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Le parole della politica. 11/Politica

– Le parole della politica non sono solo le maschere del carnevale elettorale. Non sono solo il “dire” perentorio che promette o surroga un “fare” ipotetico. Sono in sé un contenuto e un materiale politico e la discussione pubblica ne ordina e muta i significati, che non sono mai univoci e definitivi e sono anch’essi un prodotto storico.

In questa rubrica, che ci accompagnerà fino al giorno del voto, Luciano Lanna discute alcune parole del lessico politico, cercando innanzitutto di smascherarne il contenuto ideologico e di liberarne un significato più pertinente e contemporaneo. Anche questa, ovviamente, non è un’analisi, ma un’operazione politica.

Puntate precedenti: 1./Centro, 2./Laicità, 3./Moderati 4./Maggioritario  5./Solidarietà  6./Innovazione  7./Territorio  8./Legalità 9./Costituzione 10./Politica

In questi ultimi giorni di campagna elettorale l’equivoco sulla natura della politica emerge in tutta evidenza. Nel momento stesso in cui s’affermano quasi spontaneamente pulsioni e reazioni antipolitiche, diventa evidente che dai più la politica viene concepita come una cosa “di casta”, cioè come l’insieme delle azioni per assicurarsi e poi mantenere e gestire il potere. Un qualcosa di per sé distante dalle problematiche dei cittadini e di quasi esclusiva pertinenza dei partiti e delle oligarchie di potere. Una considerazione che, per quanto diffusa e generalizzata, elude quanto storicamente è accaduto in Occidente dopo “l’invenzione della politica”.

Lo ricordiamo: la politica, ovvero l’insieme delle attività specificamente umane che “fanno” la polis (nel senso che la costituiscono e ne fondano  l’identità in senso stretto politico) è nata nella Grecia del V secolo A.C. quando s’è verificato lo scarto civile tra il regno della libertà (la polis) e l’intelaiatura dei rapporti di potere tipici della famiglia e delle entità di clan o di gruppo etnico, in cui prevaleva la necessità d’ordine biologico (regno della necessità). La polis non è semplicemente un luogo all’interno dei cui confini viene esercitata una qualche forma di sovranità. La polis è una forma di organizzazione della libertà politica. Da questo punto di vista i cittadini, i polites vengono “prima” della città, la polis.

La politica non è insomma la tecnica e la fisiologia dei sistemi di potere. Essa nasce quando nelle città-stato greche al di sotto dell’acropoli, la cittadella fortificata dove aveva sede il potere tradizionale degli arconti, prende corpo l’agorà, la città bassa con il suo intrico di stradine popolate, dove si affacciavano le botteghe degli artigiani, dove i mercanti montavano le bancarelle con le merci, dove si allestiva il teatro e dove si riuniva l’assemblea dei cittadini per discutere e prendere decisioni pubbliche. Cuore pulsante economico, produttivo, commerciale, creativo e partecipativo, l’agorà esprimeva così la libertà che “inventava” la politica: mercato, teatro più cittadinanza attiva.

La politica infatti non è l’esercizio del potere. Identificare la politica, come in molti oggi fanno, solo con la lotta per la conquista e la pratica del potere significa perdere di vista l’essenza genetica ed energetica della stessa politica. La politica è invece la capacità di inventare delle forme, degli spazi, dei tempi dell’azione pubblica in cui i ruoli prefissati dell’ordine dominante cambiano. Vale quanto sostiene il filosofo francese Jacques Rancière, secondo cui la politica è “il perenne tentativo di dislocamento precario dell’ordine dato che mette ognuno al suo posto sotto il comando di quelli che sono designati a governare per ragioni di nascita, di ricchezza o di competenza. La politica esiste nello scarto che afferma l’uguale capacità di tutti e l’assenza di ogni fondamento per il dominio”.

Ha quindi ragione un leninista libertario (non c’è ossimoro migliore per definire il suo approccio alla politica contemporanea) come Peppe Nanni quando sostiene che il cortocircuito del dibattito politico-elettorale italiano degli ultimi tempi fa proprio emergere un paradosso di fondo: “Il paradosso è che la politica, che dovrebbe essere il protagonista, è invece il grande assente della campagna elettorale celebrata in suo nome: la scena è vuota, e l’enfasi personalistica che si ripropone stancamente non riesce più a dare corpo al fantasma di un ceto di eletti che nessuno più riconosce”. L’urgenza della politica, aggiunge però Nanni, lascia però come ineludibile “la domanda posta da un insistente desiderio, diffuso molecolarmente, consistente e sempre più consapevole, di partecipazione attiva a una vita pubblica che deve reinventare i suoi spazi, le sue articolazioni istituzionali, il suo inconfondibile linguaggio.

Come a dire: guardate che la politica non è solo il teatrino mediatico posto in essere dagli eletti e funzionale solo alla conquista e al mantenimento di equilibri di potere. La politica, senza pervenire agli eccessi da anni Settanta del “tutto è politica”, è qualcosa di più ampio e di più importante dell’orizzonte parlamentare o elettivo: è la capacità di partecipare attivamente e liberamente alle scelte della polis. Un diritto e un dovere di ogni singolo cittadino, più che dei partiti.


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

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