Categorized | Più Azzurro, Più Verde

Veneto, le ville palladiane tra capannoni e silos

– “Nel nostro paesaggio sembrano prevalere la fabbrichetta velenosa, la puzzolente discarica, l’orribile intasamento del traffico per strade sempre più insufficienti e pericolose”, scrive Andrea Zanzotto nel suo intervento ne Il Veneto che amiamo (Edizioni dell’Asino, pp. 192, euro 12,00). Il racconto della regione attraverso le voci anche di Fernando Bandini, Luigi Meneghello e Mario Rigoni Stern.

Per contrastare questo progressivo declino, per bloccare la costruzione di fabbriche su terreni agricoli, una trentina fra ecologisti ed intellettuali, vinaioli e geografi alla fine di gennaio hanno firmato un appello al governatore del Veneto. Per salvare la Valpolicella. Fino a pochi decenni fa abitata da 35 mila persone. Ora, più che raddoppiate. Le colline una volta coperte in gran parte da vigneti, da ville con i loro parchi, da piccoli centri storici con chiese romaniche, ora disseminate di villette, grossi centri commerciali e zone artigianali, quartieri dormitori, una cementeria e una discarica. Territori sviliti nella loro primitiva vocazione. Una bellezza diffusa sacrificata quasi senza ragione.

Il caso della Valpolicella, sfortunatamente, non isolato nel contesto veneto. Un altro paradosso dell’Italia dimenticata. L’ennesimo. Un docente del Dipartimento Territorio e Sistemi agroforestali dell’Università di Padova, Tiziano Tempesta, con l’ausilio di un laureando, ha monitorato lo stato delle 3.782 ville della regione. Per il 62% costruite tra il Seicento e il Settecento, censite dall’Istituto Regionale Ville Venete nel 92% dei Comuni della regione. Controllando, in modo particolare, lo spazio immediatamente intorno. Per un raggio di 250 metri. Edificio per edificio.

Ville che, come Andrea Palladio, colui a cui si deve il nome di tali residenze, scriveva, dovevano essere immerse nella campagna. I risultati della capillare ricerca sono più che preoccupanti. E’ vero, molte di quelle ville, negli ultimi anni, contando anche sull’Istituto Regionale Ville Venete, sono state salvate dal degrado. Tanti restauri hanno permesso di restituirle all’antico splendore. Ma quei salvataggi hanno riguardato le strutture. Si sono per così dire fermati al perimetro esterno. Insomma non hanno contemplato la necessaria salvaguardia dei suoi “intorno”. Seguendo un trend generalizzato. “La tutela d’un tesoro monumentale si è fermata un centimetro oltre la recinzione, come se il valore di quel tesoro non fosse anche l’essere inserito in un determinato spazio”, scrive Salvatore Settis. I dati estrapolati dalla ricerca di Tempesta, inequivocabili. In tal senso. Nonostante il 48% delle ville sia tutelato da normative nazionali o regionali,solo in pochi casi la tutela del fabbricato si è estesa anche al contesto paesaggistico in cui esso si trova. Procedendo in sostanza ad una divisione innaturale tra il Bene tout court nella sua materialità e il Paesaggio che lo circonda.

Le dimensioni del disastro si chiariscono meglio scendendo nel dettaglio. Al 14,3% di territorio “occupato da superfici artificiali”, ovvero cementificato. Con un’incidenza intorno alle ville mediamente pari a 3,4 volte quella dei comuni della regione. Gli esempi, tanti. Da Villa Trissino Giustiniani a Montecchio Maggiore. A Villa Contarini Crescente, alla periferia di Padova. Passando a villa Franchini a Villorba. Capolavori aggrediti ora da silos, ora da capannoni industriali.
Considerando la fascia più prossima, cioè quella nel raggio di 250 metri, solo nel caso del 35,3% delle ville la percentuale di aree occupate da villini o condomini è minore del 20%. All’opposto, nel 35,9% tale percentuale è superiore al 40%. Con un elemento complessivo di analisi, davvero inquietante. Non sembra emergere una sostanziale diversità tra le ville sottoposte a tutela e quelle che non lo sono.

Il disastro urbanistico perpetrato per lungo tempo ha assottigliato il trait d’union tra le ville palladiane e la morfoidrografia che le circondava. La pretesa industrializzazione ha infranto equilibri antichi. Come dimostra Tempesta. In 111 ville, più del 30% del territorio posto nel raggio di 250 metri è occupato da insediamenti produttivi, e per altre 159 tale percentuale è compresa tra il 20 ed il 30%. Ancora. Si è potuto constatare che non sono poche le ville inserite in zone industriali. Mentre quelle ancora inserite in un contesto paesaggistico pienamente agricolo sono il 21,9%.

Quel che accade in Veneto è un perfetto, sconvolgente esempio dell’Italia di oggi. Un Paese che non tutela quasi mai il suo Patrimonio storico-artistico-archeologico. E che nel frattempo consegna i territori agli interessi particolari di pochi. Di questo passo non ci si potrà stupire che per fare spazio a nuovi complessi industriali si sacrifichi anche qualche villa palladiana. Come spessissimo è accaduto a tante strutture antiche. Anche di considerevole rilevanza architettonica. Qualcuno, irragionevolmente, la chiama necessaria modernizzazione.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Veneto, le ville palladiane tra capannoni e silos”

Trackbacks/Pingbacks