Benedetto XVI, le dimissioni sono da ‘manuale’, le conseguenze no

La rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice, annunciata da Benedetto XVI l’11 febbraio, Giornata mondiale del Malato, è un istituto espressamente previsto dal can. 332, paragrafo 2, del vigente Codice di Diritto Canonico. La norma non richiede che la rinuncia debba essere accettata da qualcuno o assistita da particolari motivazioni, limitandosi a stabilire che essa sia fatta liberamente e venga debitamente manifestata: emerge dunque con chiarezza la piena e insindacabile libertà di cui gode il Pontefice nel decidere quando rinunciare ad esercitare la sua piena e suprema potestà sulla Chiesa cattolica.

Questa libertà è peraltro un evidente corollario del n. 22 della Costituzione conciliare Lumen Gentium, in forza del quale il Pontefice esercita liberamente la sua potestà sulla Chiesa universale, non potendo perciò essere costretto a governare il popolo di Dio né sotto coazione esterna, né per imperativi interiori di carattere morale che egli ritenga contrari al bene dell’istituzione ecclesiale.

Come evidenziato da Benedetto XVI nel suo annuncio, l’ufficio di Romano Pontefice non richiede esplicitamente uno stato di salute ottimale, potendo essere esercitato anche nell’infermità: ciò è stato testimoniato in modo evidente dagli ultimi mesi di regno di Giovanni Paolo II. Karol Wojtyła – come emerge chiaramente dal suo testamento – si era esplicitamente chiesto se non fosse giunto, a un tratto, il tempo di lasciare il suo ufficio: egli aveva però deciso di affidare al ministero petrino tutta la sua vita, nella salute e nella malattia, in ragione della salvezza che gli era stata concessa dopo l’attentato del 13 maggio 1981.

Nel pensiero di Joseph Ratzinger la prospettiva è diversa: Benedetto XVI si è sentito libero, giuridicamente e moralmente, di ritenere che – in un determinato contesto temporale e sociale – il ministero petrino richieda un particolare vigore del corpo e dell’intelletto, in mancanza del quale è preferibile rinunciare all’ufficio. Questa convinzione era peraltro stata già espressa da Benedetto XVI nel libro-intervista Luce del mondo, scritto con Peter Seewald nel 2010.

La decisione di Benedetto XVI apre inevitabilmente una riflessione sul ruolo della Chiesa nel mondo di oggi, “soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede“: il Papa auspica una guida che sappia affrontare con vigore e coraggio tali mutamenti e tali questioni, allontanando – di fatto – la prospettiva di un successore che dia vita a un semplice pontificato “di decantazione”.

È indubbio che la Chiesa cattolica non stia vivendo un momento facile del suo peregrinare terreno: eppure – paradossalmente – la rinuncia all’ufficio petrino esplicitata da Joseph Ratzinger può avere lo straordinario effetto di scuotere i cattolici, provocandoli a ricordare che “il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire” (Benedetto XVI, Omelia del 7 maggio 2005). Il gesto di Benedetto XVI allontana qualunque forma di papolatria, e porta a respingere l’idea che il Papa sia un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. “Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo” (Ibid.). La rinuncia di Papa Ratzinger è forse un modo per riportare Cristo, e non l’uomo, al centro del cosmo e della storia.

La rinuncia di Benedetto XVI avrà efficacia dalle ore 20 (dunque dopo il Vespero) del 28 febbraio. A far data da allora, avrà inizio il periodo di “sede vacante”, in cui la Chiesa cattolica sarà governata – solo per gli atti di ordinaria amministrazione – da apposite congregazioni di Cardinali, che avranno anche il compito di decidere la data del conclave chiamato ad eleggere il nuovo Pontefice. Il periodo di sede vacante non può peraltro durare più di venti giorni (n. 37 della Cost. Ap. Universi Dominici Gregis), ed è pertanto probabile che il conclave inizi tra il 15 e il 20 marzo, in modo che i riti della Settimana Santa possano essere celebrati dal nuovo Papa.

Quanto a Joseph Ratzinger, egli continuerà ad adoperarsi per il bene della Chiesa con la preghiera in un monastero di clausura: sarà compito di storici, teologi, giuristi e filosofi ripercorrere i sentieri del suo pensiero.


Autore: Vincenzo Pacillo

Nato a Roma nel 1970, si è addottorato in Diritto ecclesiastico e canonico nell’Università degli studi di Perugia. Successivamente è stato ricercatore in Diritto ecclesiastico e canonico presso l'Università degli studi di Milano. Attualmente è professore associato di Diritto ecclesiastico e delle religioni nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Modena e Reggio Emilia e insegna Diritto ecclesiastico svizzero nella Facoltà di Teologia di Lugano. Autore di tre monografie e di diversi scritti su tematiche relative ai rapporti tra Stati e confessioni religiose, è membro del comitato di redazione della rivista “Daimon”.

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