Ma di cosa vi stupite? Silvio Berlusconi non è cambiato e non ha mancato i suoi propositi. Il modo usato è chiaro e semplice, comprensibile e lo capirebbe anche un bambino. Il Cavaliere arriva al cuore della gente come solo lui sa fare e con le parole che la gente vuole sentire.

Un anno di governo tecnico lacrime e sangue guidato da Mario Monti – che con i conti da sistemare si è prodigato a fare esclusivamente il ragioniere – ha dato l’alibi al patron di Arcore per tornare più in forma che mai: televisione, radio e persino in rete, dove il suo staff sta martellando ormai da un mese i social.

In molti ormai lo davano per defunto, perdente e relegato in un angolo. Dopo le dimissioni a furor di popolo e di spread, dopo l’eclissi durata poco più di un mese, adesso ritroviamo il Cavaliere anche dentro i pacchetti di patatine come sorpresa per i nostri piccoli. Non un talk show o trasmissione politica in cui non sia presente: passato dalle scenette con Giletti alle pulizie degli scranni di Santoro.

Silvio Berlusconi e il suo mese di campagna elettorale fanno gridare al miracolo i suoi sostenitori, galvanizzati ed euforici davanti al proprio condottiero tornato più in forma che mai, infilato direttamente in un tubo catodico paradisiaco, nella speranza di racimolare tutto il consenso lasciato per strada. La politica ha sempre fatto fatica a interpretare Berlusconi perché lui stesso non è imbrigliato nei canoni che da sempre la animano. Anzi, diciamocelo, al Cavaliere la politica non piace, non è mai piaciuta e mai piacerà. Il “teatrino della politica” – come è sempre stata da lui definita – non gli è mai andata a genio ed è per questo che ha sempre giocato con le sue regole, astruse magari, ma pur sempre efficaci.

Non fallì nel ’94 quando contro tutto e tutti, ma soprattutto contro un potere che non lo voleva nei “piani alti”, creò Forza Italia riorganizzando un area che aveva perso l’identità per via dell’uragano chiamato “tangentopoli”. Come non fallì in quel di Vicenza quando, messo all’angolo dalle critiche e davanti al “gotha” di Confindustria, prese per la giacchetta gli “pseudo-imprenditori” (così da lui definiti) ricordando dove dovrebbero stare le persone che lavorano. E come non ricordare inoltre l’unica pausa (durata molto poco) di questi suoi ultimi anni politici, con la mancata festa di Piazza Santi Apostoli di Romano Prodi e alleati, costretti a mandar giù il “calice amaro” di una legislatura azzoppata?

È quello che Berlusconi spera: imbrigliare Bersani al Senato, costringerlo ad un patto col centro e creare frizioni con parte delle alleanze sui temi sensibili. Il premio è l’ingovernabilità e, dopo l’ennesimo tonfo a sinistra, il voto anticipato fra un anno o forse due. Il recupero del completo consenso sarebbe un gioco da ragazzi, salvando lui stesso e il suo mondo in un gioco più grande di noi, coperto dal velo della superficialità che la nostra politica ci sta regalando ormai da troppi anni.

Smembrati e recuperati i dissidenti con liste e partitini sistemati chirurgicamente, il re di Arcore ha ri-incollato ciò che sembrava rotto per sempre, costringendo i suoi avversari a seguire la sua agenda. Persino l’austero Mario Monti sta incredibilmente cadendo nel tranello di giocare con le armi del Cavaliere, risultando anacronistico perché nessuno può fare Silvio Berlusconi se non Silvio Berlusconi. Lui, il leader del PdL, straparla al mattino e la giornata politica finisce con gli avversari a commentare per tutta la giornata le boutade, i capogiri e il surrealismo.

È la crisi, bellezza! E nella crisi la gente ha bisogno di sognare e di essere toccata là, dove non batte il sole. Chi può riuscire a costruire quel sogno e quell’incredibile circo, se non un mago della comunicazione con il carisma di 100 giganti? Altro che “casalinghe di Voghera”, il popolo ha bisogno del suo Re e in tanti italiani lo sanno, ancora ebbri di passati reggenti ottocenteschi, da famiglie ancora troppo radicate e di pupazzi affacciati a davanzali a Piazza Venezia.

Intendiamoci, non si tratta certo di ricette miracolistiche o di soluzioni a una crisi sistemica enorme, in cui ancora il paese annaspa e si dibatte pesantemente. È una frittura di “aria vecchia”, che non funziona e che promette elisir di lunga vita, come gli imbonitori da fiera del vecchio west o i venditori di aspirapolveri che, invece di funzionare, buttano tutto sotto un tappeto. Il punto è che, come lo fa lui, non lo sa fare nessuno.

Sembra folle ma Silvio Berlusconi, nel suo modo irriverente e strampalato, nei suoi dati ritoccati, nei suoi poster agitati al vento, nelle sue frasi rimangiate dopo poche ore e nel suo modo quasi caricaturale, risulta meno fariseo rispetto alle ricette politiche dei suoi avversari fatti di morale e di perbenismo, di giustizialismo e di altarini creati ad arte. Perché se il Cavaliere di Arcore può ancora brandire i suoi sondaggi, è grazie a una alternativa politica inesistente che si divide fra voto di protesta e interpreti sempre uguali, che cambiano nome, ma non faccia.

A poco sono servite le critiche e gli attacchi mediatici, perché sono partiti da soggetti che avrebbero fatto bene a guardarsi prima allo specchio. La sconfitta non si chiama Silvio Berlusconi, la sconfitta è politica, di tutti. E lui è sempre lì, il degno riassunto di questi ultimi e folli vent’anni, che ci hanno fatto ridere e piangere e che ci lasciano in eredità un futuro incerto.