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Irlanda del Nord, un dibattito ancora aperto

Gli scontri che nelle ultime settimane sono esplosi a Belfast hanno riacceso i riflettori sull’Irlanda del Nord, un paese che fortunatamente negli ultimi anni aveva lasciato le prime pagine dei giornali in virtù della normalizzazione seguita al lungo e complesso processo di pace avviatosi negli anni ’90 e che ha vissuto i suoi passaggi più importanti con gli “accordi del Venerdì Santo” del 1998 e con gli “accordi di St.Andrew’s” del 2006.

Il casus belli di queste ultime settimane è stata la decisione del consiglio comunale di Belfast, che adesso ha una maggioranza cattolica, di ridurre i giorni di esposizione della bandiera britannica sul municipio. Tale decisione ha scatenato la reazione di molti militanti unionisti che temono lo smantellamento dell’eredità britannica della città di Belfast ed in prospettiva di tutto l’Ulster.

Anche se è difficile che si torni a certi anni bui, la situazione nord-irlandese resta delicata e fa riflettere su come sia difficile gestire la complessità di un paese che è nel suo profondo binazionale. Da questo punto di vista il caso dell’Irlanda del Nord è senz’altro degno di attenzione per tutti coloro che si interessino di sistemi politici ed istituzionali. È un esempio di paese in cui, nel tempo, è stato necessario sviluppare un modello di governo diverso rispetto a quello in vigore in quasi tutte le democrazie, dove fondamentalmente “vince chi prende più voti”.

Non tutti i contesti, nei fatti, possono essere amministrati a partire dal semplice principio del governo della maggioranza, che può risultare efficiente in contesti relativamente omogenei, ma che mostra invece limiti profondi laddove sussistano delle demarcazioni sociali, culturali ed etniche così forti da rappresentare esse stesse la dimensione prevalente attorno alla quale ruota la competizione politica. In tali casi, è spesso necessario che si ricerchino modelli alternativi di governo e di composizione delle diversità.

Rispetto agli anni dei troubles, l’architettura istituzionale uscita dal “Good Friday Agreement” è, almeno in termini relativi, una storia di successo e ha consentito all’Ulster di riguadagnare quella pace di cui aveva innanzitutto bisogno. Tuttavia i problemi nordirlandesi sono lungi dall’essere risolti, sia per il persistere di una clima di profonda divisione tra protestanti e cattolici, sia per le croniche difficoltà di un’economia ancora fortemente dipendente dai trasferimenti dalla Gran Bretagna.

Come avviene molto di frequente nei contesti di conflitto, in Irlanda del Nord la quiete sociale è stata a lungo comprata attraverso la spesa pubblica e questo ha condotto a un’economia statizzata e scarsamente competitiva. Il modello istituzionale sul quale si regge la devolution nordirlandese è quello di un consociativismo forzato tra partiti protestanti e partiti cattolici. I deputati eletti al parlamento di Belfast devono identificarsi come “unionisti” o come “nazionalisti” e molte leggi devono avere la maggioranza in entrambe le comunità (“cross-community vote”).

Questo attribuisce una posizione di preminenza al primo partito protestante e al primo partito cattolico. I deputati che rifiutino l’identificazione con una delle due comunità e si classifichino come “altri” vedono, invece, ridotto il loro peso, perché non sono conteggiati quando si vota secondo il meccanismo “cross-community”.

Il principio consociativo è stato criticato nel tempo sia dagli ambienti che si riconoscono nell’unionismo più tradizionale, sia da quei liberaldemocratici che vorrebbero superare il concetto di identificazione comunitaria. Per i primi il consociativismo crea condizioni di democrazia limitata e sorvegliata, comprimendo gli spazi politici per la maggioranza protestante dell’Ulster e minando in definitiva il diritto dei nordirlandesi ad identificarsi come parte integrante del Regno Unito.

Per i secondi, la vera questione è che l’attuale modello consociativo perpetua e cristallizza la divisione del paese in due comunità distinte e istituzionalizza una dialettica politica basata esclusivamente sul rapporto negoziale tra i leader dei protestanti e i leader dei cattolici. Si inibisce, in tal modo, il percorso verso una società nordirlandese integrata attorno a valori di nazionalismo civico, anziché etnico.

