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Le parole della politica. 10/Integrazione

– Le parole della politica non sono solo le maschere del carnevale elettorale. Non sono solo il “dire” perentorio che promette o surroga un “fare” ipotetico. Sono in sé un contenuto e un materiale politico e la discussione pubblica ne ordina e muta i significati, che non sono mai univoci e definitivi e sono anch’essi un prodotto storico.

In questa rubrica, che ci accompagnerà fino al giorno del voto, Luciano Lanna discute alcune parole del lessico politico, cercando innanzitutto di smascherarne il contenuto ideologico e di liberarne un significato più pertinente e contemporaneo. Anche questa, ovviamente, non è un’analisi, ma un’operazione politica.

Puntate precedenti: 1./Centro, 2./Laicità, 3./Moderati 4./Maggioritario  5./Solidarietà  6./Innovazione  7./Territorio  8./Legalità 9./Costituzione

Ogni qualvolta nel dibattito pubblico si pronuncia la parola “integrazione” il riflesso condizionato è di pensare a una “concessione”, all’estensione di qualche diritto a chi era originariamente fuori da alcuni recinti del patto sociale. Per non dire, guardando all’evoluzione normativa italiana degli ultimi decenni, del fenomeno scolastico dell’integrazione dei disabili negli stessi processi educativi che coinvolgono tutti gli studenti: l’integrazione, insomma, come accoglienza generosa dei “disuguali” da parte degli “uguali”. In tutt’altro contesto, per rifarci al titolo di un celeberrimo saggio di Umberto Eco del 1964, Apocalittici e integrati, l’integrazione esprime una contrapposizione concettuale rispetto a una posizione estrema e radicale: apocalittica, appunto.

Storicamente, se guardiamo alla prima accezione, ci si può rifare, ad esempio, al processo di integrazione nella fase terminale dell’impero romano, quando gli imperatori concessero asilo ai popoli germanici, fornendo loro ospitalità, diritti giuridici, incarichi e anche titoli e ruoli di responsabilità. Sulla stessa linea semantica, per venire invece alla modernità, ci si può riferire all’integrazione delle minoranze culturali, etniche e religiose, all’interno degli stati e delle comunità politiche. A ben vedere, però, il concetto di integrazione andrebbe inteso nel senso di una alternativa all’idea della coesione sociale e politica come unità organica etnico-culturale.

Nella logica della società aperta, l’integrazione non è e non può essere una concessione, ma è la dinamica costituente di qualsivoglia entità politica. L’integrazione è la risposta che la politica fornisce di volta in volta ai conflitti e alle emergenze “costituenti”. Non di tratta, insomma, di una sorta di sanatoria che farebbe rientrare nella normalità una o più categorie sociali, ma la naturale risposta alle novità che la realtà propone di volta in volta. Sappiamo infatti che lo status di cittadini esprime un legame sociale dal quale scaturiscono sia diritti (come il diritto di voto, i diritti di libertà) sia doveri (di solidarietà economica e di partecipazione politica). Ma il concetto di cittadinanza si distingue nettamente dal concetto di popolazione, che identifica più genericamente quanti risiedono, temporaneamente o casualmente, in un determinato territorio garantito da una sovranità politica. L’integrazione è il processo attivo e positivo che fa in modo che queste dinamiche entrino in un percorso virtuoso ed efficace politicamente.

È ovvio che questa lettura ha dietro di sé una consapevole percezione culturale, una specifica visione della politica e della libertà.  Che è poi quella della “libertà come politica”, riassumibile grosso modo nella linea teorica che va da Niccolò Machiavelli ad Hannah Arendt. È stato Machiavelli infatti a rifiutare i modelli di Stato ideale, di assetto pubblico definito e chiuso una volta per tutte, di unità organica etnico-socio-culturale. Machiavelli, guardando all’effettuale, alla storia reale, ha invece invitato a concepire il conflitto e i conflitti come il motore e la dinamica della libertà. Egli, per primo, ha fatto l’elogio del conflitto, il fenomeno che dà vita a una comunità politica e origina con questo l’esperienza stessa della libertà.

In questo il padre della scienza politica moderna attacca frontalmente qualsiasi visione di società chiusa e organicistica (alla Menenio Agrippa) che valorizza a torto la concordia e la pacificazione della città come l’obiettivo e l’archetipo della politica. Il conflitto – Machiavelli parla nei suoi testi di “disunione” – è invece la condizione di possibilità della libertà, perché la negatività, la conflittualità emergente con questioni e problematiche sempre nuove, è il solo argine al dominio assoluto dei potenti, aprendo di volta in volta a nuove e inedite integrazioni. “Tutte le leggi favorevoli alla libertà nascono solo dalla opposizione”, annota Machiavelli nel suo capolavoro, Il Principe. Scrive, ancora più esplicitamente, ne I discorsi sulla prima Deca di Tito Livio: “Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino più a’ romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano.”

Machiavelli, guardando alla libertà, stima che la legge non sia l’opera di un legislatore saggio e non preservi un modello eterno e archetipico di regime ideale, ma nasca dall’esistenza stessa dei conflitti e della necessità di integrare di volta in volta nuove soggettività. Questo implica che nella genesi continua della legge, Machiavelli privilegi il “desiderio di libertà” del popolo, che per destinazione è costituito “per guardia della libertà”. Per lui, insomma, esiste libertà solo lì dove una repubblica non reprime le opposizioni, le agitazioni, le richieste di partecipazione, ma, al limite, le suscita, le accoglie, le “integra”.

Nel Novecento, anche Hannah Arendt (in particolare nel suo saggio Vita activa) concepisce la libertà e l’integrazione in questo senso. Tutta la sua riflessione si basa d’altronde sulla distinzione tra polis (che è il regno della libertà, della conflittualità costituente, dell’emergenza continua di nuovi cominciamenti) e oikia (la famiglia, il mondo delle necessità biologica e della sicurezza pre-politica, l’identità etnico-culturale). C’è quindi tutta una concezione della politica che conduce a guardare al concetto di integrazione come la chiave del legame sociale e politico specifico di una società autenticamente libera. L’integrazione in questa logica non è l’estensione o la concessione di diritti di cittadinanza, ma è il modo d’essere politico delle società libere e del vincolo sociale, economico e civile tra i cittadini.


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

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