L’opportunità di riconciliarsi col mondo di una Chiesa troppo ‘mondana’

di LUCIO SCUDIERO – Nel momento del commiato Benedetto XVI trova – e fa ritrovare alla Chiesa – una linea di possibile contatto col Mondo, lo stesso Mondo che il Pontefice pare aver sofferto, più che governato, negli otto anni di sua reggenza al Vaticano.

E’ una sorta di riconciliazione del Papa teologo con la comunità dei fallibili che sarebbe la Chiesa, attraverso un gesto mondano – le dimissioni – che hanno guadagnato al Pontefice tedesco anche la riconoscenza o almeno la simpatia di chi, fuori di quella comunità  suo malgrado o per scelta, ha bisogno di dispensare torti o ragioni sulla base di azioni e omissioni, non avendo il dono della fede.

Chi scrive è tra questi. Benedetto XVI è stato il papa troppo etereo di una Chiesa troppo soggetta alla gravità terrena. Senza le dimissioni, probabilmente del suo pontificato avremmo ricordato gli scandali e le lotte intestine alla gerarchia – principalmente italiana –  più che le encicliche e la sua elevatissima elaborazione dottrinaria. Con le dimissioni non soltanto egli ha relativizzato il papato, ma ha anche assolutizzato il tema di governo di chi gli succederà nella ricomposizione della frattura tra l’Istituzione ecclesiale e la sua comunità attuale, e soprattutto potenziale.

Senza eccessive velleità di analisi di un fenomeno – la fede – e un’Istituzione secolare – la Chiesa romana cattolica – che trovano altrove commentatori più qualificati  del sottoscritto, il dignitoso scostarsi di Benedetto XVI dal soglio di Pietro mi ha ingenerato una curiosità e impartito una lezione.

La curiosità, va da sè, è legata alle conseguenze del suo gesto. Sempre, al succedersi di un papato con un altro, il Conclave diventa cassa di compensazione di indirizzi e interessi divergenti. Da questo punto di vista, nessuna novità accadrà, e anche stavolta assisteremo ad un negoziato di potere interno alla Chiesa organizzato intorno a direttrici plurime. Quella geografica, che divide la curia italiana da quella europea, e questa da quella americana e del resto del pianeta; quella programmatica, tra “conservatori” e “progressisti”. Ciò che cambia, stavolta, è che sul Conclave incomberà la figura vivente di un Papa che non sparirà, per sua stessa ammissione durante l’Angelus di ieri: «Cari fratelli e sorelle, grazie per il vostro affetto. Dio mi chiama a salire sul monte per dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa». Volenti o nolenti, i principi della Chiesa chiamati a decidere quale guida dare al Vaticano dovranno fare i conti con lui e con le condizioni di legittimazione che egli ha dettato, per negazione, per il suo successore: dovrà essere giovane, e apparire abbastanza forte da poter vincere quei conflitti di interesse che molti di coloro che dovranno eleggerlo probabilmente preferirebbero non intaccare.

La lezione che invece ho tratto da questa vicenda è che la forza consiste nel saper divenire ciò che non ti sarebbe dato essere, e che essa discende come conseguenza dall’affermazione indefettibile della verità rispetto a se stessi. Perfino il Papa dismette l’abito quando inizia a raccontarsi allo specchio le cose per come stanno.

La Chiesa oggi ha un’opportunità più che un problema.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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