Categorized | Partiti e Stato

Col Porcellum possibile un Capo dello Stato “di minoranza”. Serve un ampio consenso per il Quirinale

Mancano pochi giorni ormai allo svolgimento delle prossime elezioni politiche. Come è noto, il loro esito è ancora molto controverso, soprattutto per quanto riguarda il Senato, dove la “lotteria” dei premi regionali potrebbe determinare una situazione di impasse.

La situazione è resa ancora più complicata dal sostanziale superamento del bipolarismo, rectius “bicoalizionismo”, della c.d. Seconda Repubblica. Infatti, ben quattro diversi soggetti elettorali (centrosinistra, centrodestra, “centro” montiano e Movimento 5 Stelle) potrebbero avere, molto probabilmente, un consenso a doppia cifra ed è possibile che anche qualche altra lista elettorale possa superare i prescritti quorum, soprattutto per la Camera dei deputati.

Questo indeterminato e frammentato contesto non è certo il più ideale per chi ritenga che l’unico valore elettorale che conti sia quello della stabilità, ma paradossalmente consente di evidenziare un persistente elemento di forte criticità, finora colpevolmente sottostimato: la necessità di un’opera di manutenzione straordinaria dell’edificio costituzionale, conseguente all’introduzione di logiche elettorali maggioritarie o premiali.

È bene ricordare, infatti, che la struttura istituzionale è ancora concepita intorno al sistema proporzionale, che oltre a essere un sistema elettorale, è anche un modo di organizzazione dello Stato.
Di ciò ne era pienamente consapevole l’On. Costantino Mortati, che nelle sedute del 7 e dell’8 novembre 1946 della seconda sottocommissione dell’Assemblea costituente, aveva proposto la costituzionalizzazione dei principi della rappresentanza parlamentare, respinta per timore di irrigidire troppo l’evoluzione del sistema politico.

Vale però la pena ricordare che nelle argomentazioni usate dal Mortati ve ne era una di strettissima attualità. Egli, infatti, faceva notare che se alle Camere legislative fosse stato affidato il compito di eleggere il Capo dello Stato, come sostanzialmente avviene vista l’irrilevanza del contributo dei delegati regionali, questa nomina poteva essere influenzata dal sistema elettorale. Come è, infatti, noto, la nostra Costituzione prevede che il Capo dello Stato sia eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri, con la partecipazione di tre delegati per regione (uno per la Valle d’Aosta). L’elezione ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è, invece, sufficiente la maggioranza assoluta.

L’introduzione di un forte premio di maggioranza altera evidentemente il significato della maggioranza assoluta, che non è più rispondente alla maggioranza del corpo elettorale, come invece avveniva col sistema proporzionale. In realtà, già l’elezione di Napolitano presentava questo potenziale vulnus democratico, essendo riconducibile alla sola striminzita maggioranza politica del centrosinistra. È altresì vero che questo vulnus è rimasto allo stato potenziale per ragioni oggettive e soggettive.

Infatti, Napolitano è un uomo formatosi politicamente e istituzionalmente sotto le consuetudini costituzionali della Prima Repubblica ed era quindi normale che interpretasse il ruolo di Capo dello Stato, sulla base delle consolidate prassi costituzionali. Inoltre, il bicoalizionismo reggeva ancora, raccogliendo la quasi totalità del consenso elettorale. Infine, almeno fino al novembre 2011, le scelte politiche del presidente (scioglimento anticipato delle Camere nel 2008 e incarico a Berlusconi) sono state agevoli.

Oggi si ripresenta il rischio che una doppia minoranza, elettorale e politica, possa eleggere in piena autonomia il Capo dello Stato, perché non è un’ipotesi scolastica che la coalizione che si aggiudicherà il premio alla Camera abbia una percentuale intorno al 35-38% e manchi, forse, la maggioranza al Senato per pochi seggi. D’altronde, l’elevato premio di maggioranza del 55% alla Camera fa sì che anche senza maggioranza al Senato, si possa avere la maggioranza assoluta del Parlamento in seduta comune.

Ma anche l’ipotesi più normale, della maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, non è confortante, perché una coalizione che sia largamente minoritaria non può eleggere il Presidente della Repubblica di un regime parlamentare, soprattutto di fronte a un Parlamento che potrebbe essere molto mutevole nella composizione dei suoi gruppi parlamentari, a causa dell’introduzione di nuove soggettività politiche che sembrano poco coese.

Per evitare questo rischio, si possono formulare delle proposte di soluzioni attuali e future.

Per il futuro, sarebbe necessario procedere perlomeno all’armonizzazione delle maggioranze qualificate previste dalla Costituzione a sistemi elettorali premiali o maggioritari ovvero reintrodurre un sistema proporzionale (sembra, infatti, assai poco probabile che il prossimo Parlamento possa realizzare la grande riforma costituzionale di cui si narra da almeno 30 anni). In ogni caso, sarebbe anche opportuno seguire il metodo dei costituenti, i quali operarono la scelta proporzionale non già su astratte considerazioni teoretiche, ma alla luce di una lucida analisi della situazione fattuale, per evitare di costringere le dinamiche politiche in modelli non aderenti alla realtà, come è, forse, avvenuto nell’ultimo ventennio.

Per l’immediato, si ritiene fondamentale che le forze politiche si impegnino a ricercare un ampio consenso parlamentare per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, pari almeno alla maggioranza assoluta del corpo elettorale, a prescindere dalla circostanza che una coalizione abbia i (generosi) numeri parlamentari per fare da sola. Per evitare che queste opinabili considerazioni siano considerate il frutto di una faziosa partigianeria politica, è chiaro che:

– all’eventuale coalizione che rinunciasse alla possibilità di eleggere in autonomia il Presidente della Repubblica, dovrebbe riconoscersi il potere-dovere di indicare una rosa di nomi entro cui ricercare l’intesa;

la più ampia maggioranza parlamentare auspicata non necessariamente dovrebbe coincidere con la maggioranza politica, perché il rischio di vulnus democratico sarebbe comunque scongiurato.

In definitiva, si ritiene necessario che il prossimo Capo dello Stato goda di una solida legittimazione democratica, affinché sia posto al riparo da ogni sospetto di interessata parzialità, tenuto anche conto delle scelte politiche molto controverse che potrebbe essere chiamato a compiere nel corso di una Legislatura che si annuncia difficilissima.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

2 Responses to “Col Porcellum possibile un Capo dello Stato “di minoranza”. Serve un ampio consenso per il Quirinale”

  1. Giacomo Canale scrive:

    “Un Presidente di minoranza: le assurde conseguenze della logica elettorale “premiale” sul procedimento di elezione del Capo dello Stato”

    http://www.giurcost.org/studi/Canale.pdf

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] non è sembrata una grande novità, nel senso che già il 20 febbraio scorso, cioè prima del voto, scrivevamo a febbraio […]