di DANIELE VENANZI – Anna Oxa lo ha definito “uno specchio del degrado del paese”. Qualcun altro su Facebook suggerisce che “giustamente, in tempo di crisi, ci voleva un Sanremo che non ce la facesse dimenticare per un solo istante”. Crisi della musica, dell’intrattenimento, della comicità, della satira. Anche dell’eleganza, dato che Fazio e la Littizzetto hanno creduto opportuno presentarsi abbigliati come in una qualsiasi delle loro trasmissioni. Una prima serata senza superospiti, a meno di contare il cameo di Felix Baumgartner – che è un recordman ma non esattamente una superstar – e l’infelice esibizione del coro dell’Armata Rossa di Mosca. Una partenza in sordina per un festival che, di questo passo, sarà ricordato più per la sua inconsistenza che per la sua faziosità – che pure non è passata inosservata.

In circa tre ore e trenta di trasmissione sembra non essere accaduto nulla. La gara canora – che c’è ma a tratti non si vede – ha ospitato performance altalenanti: dall’intonato e preciso Marco Mengoni a un Raphael Gualazzi con il fiato corto e a tratti fuori tono, da un Daniele Silvestri politicizzato ma in forma all’impeccabile duo Jazz di Simona Molinari e Peter Cincotti, dall’entropia dei Marta sui Tubi – incredibilmente in debito di ossigeno e palesemente fuori tempo – fino a Maria Nazionale e Chiara, entrambe dotate di ineccepibili qualità canore. A spezzare la gara soltanto due apparizioni: Crozza prima, tra le mille polemiche e la furba ma fasulla strategia dell’attacco bipartisan, e Cutugno poi, con la grottesca partecipazione del coro dell’Armata Rossa e annessa dichiarazione d’amore del Toto nazionalpopolare alla vecchia Unione Sovietica, di cui ammette di avere nostalgia – probabilmente perché non ci ha mai vissuto.

Crozza parte con un monologo canterino di imitazione a Berlusconi che da sketch si trasforma presto in invettiva sul merito del programma elettorale – trattamento che riserverà solo al Cav. e a Montezemolo. Al di là delle polemiche e della contestazione dell’Ariston (prontamente minimizzata da Fazio), quel che più lascia a desiderare è la qualità dell’imitazione, più vicina a quella che farebbe un improvvisato con una parrucca e un doppiopetto blu che a quella partigiana ma caricaturale ed esilarante di Sabina Guzzanti. Il comico – che ieri sera proprio comico non è stato – ha picchiato duro su IMU, condono, evasione fiscale; eppure, per una buona volta, dovremmo convincerci che ad un monologo di carattere squisitamente politico e propagandistico non basta qualche sparuta battuta di spirito per assumere connotati satirici.

Il sermone di quaranta minuti è proseguito con un’imitazione di Bersani palesemente di circostanza, che pure ha centrato perfettamente l’obiettivo di lasciar intendere che – a detta dell’imitatore – allearsi con Monti piuttosto che con Vendola vorrebbe dire mettersi dalla parte dei proprietari dell’Ilva e non da quella dei cittadini di Taranto, di chi sta zitto con Marchionne piuttosto che urlare davanti alle fabbriche, di chi dipende dai dritti piuttosto che difendere i diritti. Ecco, in sostanza, più che una satira, un consiglio di strategia elettorale ad un candidato premier. Non una parola sul Montepaschi, non una parola su Lusi – visto che per Berlusconi aveva esordito citando Cosentino e Verdini.

Ancora più soft la parodia di Ingroia: un paio di minuti di scimmiottamento della parlata del magistrato in aspettativa e niente più. Crozza non lo ha pizzicato nel merito politico e, soprattutto, non ha montato un’invettiva contro la sua persona, intrisa di retorica di lotta di classe, come quella riservata poco dopo a Montezemolo. Al presidente della Ferrari il comico ha dedicato più tempo: tanto quanto bastava per dipingerlo come un disprezzatore del lavoro manuale e delle fasce di reddito più umili, il che – ribadiamo – è cosa che si avvicina decisamente più ad un giudizio politico che ad un’esibizione satirica. Alla fine della fiera è bastato spaziare un po’ lungo tutto l’arco costituzionale per salvare le formalità della par condicio; non importa poi se ad alcuni si è fatto un solletico satirico e ad altri invece pelo e contropelo elettorali.

Su Toto Cutugno che viene al Festival della Canzone Italiana per cantare in russo con il coro dell’Armata Rossa al seguito e confessare di essere un nostalgico dell’URSS vi sono ben poche parole da spendere. In fin dei conti tanto di guadagnato per il Cavaliere, che da oggi avrà una ragione in più per fare il gladiatore e per gioire, conscio del fatto che nulla – nemmeno un Festival condotto da Minzolini e Fede – può rendergli un servizio migliore di siparietti mediocri di personaggi che non perdono occasione per urlare al mondo da che parte stanno usando la prima rete del servizio pubblico come megafono.

Nulla di nuovo nell’etere, o meglio, nel digitale. L’epoca della lottizzazione tradizionale è ormai tramontata, ma l’era della spartizione strumentale tra berlusconiani e antiberlusconiani sembra ancora godere di ottima salute. Un sistema di potere alla vigilia del suo ventesimo compleanno, di cui la TV pubblica è soltanto la punta dell’iceberg che riesce a mettere tutti d’accordo su un punto: viale Mazzini non si privatizza. Tutti o quasi, perché i cittadini sulla questione RAI si sono già espressi nel ’95 con un referendum abrogativo e, stando agli esiti di quella consultazione, oggi dovremmo assistere ad un Festival dei fiori interamente finanziato con gli incassi pubblicitari.

Invece, ogni giorno una voce squillante ci ricorda che, fino al 28 febbraio, è ancora possibile pagare il canone con una piccola sovrattassa, per finanziare contro la nostra volontà trasmissioni e personaggi a cui, di nostra spontanea volontà, non daremmo nemmeno un centesimo.