La politica estera italiana è sparita, i suoi costi no

– In questa campagna elettorale c’è senz’altro una grande assente; si tratta della politica estera che – va detto – non è scomparsa solamente dalla contesa di queste ultime settimane, ma ormai in modo più generale dall’intero dibattito politico italiano.

Se guardiamo al passato vediamo che non è stato sempre così. Solo pochi anni fa, nel nostro centro-destra era abbastanza visibile un’anima “neoconservatrice” che raccoglieva i frutti della straordinaria stagione apertasi nel 1989, con il collasso dei regimi comunisti e con la transizione di molti paesi verso la democrazia e l’economia di mercato. Anche se tra i politici maggiori non vi erano veri e propri “falchi”, nei giornali e nelle associazioni “di area” si respirava un clima culturale favorevole ad una politica estera di impegno democratico.

Lo slancio degli anni ’90 continuò anche durante l’era Bush, quando erano in parecchi, soprattutto in Forza Italia, ad auspicare una politica estera attiva tanto nel contrasto internazionale del terrorismo, quanto nella promozione nel mondo dei valori del modello occidentale di civiltà. Erano anni in cui nel centro-destra si parlava con trasporto di Tienanmen come del Tibet, della difesa di Israele come dell’esportazione della democrazia verso il mondo arabo.

Sull’altra sponda della nostra politica, la sinistra marcava stretto i “neoconservatori” e alzava, dal canto suo, la bandiera di un “pacifismo impegnato”. In ogni scenario in cui si intravedessero interessi geostrategici degli Stati Uniti, i “progressisti” si facevano trovare sul pezzo e facevano propria, senza grandi scrutini ideologici, ogni causa che potesse assumere una qualche valenza antagonista. Era una sinistra in prima linea nell’adottare palestinesi, iracheni, curdi e tanti altri “popoli oppressi” e desiderosa di tappezzare l’Italia di tante bandiere arcobaleno.

Poi, dopo una breve fase di schizofrenia ideologica, con Berlusconi che diventava il miglior amico di Putin, Lukashenko e Gheddafi e con la sinistra che scopriva il fascino dei bombardamenti umanitari della Casa Bianca, negli ultimi tempi il livello di attenzione per la politica estera è sceso a livelli prossimi allo zero.

Guardiamo ai programmi dei vari partiti. C’è qualcuno che porti avanti una qualche linea su Israele o sulla Palestina, sul Tibet o sul Sahara Occidentale, sull’Ucraina o sulla questione cipriota? Che posizioni hanno Bersani, Monti o Berlusconi sull’allargamento ad Est dell’UE? Come intendono muoversi sul Mali o sul dossier siriano?
Persino le situazioni calde della sponda sud del Mediterraneo, quelle della Tunisia, della Libia e dell’Egitto, ci stanno lasciando sostanzialmente indifferenti, malgrado l’impatto che il loro evolvere potrebbe avere sul nostro paese da vari punti di vista, non ultimo quello migratorio.

La sensazione è che nessuno dei maggiori leader abbia interesse a che l’Italia provi a giocare una sua partita nel campo della politica internazionale, né in modo diretto, provando ad assumere un ruolo di guida o di “facilitatore” di alcuni processi, né in modo indiretto, cercando di orientare l’Unione Europea o la NATO verso una determinata “visione italiana” dei contesti internazionali più sensibili.
Di più: nell’attuale situazione di fragilità economica, nessuno, né a destra né a sinistra, pare abbia voglia di andare a farsi nemici in giro per il mondo – tra i russi, tra i cinesi, tra gli arabi e così via – in nome di qualche idealità in termini di democrazia e di diritti civili.

Intendiamoci, questo passo indietro della nostra politica non rappresenta un male in sé; anzi è forse davvero venuto il momento di interrogarsi sull’efficacia di una politica estera interventista, anche alla luce della difficoltà sempre più evidenti dei governi occidentali a comprendere le dinamiche politiche del mondo di oggi e le implicazioni dei mutamenti che si tenta di indurre.
Solo per fare due esempi, l’America non ha previsto le conseguenze della guerra in Iraq e un po’ tutto l’Occidente ha sbagliato completamente la lettura della Primavera Araba. Stando così le cose la pretesa di innescare esiti virtuosi attraverso interventi diplomatici o militari, di volta in volta a favore di Tizio o contro Caio, rischia di essere all’atto pratico molto velleitaria.

Il fatto è che, se sembra sparita la nostra politica estera, non sono affatto spariti i suoi costi. Paradossalmente, per non fare (quasi) nulla, noi italiani manteniamo un’infrastruttura diplomatica da piccola superpotenza. In effetti, tra ambasciate, rappresentanze permanenti, delegazioni diplomatiche speciali, uffici consolari ed istituti di cultura, disponiamo di più sedi estere di Stati Uniti e Russia. E non si tratta di una rete estesa ma “gestita in economia”; al contrario i nostri diplomatici risultano tra i più pagati, al punto che il nostro ambasciatore a Berlino pare guadagni il doppio della cancelliera Merkel.

Per essere un paese che “ripudia la guerra” ci ritroviamo, poi, con delle forze armate ampiamente sovradimensionate, per lo meno in termini di personale. Il nostro esercito ha più unità complessive e più ufficiali di quello della Gran Bretagna, un paese da sempre molto ben più esposto di noi sul fronte dalla politica internazionale.

Insomma, se nel futuro dell’Italia c’è meno politica estera, allora forse diplomazia e difesa sono due voci dalle quali – specie nell’attuale crisi – si potrebbe cominciare a tagliare, almeno nell’ottica di ricalibrare gli investimenti in funzione degli effettivi obiettivi che il nostro paese si propone.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “La politica estera italiana è sparita, i suoi costi no”

  1. Lucida e condivisibile analisi se poi aggiungiamo l’elemento cooperazione internazionale il cerchio si chiude.

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