Le parole della politica. 8/Legalità

– Le parole della politica non sono solo le maschere del carnevale elettorale. Non sono solo il “dire” perentorio che promette o surroga un “fare” ipotetico. Sono in sé un contenuto e un materiale politico e la discussione pubblica ne ordina e muta i significati, che non sono mai univoci e definitivi e sono anch’essi un prodotto storico.

In questa rubrica, che ci accompagnerà fino al giorno del voto, Luciano Lanna discute alcune parole del lessico politico, cercando innanzitutto di smascherarne il contenuto ideologico e di liberarne un significato più pertinente e contemporaneo. Anche questa, ovviamente, non è un’analisi, ma un’operazione politica.

Puntate precedenti: 1./Centro, 2./Laicità, 3./Moderati 4./Maggioritario  5./Solidarietà  6./Innovazione  7./Territorio

Il rovesciamento semantico del termine (e del concetto) di “legalità”, che la retorica politica italiana dell’ultimo ventennio ha imposto al linguaggio dei media, è forse il peggiore portato della transizione equivoca avviatasi con la fine traumatica della cosiddetta Prima Repubblica. Oggi infatti il termine viene utilizzato come un feticcio da chi si appella a una visione neogiacobina e giustizialista del confronto politico, che porta a questo assunto: il rinnovamento e la “pulizia” possono essere realizzati solo con la cultura del sospetto, con la messa in stato d’accusa, cioè con una formale imputazione, della classe dirigente e con l’imposizione del primato politico del potere giudiziario su quello legislativo o esecutivo. È questa, peraltro, l’impostazione esattamente opposta a quella fondata sulla legalità costituzionale, che storicamente è nata proprio sulla tripartizione dei poteri e sulle garanzie costituzionali contro un uso arbitrario e abusivo del potere legittimo (anche di quello giudiziario).

Come a dire: un ideale e un termine nato con funzioni liberali e garantiste ha finito nell’anomalia italiana per connotare una prassi politica giacobina e illiberale. E ciò che s’impose storicamente a tutela degli abusi ha finito per significare una spinta verso un abuso, magari coperto e giustificato da motivazioni etiche. Già nel 1815 Benjamin Costant annotava: “Siccome la costituzione è la garanzia della libertà di un popolo, tutto quello che pertiene alla libertà è costituzionale, laddove non c’è niente di costituzionale in quel che non le pertiene”. Lo scopo di un assetto civile autenticamente fondato sulla legalità potrebbe infatti essere espresso e sintetizzato, stando almeno agli Elementi di teoria politica di Giovanni Sartori, da una sola e inequivocabile parola: garantismo.  In tutto l’Occidente i popoli, in un processo lungo di secoli, hanno chiesto e infine ottenuto una legalità costituzionale, proprio perché avevano bisogno di una legge fondamentale  o di una serie di principi fondamentali per “delimitare il potere arbitrario e assicurare un governo limitato”. E in ogni caso l’intento e la ragion d’essere di una legalità costituzionale non sono altro che quelli di assicurare che i cittadini, ogni singolo cittadino, siano protetti e “garantiti” dall’abuso di potere.

Quindi il primo equivoco da chiarire è quello della relazione tra legalità e garantismo: mentre nell’Italia degli ultimi vent’anni i due termini sono stati presentati come opposti, in realtà essi coincidono. Da sempre, infatti, costituzionalismo e la legalità istituzionale non sono altro che la certezza di un particolare contenuto di garanzie. Pensiamo alla Magna Charta libertatum del 1215, che di fatto riduceva i poteri della Corona, facendole perdere così la possibilità di imporre in maniera arbitraria imposte e tributi e apriva di fatto la strada a un sistema di garanzie legali, fornendo ai singoli la possibilità di limitare il potere dei governanti. E, sempre in Inghilterra,  nel 1679 la legge dell’Habeas Corpus rinnovava le disposizioni della Magna Charta contro gli arresti arbitrari, dichiarando inviolabili in nome della legalità la persona e il domicilio di ogni singolo cittadino, il quale poteva essere arrestato solo in seguito a una sentenza del giudice.

La legalità in politica non è altro allora che un ordinamento protettivo della libertà dei singoli di fronte a qualsiasi ipotesi di abuso di potere. “La consapevolezza del primato della dignità della persona – ha ad esempio spiegato Gianfranco Fini – è il valore principale che va garantito e tutelato da un’azione politica. Non è l’autorità dello Stato, è la dignità della persona. E il valore cui orientare una politica fondata sulla legalità è quello, di tutta evidenza, che lo Stato non può limitare la libertà. Lo Stato deve esaltare la libertà, lo Stato deve garantire a tutti l’esercizio della libertà”. Niente, nessuna entità, sia essa la Ragion di Stato, la Magistratura, le Forze Armate, la Questura, il Partito, la Sicurezza, la Religione, può dunque, secondo legalità, prevaricare in alcun modo i diritti fondamentali di ogni singola persona. I diritti umani e i princìpi di un rule of law che non mancano nella stessa tradizione di pensiero italiana, a partire dalla riflessione di Giambattista Vico, sono il vero orizzonte della legalità che, mai e poi mai, il Leviatano, con il pretesto di fugare la paura e fornire sicurezza ai cittadini, può tentare di conculcare o far passare in secondo piano rispetto alla ragion di Stato.

Non a caso è ancora Giovanni Sartori a precisare come la legalità costituzionale non significhi altro che “una struttura della società politica, organizzata tramite e mediante la legge, allo scopo di limitare l’arbitrarietà del potere e di sottometterlo al diritto”. Il costituzionalismo – conclude il decano dei politologi italiani – che storicamente non è altro che il nome proprio di una concezione dello Stato di diritto fondato sulla legalità, “ha mostrato che il potere assoluto, il potere arbitrario, può essere domato, liberando effettivamente l’uomo dalla paura del Principe”.

Twitter @lanna_luciano

 


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

3 Responses to “Le parole della politica. 8/Legalità”

  1. lodovico scrive:

    Il concetto di “legalità” potrebbe meglio desumersi partendo dal concetto di ”abuso di diritto”, spiegato da Franco Debenedetti. Quest’ultimo concetto, come spiega Debenedetti nel suo saggio, è stato introdotto non per via legislativa ma mediante una sentenza della Corte di Cassazione. L’idea è semplicemente che i contribuenti devono evitare quegli atti ”che si traducono in operazioni compiute essenzialmente per il conseguimento di un vantaggio fiscale”. In sostanza, l’amministrazione fiscale può perseguire un contribuente anche se nessuna legge è stata formalmente infranta, se ritiene che certe operazioni siano state compiute unicamente per massimizzare il risparmio fiscale.

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