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Criminalizzare la clandestinità? Un fallimento /1

– In passato, è stato uno dei temi più “caldi”, al punto da segnare anche le campagne elettorali. Per il momento, invece, sembra essere sparito dai radar della politica nostrana. In due articoli, uno oggi e l’altro domani, Libertiamo fa il punto sulla legge Bossi-Fini e, più in generale, su una politica di criminalizzazione dei clandestini che, come Davide Piancone ci spiega, non ha più motivo di essere.

Il diritto penale dell’immigrazione è una materia controversa e “accidentata”. L’ideologia del “pericolo clandestinità” e della “tolleranza zero” non sono state un buon consiglio per il legislatore italiano, obbligato com’era a dare un’immediata e appagante risposta a un certo elettorato, bombardato dalla paura a fini elettorali. Il tutto col rischio, presto divenuto realtà, che riforme di tal natura diventassero dei colabrodo per l’intervento a tutti gli effetti abrogatorio della giurisprudenza.

La normativa Italiana vigente, il Testo Unico sull’immigrazione (d.lgs 24 luglio 1998, n. 286 e successive modifiche), prevede sanzioni di carattere sia amministrativo, sia penale, che dovrebbero essere garanzia di effettività del procedimento di rimpatrio degli immigrati irregolari (disciplinato dagli artt. 13 e 14 del medesimo Testo). Alla luce del quadro normativo dell’Unione Europea, tali norme sono state disapplicate dalla giurisprudenza e, successivamente, riformate col d.l. 23 giugno 2011, n. 89.

Per punire la condotta del cittadino di stato terzo che non ottemperi all’ordine di allontanamento disposto dal questore, il Testo prevedeva una serie di delitti puniti con la reclusione fino a cinque anni. Siffatte figure delittuose erano corredate da un sistema di misure cautelari coercitive di natura custodiale e pre-cautelari (arresto obbligatorio). Tale disciplina è stata dichiarata contrastante con la normativa europea in tema di rimpatri, e segnatamente con la direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008, oltre che dalla Corte di Giustizia UE, il 28 aprile 2011, con la storica sentenza El Dridi (C-61/11 PPU).

Predetta direttiva si ispira alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che vieta il protrarsi della procedura d’espulsione oltre un termine ragionevole, necessario al raggiungimento dello scopo perseguito, nonché alla regola secondo la quale il trattenimento ai fini dell’allontanamento deve essere il più breve possibile. La “direttiva rimpatri” muove dall’esigenza di attuare un’efficace politica in materia di allontanamento, rispettosa dei diritti fondamentali della persona. Pertanto, è stabilita una diversificazione per gradualità e proporzionalità dei modi per eseguire l’allontanamento. Precisamente, essa prevede l’adottabilità di una “decisione di rimpatrio”, ma a questa soggiace un procedimento diverso rispetto a quello previsto dal legislatore italiano.

Si distingue il caso di partenza volontaria della persona irregolarmente dimorante sul territorio rispetto alla diversa situazione in cui il soggetto non collabori all’esecuzione della decisione. In questa ipotesi, è prevista per gli Stati membri la possibilità di comprimere, secondo criteri di proporzionalità e di stretta necessità, i diritti di libertà dell’interessato con strumenti progressivamente più restrittivi, fino all’uso di misure coercitive. A condizione che sia ravvisabile il pericolo di fuga, se non vi sono altre misure utilmente esperibili, è consentito il temporaneo trattenimento del soggetto al solo fine del rimpatrio. Esso cessa, dunque, nel caso non vi sia più una ragionevole prospettiva di esecuzione della decisione di rimpatrio, anche semplicemente per la incapacità o l’impossibilità per lo Stato di provvedervi.

Orbene, la già citata sentenza El Dridi stabilisce che il carattere sufficientemente preciso, dettagliato e incondizionato della direttiva in parola comporta la sua diretta applicabilità nell’ordinamento italiano, per quanto riguarda la disciplina del trattenimento dello straniero irregolare, ove chiaramente la stessa è stata recepita in modo corretto. Da quanto premesso, deriva che il giudice italiano è tenuto a riconoscere allo straniero i diritti che il legislatore avrebbe dovuto garantirgli entro il termine fissato per il recepimento della direttiva di cui innanzi, e cioè entro il 24 dicembre 2010, applicandone direttamente la disciplina, la cui primazia rispetto al diritto italiano è ormai fuori discussione. Si aggiunga l’irragionevolezza, i costi e l’inefficacia dell’adozione della procedura prevista dal Testo Unico.

Un tale procedimento di espulsione così “criminalizzato”, peraltro, non consente neppure l’obiettivo finale dell’allontanamento dello straniero, cui lo Stato è tenuto in forza della direttiva. Lo Stato, di fatti, finisce col trattenere un soggetto coattivamente al fine di punirlo in ragione della sua permanenza sul territorio, il che è paradossale.

(1 – segue)


Autore: Davide Piancone

Nato in Puglia nel 1985, ha studiato giurisprudenza e conseguito il diploma di SSPL, approfondendo i temi dei diritti fondamentali, immigrazione e commercio internazionale. Fa parte dell'associazione Punto Lib, composta da giovani pugliesi liberali.

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