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“Lincoln” di Steven Spielberg: idealismo senza retorica

Una nota che, forse, nel cinema americano squilla con più forza che nella cinematografia di ogni altro paese è quella dell’idealismo. Si incarna di solito in un personaggio, il quale, anche contravvenendo alle consuetudini o ai suggerimenti delle persone del suo ambiente, compie un’impresa che ci appare inequivocabilmente giusta; e non la compie perché la ritiene utile (gli può riuscire perfino dannosa), ma soltanto, appunto, perché la ritiene giusta.

A questa tipologia di storia appartiene l’ultimo film di Spielberg, “Lincoln”. Non è un tradizionale film biografico, ma è tutto accentrato su una di queste imprese: quella per cui Lincoln, in qualità di Presidente degli Stati Uniti, riuscì a ottenere dal Congresso, nel 1865, l’approvazione di un emendamento costituzionale che sanciva l’abolizione della schiavitù.

Perché la nota dell’idealismo risuoni nello spettatore – e cioè lo emozioni e magari lo commuova – deve lottare contro lo scetticismo o il cinismo. In molti di noi, si è ormai depositata l’idea che nella politica ci sia tanta corruzione e tanta sporcizia. E dunque, se ci fosse presentato anche un singolo uomo politico totalmente nobile e puro, oltreché sembrarci stucchevole, ci sembrerebbe, a torto o a ragione, inverosimile. Il film di Spielberg non soffre di questa pecca.

I Repubblicani, al cui partito Lincoln apparteneva, e i loro alleati, per procacciarsi i voti necessari per l’approvazione dell’emendamento contro la schiavitù, non esitano a comprare i voti dei Democratici promettendo incarichi e ad attenuare la portata ideale della posta in gioco: non si tratterebbe, ad esempio, di sancire l’uguaglianza tout court tra bianchi e neri, ma soltanto la loro uguaglianza formale davanti alla legge. Non si tratterebbe di promettere ai neri il diritto di voto, ma soltanto l’emancipazione dalla schiavitù.

E non basta: messo alle strette, Lincoln (che è un efficace persuasore; efficace perché la ripugnanza nei confronti della schiavitù è maturata in lui, nel corso degli anni, come un’intima persuasione) non esita a ricorrere a una clamorosa menzogna davanti al Congresso, pur di ottenere il suo voto favorevole.

Lui stesso si percepisce carico di colpe, non fosse altro che per aver dovuto condurre per alcuni anni una guerra (il film si svolge al termine della guerra di secessione), oscena come tutte le guerre. Ed è un carico di colpe e di dolore che sembra materializzarsi nella vecchiaia che sembra calargli addosso tutta insieme verso la conclusione del film.

Tra i deputati intorno a lui, c’è chi è favorevole all’emendamento per ragioni strategiche (favorirebbe il processo di pace), chi sarebbe favorevole per principio, ma contrario per ragioni di opportunità: l’America è forse pronta ad accogliere migliaia di schiavi liberati, che reclameranno appunto il diritto di voto? Ma nel momento in cui alla fine l’emendamento viene approvato si diffonde fra molti una gioia “pura”, evangelica. Come se l’idealismo di Lincoln avesse risvegliato l’idealismo latente anche in uomini induriti dai calcoli della politica.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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