Le parole della politica. 9/Costituzione

– Le parole della politica non sono solo le maschere del carnevale elettorale. Non sono solo il “dire” perentorio che promette o surroga un “fare” ipotetico. Sono in sé un contenuto e un materiale politico e la discussione pubblica ne ordina e muta i significati, che non sono mai univoci e definitivi e sono anch’essi un prodotto storico.

In questa rubrica, che ci accompagnerà fino al giorno del voto, Luciano Lanna discute alcune parole del lessico politico, cercando innanzitutto di smascherarne il contenuto ideologico e di liberarne un significato più pertinente e contemporaneo. Anche questa, ovviamente, non è un’analisi, ma un’operazione politica.

Puntate precedenti: 1./Centro, 2./Laicità, 3./Moderati 4./Maggioritario  5./Solidarietà  6./Innovazione  7./Territorio  8./Legalità

In Italia, a partire dagli anni Settanta, sul termine Costituzione ha iniziato ad aleggiare un fumo ideologico, che l’ha trasformato in una specie di feticcio. L’obiettivo?  Preservare come immutabile e addirittura irriformabile l’assetto politico-istituzionale scaturito dal processo costituente (?) del 1946-1948. Ben pochi però tra i “difensori della Costituzione” hanno rilevato, come si sarebbe dovuto fare, che qualsiasi costituzione è soprattutto l’affermazione di principi che salvaguardano la libertà dei cittadini, più che un’organizzazione “definitiva” dei poteri dello Stato. L’ultimo paradosso è che oggi, se alcune forze politiche continuano ad appellarsi al testo della Costituzione repubblicana, concependolo come una sorta di riferimento assoluto, di cui è non è possibile cambiare alcunché, Berlusconi e i suoi reclamano invece la necessità di una sua riscrittura per fornire maggiore potere all’esecutivo, anzi al capo dell’esecutivo, tradendo così anch’essi il presupposto di qualsiasi assetto in senso proprio costituzionale, che è la limitazione all’esercizio di un potere politico personale, discrezionale ed arbitrario.

Riferiamoci, anche stavolta, alla teoria politica e citiamo Giovanni Sartori: “Il termine costituzione, che pertiene al costituzionalismo, è – sostiene il decano dei nostro politologi – esclusivamente moderno, e deve essere inteso in un preciso significato garantistico”. Siamo d’accordo, ma nel corso del Novecento il positivismo giuridico e una concezione “formale” della costituzione ne hanno via via deformato il significato e distrutta addirittura la ragion d’essere originaria. Cerchiamo quindi di capire questo concetto attraverso un paradosso: la patria del costituzionalismo, l’Inghilterra, è il paese che non ha e non ha mai avuto una costituzione scritta e cristallizzata. Eppure, come è stato più volte sottolineato dagli studiosi, nonostante la Gran Bretagna non abbia una costituzione scritta essa è sin dal Medio Evo il luogo politico in cui è stata sancita teoricamente e prevista praticamente  la protezione dei diritti fondamentali di libertà dei cittadini. Storicamente, poi, gli inglesi hanno di volta in volta fatto anche ricorso a documenti scritti che hanno definito i diritti di libertà dei cittadini: le Petizioni dei Diritti del 1610-1628, l’Habeas Corpus Act del 1679, il Bill of Rights e il Toleration Act del 1689. Ma il fatto che questi atti solenni non siano mai stati fusi in un singolo testo scritto e organico non significa affatto che, nella prassi politica concreta, gli stessi non abbiano definito e inverato una costituzione materiale efficace e operativa.

La parola “costituzione” d’altronde viene dal latino constitutio, che a sua volta viene dal verbo constituere: istituire, fondare, iniziare, cominciare… Che, stando almeno a Machiavelli, coincide con l’avvio della “politica” nell’accezione moderna del termine. Va detto che nell’età di Oliver Cromwell – che sono, va ricordato, quelli della dittatura del Lord Protettore – in Gran Bretagna si verificarono tentativi (non riusciti) di formulare una carta fondamentale scritta, eppure nessuno dei documenti in questione venne mai chiamato costituzione, semmai covenant, instrument, agreement. E quando più avanti si cominciò a parlare di costituzione nel contesto del costituzionalismo europeo e americano del XVIII secolo, non ci si riferì mai e poi mai alla necessità di un “testo-feticcio” ideologico.

