di FEDERICO BRUSADELLI- Mentre Mario Monti evocava lo spettro di una nuova Tangentopoli qualcuno ha pensato bene di portarsi avanti col lavoro rievocando, fisicamente più che retoricamente, le monetine. È successo a Siena, ed è toccato all’ex presidente del Monte dei Paschi e dell’Abi Giuseppe Mussari il ruolo di Craxi per un giorno, davanti a una città che si scopre all’improvviso “tradita” e “derubata”, come se tutto non fosse già chiaro da anni, come se da quel meccanismo che oggi è diventato “infame” non avessero tratto qualche briciola di vantaggio e qualche rendita piccola o grande anche quelli che adesso agitano i vessilli della moralità e portano la legna in piazza per l’autodafè.

E viene davvero da pensare quanto il caso di Siena sia paradigmatico di un paese che alle assunzioni di responsabilità continua a preferire il falò di piazza, alla vigilanza quotidiana la rivoluzione una tantum, alla politica lo sfogo collettivo, nella convinzione che gli insulti ai “potenti” e ai “corrotti” bastino a cambiare le cose e le persone.  È successo vent’anni fa, per l’appunto, quando tra manette e cappi in Parlamento, nuovi leader promettevano a un popolo di indignati il miracolo di un’Italia migliore, mondata dai mali della politica. Cos’è successo si è visto. Non granché, se oggi ci ritroviamo al punto di partenza, e anzi peggio, ché la nostra ciclica crisi di coscienza coincide stavolta con una crisi, vera ed epocale, che minaccia il futuro stesso dell’Europa e poco si presta ai nostri esperimenti e ai nostri capricci.

Mentre le banche e le grandi aziende di Stato vengono decapitate e mentre i partiti tradizionali vengono sommersi dagli scandali, la predicazione di Beppe Grillo nelle piazze – che sostituisce quel che alla fine della Prima Repubblica fecero assieme le truppe leghiste e l’imprenditore Berlusconi – non conosce riposo. Ed è pienamente a suo agio, la corsa solitaria del comico, in una campagna elettorale che si immaginava finalmente improntata ai toni della serietà e che invece ha subìto un’energica virata populista.

Tra chi promette di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e chi vende agli elettori la restituzione dell’Imu (riconsegnando nelle mani del popolo il “maltolto” del terribile governo dei tecnici), pare esserci poca differenza, se non l’anzianità di servizio del secondo imbonitore, da due decenni a capo del paese. E che i sondaggi (per quel che possono valere) ci dicano che i suddetti capipopolo stiano aumentando i loro consensi non è piacevole ma non è una sorpresa. Né è strano quel che sarebbe altrove impensabile: ovvero che un presidente della Repubblica venga criticato dai maggiori partiti per essersi augurato, in visita a Washington, che l’Italia prosegua anche negli anni a venire nella strada del risanamento e delle riforme avviati dal governo uscente.

Il corto circuito populista ha ormai bruciato i fili della campagna elettorale, trasformandola nella festa dei miracoli o nella sagra del vaffa: che sia contro i comunisti o contro i tedeschi, contro i “politici” o contro i “tecnici”, contro le tasse o contro l’Europa, il voto di protesta è ormai la regola e non l’eccezione. E l’esperimento politico di Monti – che è a oggi l’unica occasione per disinnescare quello stesso meccanismo che ha chiuso nel peggiore dei modi la Prima Repubblica e ora minaccia di fare lo stesso, se non peggio, con la Seconda – si trova a essere squassato dalla bufera di un pericoloso gioco al massacro.

La responsabilità è noia, la serietà un handicap, l’europeismo una minaccia per la nazione, il rigore crudeltà. Meglio i guitti che “almeno ci fanno divertire”, che “regalano un sogno”, che sanno “parlare alla gente”, che “faranno pulizia”, che “non stanno con i poteri forti”. Tanto poi, dal giorno dopo, avremo altri vent’anni per lamentarci sottovoce di quanto poco seri e responsabili siano i nostri rappresentanti, e per mettere da parte qualche manciata di monetine.