L’Europa conferma la bocciatura, la legge 40 è giuridicamente fallita

La legge che disciplina la fecondazione assistita in Italia viola il diritto al rispetto della vita privata: la Corte europea dei diritti dell’uomo conferma la sentenza del 28 agosto 2012, con la quale il nostro Paese veniva costretto a rifondere 15.000 euro ai coniugi Rosetta Costa e Walter Pavan, per violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

La coppia si è rivolta alla giustizia del Consiglio d’Europa nel settembre 2010, lamentando l’impossibilità di poter accedere alla diagnosi pre-impianto. I due coniugi hanno avuto nel 2006 una figlia affetta da fibrosi cistica, scoprendo così di essere portatori sani di questa malattia. La donna è rimasta poi nuovamente incinta quattro anni dopo, ma dopo aver sottoposto il feto a diagnosi prenatale e scoperto che anche il nuovo figlio sarebbe stato affetto dalla malattia, decise di abortire.

L’estate scorsa, la Corte di Strasburgo ha deliberato in favore della coppia, ma il Ministro della Salute Renato Balduzzi ha fatto ricorso contro la sentenza, che ieri è stata confermata. È l’ennesima bocciatura di una legge concepita male e realizzata con i piedi, che dal febbraio 2004 a oggi è finita una ventina di volte in discussione nelle aule di tribunale, non sempre uscendone “intera”.

Già nel 2007, i tribunali di Cagliari e di Firenze ammisero la diagnosi pre-impianto (vietata dall’art. 13, comma 3, lettera b), “ad eccezione degli interventi aventi finalità diagnostiche e terapeutiche“). Nel 2009, poi, arrivò la sentenza della Corte Costituzionale che sancì l’incostituzionalità dei commi 2 e 3 dell’articolo 14: vennero così a cadere il divieto di non creare più di tre embrioni e l’obbligo di impiantarli tutti in un’unica volta.

In buona sostanza, due dei pilastri fondanti della legge sono già venuti a mancare – e non certo per colpa di chissà quale “magistratura militante”, bensì per demerito del legislatore stesso. Il quale, nell’atto di assecondare richieste evidentemente provenienti dall’esterno del perimetro parlamentare, ha scelto di infarcire di divieti stupidi e scritti male una legge che avrebbe, teoricamente, dovuto mettere fine al “far west procreativo”.

Il punto è che lo scopo prefissato non è stato raggiunto, anzi. Molte coppie portatrici di malattie geneticamente trasmissibili sono state costrette al cosiddetto “turismo procreativo” (ossia a recarsi all’estero per poter praticare la fecondazione artificiale) oppure a dover rinunciare al proprio sogno di essere genitori. Oppure ancora a dover intraprendere la strada più lunga per far valere i propri diritti, quella giudiziaria – dal momento che quella referendaria fallì a causa della enorme astensione pilotata.

“Sulla vita non si vota” e “l’embrione ha diritti come il nato” furono i leitmotiv di quella campagna referendaria. Peccato che la giurisprudenza europea abbia sottolineato quello che molti insigni giuristi – e, scusate la modestia, anche chi scrive – avevano all’epoca già fatto notare: “in materia, il sistema legislativo italiano manca di coerenza. Da un lato, esso vieta l’impianto limitato ai soli embrioni non affetti dalla malattia di cui i ricorrenti sono portatori sani; dall’altro, autorizza i ricorrenti ad abortire un feto affetto da quella stessa patologia” (punto 64 della sentenza).

In questo capoverso, i giudici della CEDU fanno risaltare la più viscida delle storture della 40/2004: fare implicitamente ricadere sulla donna – e su chi, sennò? – la responsabilità di scegliere se abortire un figlio che si sa essere malato oppure condannarlo a vivere con quella malattia, nella speranza che un giorno si trovi la cura.

Dopo otto anni dalla sua approvazione, è arrivato il momento di ammettere il fallimento di questa orribile legge e di rimettere mano alla materia. L’alternativa, ossia lasciare tutto com’è, non è praticabile: la legge 40 ha ancora altri profili di incostituzionalità e sarà solo questione di tempo prima che la Consulta o la CEDU tornino a far calare la mannaia sulla legge. Soprattutto nel caso della giurisprudenza europea, ci esporremmo all’ennesima (meritata) condanna e all’ennesimo (meritato) risarcimento danni, che una volta ogni tanto non sarebbe male evitare.

Stavolta, però, è auspicabile che l’approccio al tema sia finalmente incentrato sulla tutela della salute della donna e del feto, anziché dell’embrione; sul permettere, a chi è sieropositivo o portatore di una malattia geneticamente trasmissibile, di poter accedere liberamente a quelle tecniche che gli permetterebbero di avere un figlio libero da tale malattia; sul garantire quella libertà di ricerca scientifica finora negata dall’oscurantismo bioetico dai “teo-con” (di destra, ma non solo). Insomma, che si cambi musica, per una volta.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

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