L’attuale modello istituzionale comporta una serie di inefficienze che condizionano pesantemente le dinamiche politiche del paese. Il principio della “coalizione obbligatoria” fornisce un potere di veto assoluto al primo partito protestante e al primo partito cattolico, che non possono essere in ogni caso esclusi dall’esecutivo, anche se magari rappresentano appena il 20% degli elettori complessivi. Questo ha portato, negli anni scorsi, a situazioni di stallo protrattesi anche per anni, come nel periodo tra il 2002 ed il 2007 quando di fatto l’autonomia dell’Ulster è stata sospesa per l’impossibilità di formare un accordo di governo.

Un altro problema è che, se è vero che il primo partito protestante ed il primo partito cattolico hanno la certezza di condividere la responsabilità di governo del paese, il primo ministro è espresso dal partito che ottiene più seggi. Questo innesca nelle nei due gruppi etnici una corsa al “voto utile” a favore del partito unionista più grosso e del partito nazionalista più grosso. Negli ultimi anni, questo ha fatto sì che le due forze politiche più populiste – il Democratic Unionist Party (DUP) da un lato e lo Sinn Fein dall’altro – abbiamo rafforzato la propria supremazia nelle rispettive comunità, impedendo a partiti più pragmatici e moderati di poter ragionevolmente fare concorrenza ai due partiti maggiori.

Sul fronte protestante, smettere di votare per il DUP e votare per i liberalconservatori del’United Unionist Party (UUP) o per i liberaldemocratici dell’Alliance Party vorrebbe dire far arrivare primi i nazionalisti “estremisti” dello Sinn Fein. Sul lato cattolico, togliere voti allo Sinn Fein a favore di partiti più moderati, vorrebbe dire perdere le chance di portare un cattolico alla più alta carica del paese.

L’unionismo più radicale, rappresentato dal piccolo partito Traditional Unionist Voice (TUV), vorrebbe risolvere i problemi del sistema conscociativo nel senso del ritorno al semplice principio della maggioranza, nella speranza di rinsaldare le fila dell’Ulster protestante. Più pragmatica è la proposta del DUP, che vorrebbe passare dal modello di “coalizione obbligata” a un modello di “coalizione volontaria” sostenuta da una maggioranza qualificata del 65%. Il governo in questo modo potrebbe essere largamente rappresentativo, senza la necessità di mantenere il concetto di “designazione comunitaria”, cioè senza che i deputati debbano registrarsi come protestanti o come cattolici.

Secondo il DUP, “tale sistema potrebbe rendere possibile un quadro politico con una vera maggioranza e una vera opposizione, che sarebbe coerente con i princìpi di una normale democrazia e allo stesso tempo terrebbe conto delle particolari circostanze dell’Irlanda del Nord”. Il concetto di un sistema che abbandoni la “coalizione obbligata” e la “designazione comunitaria” è sostenuto anche dai liberaldemocratici dell’Alliance Party. Questo partito vorrebbe anche sostituire le cariche di primo ministro e di vice primo ministro, uno protestante e uno cattolico, con due cariche paritarie di co-premier, elette dal parlamento indipendentemente dall’appartenenza comunitaria – anche se poi probabilmente nei fatti sarebbero un protestante ed un cattolico.

Il modello proposto dall’Alliance Party è particolarmente sensato, in quanto andrebbe a risolvere un po’ tutte le questioni che in questi anni hanno imbrigliato la politica nordirlandese, cioè l’istituzionalizzazione della divisione etnica, il potere di ricatto di singoli partiti e la polarizzazione elettorale verso un solo partito protestante e un solo partito cattolico, in nome del voto utile. Resta da vedere, tuttavia, se continuare a governare l’Irlanda del Nord come un blocco unico sulla base di politiche di larghe intese rappresenti una soluzione efficace per affrontare, al di là della questione dell’equilibrio etnico, le grandi questioni legate ai problemi economici del paese, che richiederebbero una forte capacità decisionale in senso liberale e riformatore.

