di FEDERICO BRUSADELLI – “Sta fallendo l’idea di #Europa, di questa Europa delle banche, dei poteri forti! L’Europa a trazione tedesca ha sbagliato!”, dice su Twitter l’ex ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta. Si compie così, e non è purtroppo una novità delle ultime ore, la metamorfosi: quello che quattro anni fa nasceva per essere il grande partito popolare e liberale italiano (il Pdl) si ritrova ora a essere una scheggia populista e complottista, anti-europea e nazionalista, lanciata in una campagna elettorale dallo stile sudamericano e dai contenuti simil-grillini.

I capri espiatori per il fallimento storico del centrodestra italiano sono dunque a Bruxelles, a Berlino, a Parigi, come se nel novembre del 2011, quando l’Italia era a un passo dal baratro, a Palazzo Chigi sedessero Angela Merkel, Nicolas Sarkozy o Herman Van Rompuy. È lo stesso leader Silvio Berlusconi, d’altronde, che – abbandonati i panni di novello De Gasperi, disinvoltamente indossati per anni – si traveste ora, nello spregiudicato tentativo di bloccare l’emorragia di voti che sembrano uscire dal suo partito in direzione del Movimento Cinque Stelle, da fustigatore delle istituzioni comunitarie, da nemico dei tedeschi e dei “poteri forti”, dell’euro e del Fiscal Compact. Non serve più mandare avanti Francesco Storace o Daniela Santanchè, né appoggiarsi a Bossi e Borghezio.

Ormai la sconfessione del Pdl da parte della famiglia del Ppe è palese, e il discredito di cui l’ex premier gode nel resto del continente (e non solo) non si sussurra ma si squaderna sui giornali, così come il timore per un suo ritorno: tanto vale soffiare in prima persona sul fuoco dell’euroscetticismo, avventurandosi in ardite ricostruzioni della crisi impastate di vittimismo e di livore, sfociate poi nell’attacco alla Bundesbank e nella richiesta di una commissione d’inchiesta sulla caduta del suo governo.

E dunque quella di lunedì pomeriggio, se i numeri rispetteranno le indicazioni date dagli ultimi sondaggi pubblicati, non sarà una bella giornata per gli europeisti italiani. La metà degli elettori avrà votato, in un modo o nell’altro (che sia per il Cav o per Grillo, per la Lega o per Storace, per l’estrema sinistra o per l’estrema destra), contro l’Europa. Contro cinquant’anni di storia e di scommesse, contro l’unica àncora di salvezza che resta a un paese troppo piccolo e troppo fragile come il nostro per affrontare la globalizzazione e ritrovare un posto nel mondo.
È colpa dell’Europa se non siamo stati in grado, per vent’anni, di riformare l’Italia. È colpa dell’Europa se abbiamo una politica incapace di interpretare il cambiamento. È colpa dell’Europa se la Seconda Repubblica è franata sotto i suoi scandali.

Nel falò di piazza con cui ciclicamente pensiamo di purificare noi stessi e la nostra politica stavolta ci finisce anche la visione europea. Dove si sarebbe finiti si era capito all’inizio di questa campagna elettorale: se per decenni parlare di Europa era un dovere irrinunciabile per ogni forza politica “rispettabile” (sfiorando spesso e volentieri la retorica di maniera), farlo oggi significa esporsi a sguardi di fastidio e al sospetto di essere emissari di “poteri stranieri” che speculano sulle nostre disgrazie. La degna fine di una brutta stagione e di una brutta campagna elettorale. Resta da sperare che la prossima, che si aprirà martedì mattina, serva anche a uscire dalla pericolosa (e ridicola) illusione di una nuova stagione di autarchia.