Chi cerca le origini del costituzionalismo deve infatti rifarsi alla Magna Charta del 1215 e alla sua lunga evoluzione materiale. Quando nell’Ottocento si diffuse ovunque un movimento d’opinione che chiedeva una costituzione, questo non significava altro che la richiesta di un assetto il quale, come nella consuetudine inglese, garantisse “libertà protette” per ogni singolo cittadino, ovvero un “sistema costituzionale”. Vale la pena di leggere ancora Sartori: “Sia come sia, una costituzione tutta codificata in un unico documento è soltanto un mezzo. Ciò che realmente importa è il fine, il telos, lo scopo originario del costituzionalismo. E questo scopo comune potrebbe essere espresso e sintetizzato da una sola parola: garantismo”. Ovvero, definire una serie di principi costituenti per i quali si delimita qualsiasi tentazione di arbitrarietà del potere e si assicura un governo limitato e controllato: “S’intende che le tecniche del garantismo sono diverse (carte dei diritti o no, controllo giudiziario o meno, separazione dei poteri), ma in ogni caso l’intento e la ragion d’essere sono di assicurare che i cittadini siano protetti e garantiti dall’abuso di potere”.

E’ vero, nel corso del Novecento, come abbiamo accennato, emerge un’evidente deriva e confusione concettuale. Dal costituzionalismo, come un contenuto “costituzionale” di garanzie di libertà e di limitazione del potere, si passa all’idea di costituzione come ordine istituzionale e statuale. E, soprattutto in Italia, il significato formale e derivato ha via via fagocitato l’originaria dimensione garantistica di qualsiasi processo costituzionale e costituente. Lo ripetiamo: in senso originario e politologicamente corretto, una “costituzione” non è altro che un assetto della società politica, organizzato tramite e mediante la legge, allo scopo di limitare l’arbitrarietà del potere, suddividendolo (la tripartizione dei poteri) e sottoponendolo al diritto.

A Berlusconi e a quelli come lui va ricordato, a proposito delle costituzioni fisse e rigide, che da sempre è stato rilevata la possibile desuetudine di taluni disposti costituzionali, a causa del loro anacronismo, oppure la sostanziale disapplicazione di certe norme, non attuate per carenza di volontà, o inerzia, del potere legislativo o di quello esecutivo. Ma la necessaria manutenzione e attualizzazione delle costituzioni tutto sollecita, fuorché la necessità di imporre il primato dell’esecutivo sul legislativo o di consegnare al capo dell’esecutivo la possibilità di decidere tutto “per decreto”! È anche vero che molte costituzioni scritte e troppo articolate hanno storicamente reso macchinosi e complicati i meccanismi di governo, impedendo all’esecutivo di funzionare. E in queste condizioni, la non applicazione è stata spesso un rimedio all’inapplicabilità.

Osserva infatti Sartori, “sarebbe controproducente o comunque poco sensato accettare in tutti i casi il punto di vista strettamente giuridico, secondo il quale tutta la costituzione deve essere applicata a qualunque costo. Personalmente ritengo che dovremmo sempre accertare se la non applicazione investe il funzionamento del governo in ordine agli scopi fondamentali del costituzionalismo, oppure no. E comunque i casi sono due: o il termine costituzione viene usato nel suo specifico e originario significato garantista e di limitazione del potere, oppure è diventato un doppione inutile (e ingannevole) di termini come organizzazione, struttura, forma o sistema politico”. Ma chi difende, oggi in Italia, le prerogative più profonde e originarie del costituzionalismo?

Twitter @lanna_luciano


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

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