di CARMELO PALMA – Reagendo con prontezza alla notizia bomba che ha colto tutti di sorpresa, padre Federico Lombardi si è presentato alla stampa un’ora dopo l’annuncio del Pontefice, per spiegare come la rinuncia di Benedetto XVI sia coerente con le norme del Codice di Diritto Canonico (“Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti”Can. 332 – §2) e con le convinzioni già manifestate in precedenza dal dimissionario nel libro-intervista Luce del Mondo (“Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, psicologicamente e mentalmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto ed in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi”).

Dopo Giovanni Paolo II, che aveva portato (e di fatto imposto alla Chiesa) la croce della sofferenza come segno del ministero petrino, Benedetto XVI sceglie all’opposto di dissociare la vicenda umana di un pontefice vecchio (e forse sfiduciato) da quella di un’istituzione secolare bisognosa di una guida più salda, lasciando spazio ad altri perché “nel mondo di oggi… per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore, sia del corpo, sia dell’animo”. Il primato, che la costituzione dogmatica riserva al Pontefice, non esclude dunque che la fedeltà alla funzione episcopale del successore di Pietro debba fare drammaticamente i conti con le concrete possibilità dell’uomo chiamato a esercitare quel potere ed a esprimere l’unità e la comunione della Chiesa.

Quello di Benedetto XVI è uno scarto evidente dall’esempio del predecessore, che gli aveva delegato la cura della dottrina e poi (di fatto) consegnato una Chiesa impegnata a reagire alla sfida antropologica della modernità e a resistere allo scisma, sempre meno sommerso, tra la fede ufficiale e quella reale, tra il magistero e le scelte di vita dei credenti. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno avuto la stessa idea della Chiesa e della nuova evangelizzazione, ma due modi molto diversi di intendere, di vivere e di “soffrire” il pontificato. E non è un caso che la reazione più ostile alla scelta del pontefice dimissionario sia venuta dall’ex segretario personale di Wojtyła, il cardinale Stanislao Dziwisz: “Papa Wojtyla decise di restare sul Soglio pontificio fino alla fine della sua vita, perché riteneva che “dalla croce non si scende”.

I vaticanisti, come i cremlinologi durante la guerra fredda, devono rendere omaggio alle verità ufficiali per potere meglio scandagliare quelle ufficiose e sono già alacremente sulle piste della “vera causa” che avrebbe spinto Benedetto XVI ad un passo, di fatto, senza precedenti. Ma quale che sia la causa e posto che sia una – la solitudine, la depressione, la stanchezza, la malattia, il senso della sconfitta, la volontà di influire nelle decisioni per il dopo, perfino la ribellione verso una curia intrigante e rivoltosa… – la verità di questa scelta sta soprattutto nel suo effetto. Le dimissioni del Papa relativizzano il papato e secolarizzano la sovranità del Pontefice e la sua “potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa”Can. 332 – §1.

Più che il “gran rifiuto” di Celestino V, o i dubbi angosciosi del cardinale Melville, Papa in fuga nel film di Moretti, la rinuncia di Joseph Ratzinger ricorda le dimissioni di Steve Jobs, che dopo avere lungamente guidato Apple, malgrado la malattia e una sofferenza esibita senza particolari imbarazzi, si fece da parte quando ritenne che fosse giunto il momento: “Ho sempre detto – scrisse nella sua lettera di commiato – che se fosse mai arrivato il giorno in cui io non fossi stato più in grado di rispettare i miei obblighi e le aspettative come CEO di Apple, sarei stato il primo a farvelo sapere. Sfortunatamente quel giorno è arrivato.”

Insomma, le dimissioni sono una scelta molto laica e mondana e troppo in linea con lo spirito dei tempi per non lasciare tracce in una Chiesa, che a questo spirito non sembra chiedere che di resistere. Se per il Pontefice l’adempimento della volontà di Dio si compie nella coscienza e nella libertà dell’uomo chiamato a portare la croce del pontificato, le conseguenze culturali di questa svolta (che qualcuno nei Sacri Palazzi potrebbe definire un po’ troppo “protestante”) non potranno rimanere ristrette all’ambito canonico.