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I rettori chiedono più soldi, ok… ma la concorrenza?

Se le iscrizioni agli atenei sono calate di 58 mila unità in dieci anni, ci deve essere una ragione. Le università versano in uno stato critico e porsi il problema di cosa non vada è quantomeno doveroso. La Conferenza di rettori ha rivolto un appello ai partiti che concorrono alle elezioni di domenica e lunedì prossima perché si impegnino ad adottare sei misure ritenute urgenti per affrontare le emergenze più gravi dell’università.

La prima cosa che balza agli occhi è che cinque misure su sei implicano oneri per la finanza pubblica. Insomma, più soldi. La sesta è volta a riconoscere più autonomia alle università, rimuovendo gli attuali appesantimenti normativi per valorizzare le scelte di qualità e le vocazioni dei differenti Atenei.

Per carità, le istanze sono più che legittime. Come segnala il programma di Fare per Fermare il declino, lo Stato italiano investe nell’istruzione una somma pari solo al 4,5% del PIL, contro una media europea del 5,5%; all’università vanno fondi pari allo 0,86% del PIL, mentre in Europa si spende mediamente l’1,22%. Queste rappresentano, quindi, due delle poche voci della spesa pubblica che non richiedono tagli, ma semmai più risorse.

Degne di considerazione, quindi, le proposte tese a defiscalizzare tasse e contributi universitari, abbattere l’Irap sulle borse post-lauream, defiscalizzare gli investimenti delle imprese in ricerca e ad assicurare la copertura totale delle borse di studio erogate da Regioni e Atenei per garantire la formazione e la mobilità studentesca. Su quest’ultimo fronte, Libertiamo si è già distinta nel 2010 con la sua campagna per far approvare un emendamento, presentato da Benedetto Della Vedova, che conteneva il taglio da 99 a 26 milioni di euro per questa voce del bilancio dello Stato.

Le borse di studio servono a premiare il merito e possono costituire un ascensore sociale per quanti, provenendo da famiglie meno abbienti, faticano a mantenersi altrimenti durante gli studi. Certo, dalla Conferenza dei rettori ci si potevano aspettare proposte ulteriori rispetto a una semplice lista della spesa. Pia illusione attendersi suggerimenti su come incentivare il merito non solo degli studenti, ma anche delle università.

D’altra parte, se è il numero di immatricolazioni a calare, una prima ragione può essere ricondotta alla diminuzione della domanda interna e della capacità di spesa delle famiglie; ma un’altra ragione va individuata nella scarsa capacità degli atenei di offrire servizi effettivamente utili agli studenti. Una formazione non all’altezza offre poche opportunità di crescita professionale anche a chi riesce a concludere gli studi e portare a casa l’agognato (in questi giorni famigerato) pezzo di carta.

L’unica strada percorribile per incentivare le università a spendere meglio e offrire servizi più adeguati alle esigenze degli studenti e del mondo del lavoro è quello di promuovere la concorrenza tra atenei. In che modo?
1) abolendo il valore legale del titolo di studio: le università non vendano pezzi di carta, ma formazione;
2) liberalizzando le rette e destinando una parte consistente dei proventi per borse di studio: così gli atenei sono spinti a selezionare meglio il proprio corpo docenti e i ricercatori e gli studenti meritevoli sono agevolati;
3) ripartendo i finanziamenti pubblici alle università non più in base alla spesa storica, ma in base ai risultati: verrebbe riconosciuto così un incentivo alle università che danno un futuro più solido ai propri laureati e che consentono loro di accedere al mercato del lavoro e crescere professionalmente.

Di qui un contrappello ai rettori: se le vostre istanze per avere più risorse e destinare più soldi alle borse di studio verranno accolte, voi vi impegnate a non opporvi a una riforma che vi metta in concorrenza e faccia in modo che siate anche voi giudicati da un mercato fatto di centinaia di migliaia di studenti in cerca di un futuro. Il merito va promosso al di qua e al di là della cattedra.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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