passato sembra essere alle spalle. Ma non dimenticata. Per certi versi metabolizzata, selezionando “il buono”. A Varsavia sembra si sia riusciti ad uscire dall’interno, oscuro, del Palazzo della Cultura e della Scienza. Raggiungendo la sommità di quel grattacielo russo. E da lì sforzandosi di avere lo sguardo rivolto all’orizzonte. Così da dominarlo.