Quello status quo bipolare che soffoca l’Italia

di MARIANNA MASCIOLETTI – Perché si sa, in fin dei conti gli italiani hanno bisogno di rassicurazioni.

Cambiare tutto per non cambiare nulla, ci vuole l’uomo forte, ma chi te lo fa fare: tutte diverse manifestazioni di un pensiero uguale, del desiderio ben preciso che tutto rimanga com’è sempre stato.

Sicurezze, certezze, paletti da piantare nel terreno, ecco cosa vogliamo. Questo spasmodico bisogno di tradizione dà vita a risultati molto curiosi, quando si mescola con la cronica memoria corta che caratterizza il nostro popolo di santi, poeti e navigatori; ma, per fortuna, dove difetta la memoria siamo ricchi in istinto, feroce, acuto ed infallibile.
L’istinto del tifoso, nella fattispecie: può restare assopito per qualche tempo, tuttavia si risveglia infallibilmente in prossimità non solo delle competizioni sportive, ma anche di quelle elettorali e canore, specialmente quando le due cose si mischiano.

Nell’ultimo anno, in effetti, le tifoserie si erano un po’ smarrite
, e sembrava quasi che si dovesse arrivare alle elezioni parlando seriamente di tematiche politico-economiche, analizzando teorie e soluzioni, lasciando un po’ da parte gli slogan per discutere in maniera approfondita e articolata. Dio ne liberi, (quasi) tutti gridarono: e il Signore, misericordioso come sempre, li ascoltò.

Tornò quindi, Unto quanto mai, il miglior generatore automatico di tifoserie che la storia recente ricordi: l’Amor Nostro, il Cav. di tutti i Cav., quel Silvio Berlusconi perfetto contraltare “vincente” di una sinistra perdente per vocazione, per volontà e per convenienza.

Tutti ai posti di combattimento, uomini! La curva nord a Nord, la curva sud a Sud [così poi non dite che siamo complicati, NdA]: che la battaglia ricominci, e guai a chi non si schiera. Tutti pronti per la riedizione numero 203847,14 del referendum pro/contro Berlusconi, ad opera di un Crozza fuori fase e di un pidiellino ligure. Che emozione, che brividi, che fremito di novità.

Tanto per variare un po’, potremmo ricordare, così, en passant, che negli ultimi vent’anni, mentre i valorosi combattenti si accanivano l’un contro l’altro armati, l’Italia ha seriamente rischiato (e ancora rischia) di andare in default economico, che la lotta tra tifoserie ha bloccato tutti i tentativi di riforme necessarie e ha lasciato passare praticamente solo quelle peggiorative, che il palese disinteresse dei tifosi e dei loro capi per la buona gestione della cosa pubblica ha portato la fiducia dei mercati (interni ed esterni) ai minimi storici, con le conseguenze che conosciamo.

Voi però non vi preoccupate, state buoni, tranquilli, facciamo come se nell’ultimo anno e spiccioli non fosse successo niente. Accendete la televisione, calmi, senza timore: vedrete che nei dibattiti ci sono ancora, come due, cinque, dieci e quindici anni fa, il comico de sinistra e il barzellettiere del PdL, il comunista e l’anticomunista, il berlusconiano straripante e l’antiberlusconiano militante. Ecco il berlusconiano che grida al complotto demoplutomassonicogiudaico dei Poteri Forti, e anche se Grillo, che di complottismo se ne intende di più, gli ruba qualche voto, ebbene, poco male, tutto fa brodo pur di non far vincere i comunisti; ecco la sinistra che imputa la crisi dell’Italia ad un non meglio identificato “neoliberismo”, poi cosa importa se sono le stesse idee di Forza Nuova, il liberismo è un avversario pericoloso e tentacolare, più siamo a combatterlo e meglio è.

Eccolo qua, il bipolarismo all’italiana: secondo alcuni una grande conquista di democrazia, secondo altri, noi compresi, una trappola da cui non riusciamo ad uscire. Bipolare la politica, bipolare la televisione, bipolare la stampa: nei fatti, una sorta di monopolio a due [bi-polio pareva una malattia, NdA] i cui detentori, fossilizzati uno nella parte del vincitore e l’altro in quella del perdente, dibattono su tutto con ferocia inaudita, ma concordano, nella sostanza, sulla necessità di tenere lontano dal potere chi è fuori dal loro gioco delle parti.

Così Monti, avendo dovuto legare al suo nome riforme drastiche e impopolari ma imposte dalla situazione economica, e non avendo avuto né tempo né sponda politica per proporne altre che ne controbilanciassero l’effetto, diventa l’alfa e l’omega di tutto ciò che va male in Italia; così Giannino, il leader di FFiD, viene fatto oggetto dalla stampa berlusconiana di campagne denigratorie; così i Radicali vengono accusati da quelli dell’Italia Giusta di non essere abbastanza giusti e puri per entrare nelle loro liste.

Però, in fondo, di questo e del resto, che c’importa? Come dicevamo all’inizio, quel che conta non è studiare un pragmatico piano di governo e di riforme, né poter negoziare credibilmente a livello europeo e mondiale, ma semplicemente non discostarsi troppo da ciò che è stato prima, in modo da non turbare troppo gli animi. Il peggiore degli status quo è sempre preferibile alla migliore delle riforme, il pericolo di perdere qualcosa nell’immediato è sempre sufficiente ad abbandonare la prospettiva di guadagnare molto di più nel lungo periodo.

L’essere sulla nave sanza nocchiere di dantesca memoria, investiti in pieno dalla gran tempesta, è, oggi come allora, qualcosa di più di una sensazione, è una triste certezza. Coraggio, però: leggendo il Sommo Poeta possiamo ben gloriarci, senza tema di smentita, di essere riusciti a mantenere lo status quo per almeno settecento anni. E, dovessimo pure passare sul cadavere dell’Italia, non permetteremo al primo giudoplutomassone liberista che passa di portarci via cotanto primato.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

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