Possibili alternative, che fino a questo momento non sono state sufficientemente esplorate, riguardano invece l’evoluzione dell’Ulster verso un modello federale o confederale. Nei fatti esistono alcune aree del paese con una forte maggioranza unionista e delle aree del paese con una forte maggioranza nazionalista e quindi, forse, un “modello svizzero” potrebbe consentire di preservare meglio il carattere binazionale dell’Irlanda del Nord e rendere possibili processi decisionali più snelli sulle questioni economico-sociali. Un tale modello, naturalmente, non escludererebbe a priori la possibilità per singoli territori a maggioranza nazionalista di scegliere di lasciare il Regno Unito per aggregarsi alla Repubblica.

In fondo l’equilibrio demografico si sta gradualmente modificando a sfavore dei protestanti, che nel lungo periodo potrebbero trovarsi a essere minoranza. In questo senso, anche per gli unionisti potrebbe essere più utile “perdere” una parte dell’Ulster, piuttosto che vedere gradualmente ammainata la Union Jack su tutto l’Ulster – come sta avvenendo nei fatti al municipio di Belfast.

Insomma, senza mettere in discussione i risultati finora ottenuti in termini di pacificazione nazionale, la politica nordirlandese si troverà ragionevolmente ad affrontare nei prossimi anni il problema di una revisione della propria architettura istituzionale, per passare da un modello incentrato sul concetto di tregua etnica a configurazioni che consentano di affrontare con esiti di efficienza le questioni di innovazione civile, economica e sociale.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Irlanda del Nord, un dibattito ancora aperto”

  1. Andrea B. scrive:

    Con i dovuti distinguo, la situazione in Alto Adige-Sudtirol presenta alcune similarità…anche la, a quanto ne so, si deve obbligatoriamente scegliere di che parte etnica si è, con tutti i privilegi o svantaggi che ne derivano e chi governa appoggia questo status quo, che non tiene contro delle dinamiche sociali e relativi mutamenti, per mere ragioni di “bottega”.

    In Irlanda poi l’attenzione ai “simboli” ragiunge livelli parossistici e spesso fa da detonatore (o scusa) per riaccendere discussioni e scontri.
    Ad esempio non tutti sanno che la loro nazionale di rugby rappresenta l’Irlanda tutta, Ulster compreso…ovviamente è stata adottata una bandiera “ad hoc”, con simboli “neutri” ( gli stemmi delle contee) ed un inno scritto apposta.
    A questi simboli, quando la nazionale gioca a Dublino si aggiunge la bandiera dell’Eire e viene suonato anche l’inno nazionale.
    Anni fa, quando l’Irlanda giocò nuovamente in Ulster, dopo decenni, una semplice partita pre mondiale, gli unionisti chiesero che allora, per parallelo con quanto accadeva a Dublino, venisse esposta anche l’Union Jack e venisse eseguita anche “God save the Queen” prima della partita.
    Apriti cielo ! “Angolino” felice finito… ci furono polemiche violente, alcuni giocatori minacciarono di lasciare la squadra se questo fosse avvenuto e la stessa partita venne quasi annullata… venne giocata non aderendo a tali richieste, ma la questione è ancora li, bella bollente, per la prossima volta.

  2. Alessio scrive:

    Sebbene il mio sogno sia l’unificazione dell’isola sotto la comune bandiera irlandese, penso che al momento sia più auspicabile l’aggregazione alla Repubblica dei soli distretti a maggioranza cattolica, cioè tutti quelli occidentali e alcuni orientali costieri come Down e Moyle; in questo caso l’Irlanda Britannica si ridurrebbe ad un territorio esteso circa 1/3 dell’attuale, in quanto dal punto di vista della superficie territoriale i distretti repubblicani sono più estesi di quelli unionisti.
    c’è poi il caso di Belfast, capitale dello stato Nordirlandese e città spaccata a metà, dove i rapporti tra Irlandesi e Britannici sono più difficili; penso che lo scontento e le violenze potrebbero aumentare esponenzialmente sia che la città venga annessa all’Irlanda sia che rimanga con l’UK; la situazione è di gran lunga più complessa che in qualsiasi altra parte dell’Ulster.
    Comunque penso proprio che i tempi siano ormai maturi per il ritorno sotto il tricolore irlandese dei distretti occidentali e della città di Derry, a maggioranza nettamente cattolica.

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